Ambiente / Approfondimento

Lo spreco d’acqua “colossale” nei cantieri del Tav Torino-Lione

La realizzazione della linea ad alta velocità potrebbe determinare ogni anno fuoriuscite d’acqua provenienti dalle falde paragonabili al fabbisogno idrico di 600mila persone. La denuncia del Comitato acqua pubblica di Torino a partire dai dati forniti dalla società italo-francese TELT che ha in mano l’opera

Il cantiere francese di La Praz, nel Comune di Saint André in Maurienne, luglio 2013 © Luca Giunti

La realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione in Val di Susa potrebbe determinare ogni anno una fuoriuscita d’acqua proveniente dalle falde delle montagne intercettate dalle “trivelle” paragonabile al fabbisogno idrico di 600mila persone. Il tutto mentre in Piemonte, a fine gennaio di quest’anno, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale dava conto di 50 giorni consecutivi senza pioggia, uno dei 15 periodi secchi più lunghi registrati nella Regione negli ultimi 63 anni.

La denuncia del gigantesco spreco idrico fatta a fine febbraio 2022 dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua non è campata per aria ma è frutto di proiezioni elaborate a partire da dati messi a disposizione, a seguito di un accesso civico, dalla TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin sas), società italo-francese chiamata a progettare, realizzare e gestire la sezione transfrontaliera della linea ferroviaria. I dati sono relativi a qualcosa di già realizzato e perciò misurabile, ovvero il cunicolo esplorativo del Tav a La Maddalena, Chiomonte, lungo sette chilometri, iniziato nel gennaio 2013 e concluso nel febbraio 2017.

I comitati hanno chiesto formalmente a TELT quante “venute d’acqua” -cioè fuoriuscite improvvise di una sensibile quantità d’acqua dalla parete di scavo, proveniente da una falda o da una sacca- si siano verificate nel tunnel e per quale portata ciascuna, ricostruendo così la distanza media l’una dall’altra e la portata complessiva delle venute ancora attive a febbraio 2017, alla conclusione dello scavo. I dati forniti dalla società hanno riportato almeno 245 venute d’acqua per una portata complessiva di 102,6 litri al secondo. “Su base annua -spiega Mauro Demaria del Comitato acqua pubblica di Torino, rifacendosi a parametri dell’Istat- il volume d’acqua fuoriuscito equivale al fabbisogno di una comunità di 40.000 persone”.

L’esterno del cantiere di Chiomonte, luglio 2015 © Luca Giunti

Se mai venisse realizzato l’intero tunnel di base del Moncenisio, a doppia canna e lungo poco più di 57 chilometri, otto volte il cunicolo esplorativo, “si potrebbe perciò ipotizzare, al termine dello scavo, la fuoriuscita di un volume d’acqua ogni anno pari al fabbisogno annuo di ben 600mila persone. Non possiamo dire che la galleria definitiva si comporterà nello stesso modo -chiarisce Emanuela Sarzotti, anche lei parte del Comitato- ma possiamo affermare che c’è una relazione tra quanto si scava e la quantità di acqua che fuoriesce”.

Sarzotti ha seguito da vicino il percorso che ha portato ai riscontri forniti da TELT. “Il comitato acqua di Torino si è più volte occupato negli anni della faccenda del Tav Torino-Lione, svolgendo anche incontri con i tecnici del Controsservatorio Valsusa. Un giorno uno di loro ci mostrò delle riprese interne al cantiere della centrale idroelettrica sotterranea di Venaus dove vere e proprie ‘vene’ d’acqua invadevano lo scavo e i responsabili dei lavori tentavano di contenerle con delle assi di legno. L’acqua inondava letteralmente il sito. Lì ci siamo resi conto, un’altra volta, che quando si fa un tunnel in montagna è come togliere il tappo da una vasca da bagno. Si creano gravi problemi alle sorgenti, che si seccano, e al flusso generale delle acque. Quelle immagini di Venaus hanno dato forza alla preoccupazione per le risorse idriche in relazione ai lavori del Tav”.

Un incidente occorso nell’ottobre 2021 al cantiere di Chiomonte -quando per un intoppo delle pompe all’interno del cunicolo esplorativo TELT dovette addirittura chiamare i Vigili del fuoco, alzando bandiera bianca- dà il la definitivo. La preoccupazione dei comitati si trasforma quindi nell’accesso civico promosso nel novembre dello scorso anno all’attenzione di TELT, che è per metà di proprietà dello Stato francese e per l’altra delle Ferrovie dello Stato italiane. Dunque è sottoposta alla normativa in materia di trasparenza (FOIA, Freedom of information act).

La passerella sul torrente Clarea, luglio 2020 © Luca Giunti

“Sapevamo che TELT era tenuta a produrre i dati relativi alle venute d’acqua e darne conto nei ‘bilanci ambientali’ -spiega Sarzotti-. L’ultimo dato pubblico si fermava però al dicembre 2018, così gli abbiamo chiesto un aggiornamento al 2021”. Ed ecco le 245 venute d’acqua, la portata complessiva delle venute attive a febbraio 2017 pari a 102,6 litri al secondo per un volume d’acqua fuoriuscito dal cunicolo in un anno pari a 3,2 milioni di metri cubi. “Senza considerare peraltro le 78 venute d’acqua che a febbraio 2017 sono risultate esaurite ma che negli anni di scavo precedenti sono state censite come attive”, aggiungono i comitati.

Questa è la quantità. Ma a proposito della qualità dell’acqua dispersa? “Stiamo parlando di acque sotterranee che stanno dentro la montagna e hanno subito un processo di depurazione naturale, penetrando nei suoli. È acqua pregiata, dunque, che potrebbe soddisfare un’esigenza potabile, tanto è vero che le sorgenti montane sono captate a uso idropotabile. In Piemonte si attivano tavoli idrici sulla siccità ma ci si rifiuta di riflettere sullo spreco legato alla ‘grande opera’”.

I detrattori del lavoro dei comitati potrebbero obiettare che quell’acqua non sarebbe “sprecata”, tornando prima o poi in falda. “In realtà è acqua che è stata sottratta al suo ciclo naturale e che non finirà negli acquedotti ma nella Dora Riparia -riprende Demaria-. Visto che è necessario raffreddare e depurare l’acqua fuoriuscita dal cantiere per immetterla nel fiume, è presumibile che vi siano costi non indifferenti, economici ed energetici. Per renderla nuovamente potabile occorrerebbero ulteriori trattamenti e altra energia. Ciò che sconcerta è che questo enorme spreco sia stato previsto e accettato come fosse una perdita normale da parte delle autorità ambientali che hanno valutato il progetto. Per l’Arpa e il ministero dell’Ambiente (oggi della Transizione ecologica, ndr) è infatti accettabile che avvenga tutto questo. Per noi, alla luce del contesto e delle crisi cui veniamo e verremo messi di fronte dai cambiamenti climatici, non lo è. Per fare peraltro un’opera dai difetti noti”.

Chi conosce bene quell’opera è Luca Giunti, naturalista e guardiaparco presso le aree protette delle Alpi Cozie, in provincia di Torino. Con Luca Mercalli ha curato il saggio “Tav No Tav. Le ragioni di una scelta” (Scienza Express, 2015) e ha collaborato al libro collettivo “Perché NoTav” (PaperFIRST, 2019). Prima di affrontare la questione dello spreco idrico fa una precisazione: “La cosa importante da ricordare ai lettori è che la cosiddetta ‘Torino-Lione’ in realtà è un’opera che non esiste nemmeno nella progettazione dei proponenti. Esiste il progetto di un traforo sotto le Alpi, a due canne di 57 chilometri, a quota più bassa rispetto all’attuale ferrovia esistente. Non invece quello del tratto dal confine francese a Lione e quello dal confine italiano a Torino. Delle due gallerie parallele lunghe 57 chilometri non è stato neanche scavato un centimetro. Ciò che è stato scavato sono quattro gallerie, tre in territorio francese e una in Italia, orientate da Sud a Nord, che come denti di un pettine hanno svolto una funzione di indagine per scoprire com’è la montagna dal di dentro. Poi, forse, verranno utilizzate come accesso, servizio o vie di emergenza per arrivare all’asse delle due gallerie principali”.

Perché è importante questa precisazione? “Per capire con precisione da quanto tempo e quali opere stanno sottraendo acqua dal reticolo idrografico interno delle montagne -spiega Giunti-. La galleria di servizio lato Italia, a Chiomonte, è finita come detto nel febbraio 2017. Le tre in Francia invece tra il 2010 e il 2011. Da allora quelle quattro gallerie, quei quattro ‘denti’, drenano acqua dalla montagna e ci sono tubi che la portano fuori”.

La bagnatura del piazzale all’interno del cantiere di Chiomonte, marzo 2018 © Luca Giunti

È un problema. “Sì e lo possiamo afferrare solo se abbiamo chiaro come funziona il percorso dell’acqua dentro e fuori la montagna. Gran parte di questa infatti è distribuita in un numero miliardario di microporosità all’interno, cioè di intercapedini tra le rocce, ed è tenuta letteralmente ‘su’ per i duemila metri dalla pressione idrostatica e osmotica. Pensiamo a un albero che per portar acqua alle foglie a 10 metri di altezza utilizza canali di linfa sottilissimi, e l’acqua sale proprio per la pressione. L’albero non ha una pompa. Bene, nella montagna quell’acqua, in grandissima parte tenuta in alto dalla pressione, alimenta tutta la vita che c’è in duemila metri, sia dentro la roccia sia sulla sua superficie. Dà vita ai rospi, alle erbe, ai fiori, ai collemboli, alle salamandre, a tutto”.

Che cosa succede bucando la montagna con le trivelle? “Forando alla base la montagna, la pressione idrostatica non c’è più. La galleria non si allaga solo perché è impermeabilizzata ma l’impoverimento del territorio è evidente -segnala Giunti, aggiungendo un elemento chiave-. Questi impatti non sono sconosciuti ma sono previsti. I proponenti e i progettisti lo hanno infatti scritto nelle carte dell’opera. Gli impatti sono autorizzati”. 

Giunti fa un paragone con il disastro ambientale del Tav nella valle toscana del Mugello. “I lavori delle gallerie dell’alta velocità nel Mugello depauperarono le fonti dei piccoli paesi, disseccando torrenti e sorgenti e intaccando le falde acquifere sotterranee. Il processo si concluse però con l’assoluzione dei proponenti perché di fatto quei danni, termini di prescrizione a parte, erano stati in qualche modo ‘previsti’ e autorizzati. Trovo che qui in Val Susa possa verificarsi lo schema analogo. Per un’opera peraltro concepita più di 30 anni fa, quando non c’era internet, era ancora in piedi il Muro di Berlino, non c’erano i voli low cost o i cellulari”.

È un’idea di progresso e di futuro che per Giunti non esiste più. Si augura un ripensamento. “L’opera non è stata ancora costruita, sono stati fatti alcuni lavori preliminari ma non quelli più devastanti. Non sarebbe il caso di prendere atto che le condizioni intorno sono cambiate? Non dico di dare ragione al movimento No Tav, che per alcuni sarebbe troppo, ma solo di non investire su una fabbrica di fax nel terzo millennio”. E che fa acqua da tutte le parti.

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