Interni

L’odore dell’usura

Imprenditori e famiglie campane sono nelle mani degli strozzini. Nella regione ultima in Italia per Pil pro capite l’accesso al credito è un miraggio Una porta che salta in aria. Questo è l’ultimo episodio di cronaca  registrato a Portici, in…

Tratto da Altreconomia 109 — Ottobre 2009

Imprenditori e famiglie campane sono nelle mani degli strozzini. Nella regione ultima in Italia per Pil pro capite l’accesso al credito è un miraggio

Una porta che salta in aria. Questo è l’ultimo episodio di cronaca  registrato a Portici, in provincia di Napoli. Nel comune balzato agli onori delle cronache per il Noemi-gate, a settembre scorso un ordigno ha distrutto la facciata principale di un’agenzia di pompe funebri. Un nuovo segnale della camorra per ribadire presenza e influenza sul territorio, in una regione, la Campania, sempre più sotto scacco. Ultima nel prodotto interno lordo pro capite, fermo nel 2008 al 63,7%  del livello medio italiano ( la Valle d’Aosta è al 128,8%), e prima nella classifica nera dell’usura.
Una terra dove l’impresa è criminale, la camorra diventa servizio al cittadino e gli strozzini sono di casa. A Ercolano, comune attaccato a Portici, i carabinieri nel luglio scorso hanno sgominato una banda di usurai. È solo l’ultima delle tante inchieste che danno prova e evidenza a un fenomeno, quello dei prestiti a strozzo, in larga ascesa nella regione. Un vademecum per capire l’economia criminale. Nella rete dei “cravattari” sono finiti dipendenti comunali, commercianti, operai e disoccupati. L’inchiesta è partita dalla denuncia di una donna, che aveva deciso di rivolgersi agli strozzini per assicurare le cure mediche al fratello malato di tumore. Gli interessi praticati oscillavano dal 120 al 160% all’anno. La retta era da pagare ogni mese, e in una occasione il padre della donna che ha sporto denuncia fu addirittura accompagnato alla posta per ritirare la pensione e versare la quota mensile.
Dalle storie singole ai dati generali che assegnano alla Campania il primato nella classifica dell’usura: il centro studi della Cgia di Mestre (Associazione artigiani e piccole imprese, www.cgiamestre.com) ha elaborato, nel luglio scorso, uno studio prendendo in esame 7 indicatori.
Non solo le denunce per estorsione e usura, ma una batteria di parametri: il numero di fallimenti, la disoccupazione, i protesti, i tassi di interessi delle banche, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze e impieghi registrati negli istituti di credito. Unendo questi fattori è stata designata una mappa del rischio usura. Rispetto a un indicatore nazionale medio fatto pari a 100, il tasso di usura rilevato in Campania è di 173.
Un altro dato conferma e favorisce la diffusione del fenomeno: è la difficoltà di accesso al credito. “Nel sud, la crisi economica attuale ha accentuato ancora di più questo problema” racconta Paolo Zabeo, coordinatore della ricerca della Cgia. Davanti alla porta chiusa delle banche c’è chi si rivolge agli usurai. E le richieste di liquidità sono in aumento, viste le difficoltà economiche che attraversa la regione. In Campania, infatti, se l’usura avanza, l’economia arretra.
Lo Svimez, l’associazione per lo sviluppo del mezzogiorno, le assegna, nel suo rapporto 2009, il primato della povertà: “Nell’ultimo anno -si legge- tra le regioni del Mezzogiorno, solo la Campania mostra una diminuzione particolarmente elevata del prodotto interno lordo (-2,8%), non solo superiore a quella dell’area ma più profonda che in ciascuna delle altre regioni dell’intero Paese”.
La risposta più efficace per l’accesso al credito per cittadini e imprese arriva dal sistema del crimine organizzato. Anche un’elaborazione di Confcommercio Napoli, diffusa nel luglio scorso, conferma il dato: almeno un esercente su quattro si è rivolto alla rete dell’usura, e il 60% ha pagato il pizzo chiesto dai clan. Lo studio, condotto nel periodo maggio-giugno su un campione di 2.000 commercianti della provincia partenopea, evidenzia l’assenza di sicurezza per gli operatori al dettaglio.
In molti si sono affidati agli istituti di vigilanza o hanno provveduto allestendo sistemi di allarme. Tutti i commercianti che hanno chiesto prestiti usurai prima si erano rivolti, senza successo, alle banche. In questo contesto ribellarsi diventa difficile. Usura e racket, due piaghe che strozzano il mercato, sbaragliano la concorrenza.
“C’è da una parte un sistema economico debole -racconta Giovanni Melillo, magistrato della Direzione nazionale antimafia-, dall’altro una rete di usurai e una criminalità organizzata che deve riciclare il proprio denaro. Le aree territoriali interessate dal fenomeno si allargano. Presentano la stessa caratteristica: non c’è corrispondenza tra la dimensione finanziaria e la produzione di reddito legale”. Ville e auto di lusso, insomma, in territori con una economia debole. Melillo racconta la diffusione del fenomeno usura e di questa finanza illegale: “Anche dalla penisola sorrentina arrivano segnali di allarme, il fenomeno è molto diffuso anche a Torre Annunziata così come nell’area di Portici”. 
Torniamo a Portici, da dov’era partito il nostro viaggio. In città comanda il clan Vollaro. Gli arresti che hanno falcidiato l’organizzazione non ne hanno frenato l’attività, che si fonda su due entrate: il pizzo e lo strozzinaggio. Un prestito di diecimila euro costa il 10% di interessi al mese, con pagamenti ogni trenta giorni. Le minacce sono continue: incendi, lettere, intimidazioni verbali. Sergio Vigilante era un imprenditore, costretto a chiudere la propria attività dopo le richieste del clan. “Ho deciso di denunciare tutto alle forze di polizia, il pizzo era diventato ormai un costo insopportabile”. Oggi Vigilante presiede l’associazione antiracket e antiusura di Portici. “Sono due fenomeni strettamente collegati, con pratiche simili, una mannaia per gli imprenditori”. Vigilante nel 2002 che ha fatto arrestare 15 estorsori: “Il processo è in corso con gli imputati a piede libero. Consideri -racconta- che nella ‘mia’ inchiesta sono stati sequestrati a un indagato 4 milioni di euro. Un avvocato mi ha offerto centomila euro per farmi essere morbido in fase processuale, ma lo denunciai e ora è anche lui indagato”. Vigilante denuncia l’ultima intimidazione, una lettera di minaccia recapitata a casa, e la revoca della scorta. “Sono angeli che rischiano la vita per pochi euro al mese. Continuerò la lotta contro il crimine organizzato, ma adesso ho paura”.

Il nuovo nome delle mafie
Tano Grasso (nella foto a destra), da anni protagonista della lotta al racket e all’usura, è presidente onorario della Fai, Federazione antiracket italiana (www.antiracket.it). È a lui che ci rivolgiamo per capire la diffusione del fenomeno usura, gli strumenti necessari al contrasto e come è cambiato il fenomeno in questi anni .
La Cgia di Mestre (vedi a p. 16) dice che la Campania è prima nella classifica nera dell’usura…
È una fotografia reale. Aree a rischio da un punto di vista economico favoriscono la creazione di “zone rosse” di disagio e difficoltà, dove diventa possibile passare all’accesso e alla richiesta di prestiti usurai.
Quanto vale la crisi per il crimine organizzato e che valore assume l’usura?
La crisi rappresenta un’opportunità nuova per il crimine organizzato, quella di intervenire per rilevare il controllo diretto di attività economiche.
Non si prestano soldi ai commercianti per realizzare il profitto dell’interesse a strozzo, ma per giungere
al possesso di un’attività pulita,
per utilizzarla ai fini del riciclaggio. Un reato, quello dell’usura, che assume un grande rilievo nel bilancio mafioso. Abbiamo registrato nella nostra attività dei casi perversi e molti complicati.
Ad esempio?
La crisi rende più facile la creazione di aree di forte disagio economico. Sono capiti casi perversi, perché questi meccanismi avvengono a volte con il benestare dell’operatore economico. Il soggetto passa da una condizione di difficoltà, di problemi, di ansie ad uno stipendio fisso.
Chi fa gli acquisti vede sempre lo stesso titolare, ma quel commerciante è diventato di fatto un prestanome della mafia.
E così si realizza in pieno l’attività di riciclaggio, investendo nell’economia legale le ingenti disponibilità economiche e i patrimoni mafiosi.
La Campania è la regione più povera e dove l’usura è più diffusa. Cosa raccontano le storie che raccogliete con la vostra attività di sostegno e monitoraggio?
Il rischio è maggiore in questa fase. La restrizione del credito in atto è una situazione che agevola l’usura. Per fortuna non produce un passaggio immediato nella rete degli strozzini, ma sicuramente lo favorisce.
Quanto contribuisce al fenomeno usura la difficoltà di accesso al credito bancario?
Non si può dire che la colpa dell’usura è delle banche. Ma non c’è dubbio che il modo in cui viene gestito il credito rappresenta un problema. Anche per il credito abbiamo due Italie, e queste difficoltà contribuiscono a creare quell’area rossa di cui parlavamo all’inizio.
Ci sono strumenti da mettere in campo?
Certamente. A Napoli stiamo sperimentando un’iniziativa, frutto della collaborazione tra Ministero dell’interno e Commissario antiracket, un tavolo di lavoro che vede in primo piano il prefetto per dare risposte e contrastare il fenomeno con maggiore efficacia. 

LA STORIA DI DAVIDE IMBERBE, CHE GESTISCE UNA CATENA DI SUPERMARKET
L’imprenditore che ha detto no ai clan
Portici (Na) – C’è chi di pagare il pizzo non ha nessuna intenzione, c’è chi fa della sua attività un modello da seguire, c’è chi abbassa i prezzi e sbaraglia la concorrenza in piena crisi economica. “ Non sono un super-eroe, ma solo un imprenditore che vuole restare nella sua terra”.
Davide Imberbe da quando era poco più che maggiorenne ha iniziato a seguire le orme del padre, gestendo le aziende di famiglia. Un’impresa con 20 milioni di euro di fatturato, oltre 100 dipendenti e una catena di supermercati che gestisce grazie anche alla tutela dello Stato.
“Mi sono detto che l’unica strada per fare impresa era rinunciare al ricatto della camorra, altrimenti non sarebbe stata la mia una scelta pienamente libera”.
Ci racconta la sua storia, sorvegliato dalla scorta, che lo segue 24 ore al giorno, da quando la camorra ha deciso di fargliela pagare per le sue continue denunce.
“Mi occupo della distribuzione di latticini, e la mia concorrente è la camorra, che attraverso i clan offre questo prodotto con un sovrapprezzo del 30%. La criminalità organizzata mi vede come un nemico perché io i latticini li vendo senza  maggiorazione, perché non pago il pizzo”. Una camorra che impone il prodotto ai commercianti e lo distribuisce a prezzo fisso.
In alcune zone alcuni marchi di gelati non arrivano, perché il clan che ha il monopolio non distribuisce quel prodotto. Una economia criminale compiuta. “Faccio finanza etica? Penso di sì -racconta Imberbe-, perché io defalco dal prezzo del prodotto il costo del pizzo. Non siamo noi commercianti a pagare il racket, ma il consumatore finale. Io non pagando il pizzo posso praticare dei prezzi altamente concorrenziali. I miei clienti sono contenti e soddisfatti della merce, della qualità e del costo”. Una battaglia, quella di Davide, iniziata anni fa e mai conclusa: “La ricordo ancora quella giornata, io avevo 17 anni, mio padre in carrozzella fu spintonato dagli uomini del clan di Portici che gli chiedevano i soldi. Mio padre non aveva i 50 milioni di lire richiesti, ma solo trenta. Quando vidi quella scena mi dissi: ‘Appena divento maggiorenne denuncio tutti’”.
Davide mantenne la sua promessa. Così sono arrivati gli arresti e i processi a carico di esponenti del clan Abate-Cavallaro. Ma la camorra non arretra. Imberbe ha dovuto chiudere un locale in via Brin, a Napoli: “Sono arrivati esponenti del clan di Barra, hanno minacciato i miei dipendenti e buttato a terra la merce che stavano preparando per la distribuzione. Ho dovuto disdire il locale affittato e questo comporta una grave perdita economica. Ho presentato denuncia, la guerra non è finita”. Non solo. Ad agosto gli uomini
dei clan gli hanno cosparso la porta di casa di benzina, e il liquido ha raggiunto nel corridoio la figlia mentre giocava.
La cugina di Imberbe ha visto gli uomini del clan e le sue urla hanno evitato la tragedia mettendoli in fuga.
“Mia moglie ora sta andando via di casa con i bambini, e io resto da solo. Mi vogliono mettere contro la famiglia, ma non vinceranno. Io gli schiaffi dei camorristi non li voglio prendere più, io non voglio pagare il pizzo”.
A San Giorgio Cremano, ad esempio, il clan torna ad alzare la testa dopo le condanne. Una volta usciti di galera, i camorristi sarebbero tornati a chiedere il pizzo, “un’intera città taglieggiata, ma nessuno parla”.
“ Gli aguzzini -racconta Imberbe-minacciano davanti a mogli e figli, piombandoti in casa senza nessuna remora, usano questa strategia per intimorire e costringerti a pagare in ogni modo”.
Imberbe denuncia anche il silenzio dell’ associazionismo. “Ma dove stanno? Io non faccio convegni ma l’imprenditore, e voglio essere protetto”. Imberbe denuncia la schizofrenia dello Stato: “Perché i collaboratori di giustizia devono viaggiare con le macchine blindate e a me, che alla camorra ho detto no, riservano un altro trattamento?”. Nelle ultime settimane gli hanno abbassato il livello di protezione, e Davide Imberbe gira con un’auto senza blindatura. Nonostante tutto, non ha intenzione di cedere di un millimetro.
“Mi hanno detto che devo andare via, ma perché? Con la Guardia di finanza mi trovo bene. Io sono un esempio negativo per il crimine organizzato, ma anche per gli imprenditori che in pubblico protestano, ma in privato pagano in silenzio. Per fortuna c’è chi chiede aiuto, e di recente ho sostenuto la battaglia di un collega che ha deciso di denunciare”. In mezzo alla fanghiglia dell’economia criminale, segnali di impresa etica, nel deserto dello Stato.

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia