Interni

Lo spettro dei derivati

Non si è ancora chiusa la partita con i contratti finanziari. Ma anche portare le banche in tribunale ha un costo  —

Tratto da Altreconomia 140 — Luglio/Agosto 2012

Uno spettro si agita sui bilanci degli enti locali: oltre 11 miliardi di euro di contratti “derivati”, sottoscritti a partire dal 2002 come strategia di “copertura” rispetto alle oscillazioni nei tassi d’interesse. I Comuni, tutti più o meno indebitati, hanno pensato che questi strumenti finanziari avrebbero portato ad alleggerire le rate dei mutui, ma la Banca d’Italia ci dice che hanno sbagliato i loro calcoli: “Il valore di mercato negativo delle operazioni in essere”, come sottolinea il capitolo dedicato alla Finanza pubblica della Relazione annuale di Bankitalia, presentata il 31 maggio, a fine 2011 è salito a 1,21 miliardi di euro. È quanto ci rimetterebbero gli enti locali qualora “le operazioni venissero chiuse anticipatamente”, oltre il 10 per cento rispetto al valore dei contratti sottoscritti (che viene definito “nozionale”).
Questa brutta fotografia della Banca d’Italia è solo parziale, perché prende in considerazione i contratti sottoscritti con banche “residenti”, che nel 2011 erano 214 (e nel 2007, 671). Ma è uno “scatto” che assicura, comunque, che l’effetto è negativo, e se anche dal 2008 è impossibile sottoscrivere nuovi derivati, in attesa di un regolamento del ministero del Tesoro, ciò che è stato ce lo porteremo dietro per anni: per loro natura, questi derivati “accompagnano” la vita di mutui che possono avere scadenza anche nel 2050.

Nel 2007, sempre secondo Bankitalia, il valore nozionale dei derivati era arrivato a toccare i 31,5 miliardi di euro, e per aver un’idea di che cosa ciò rappresenti possiamo rapportare il dato alle dimensioni dell’economia pubblica: nel 2011, il volume complessivo delle entrate di Comuni, Province e Regioni è stato di poco meno di 240 miliardi di euro.
Oggi gli enti locali (idealmente) hanno preso distanza dagli strumenti derivati, tanto che Guido Castelli -responsabile Finanza locale dell’Anci- lo considera un “non problema”. Affermazione che nasconde una questione di non poco conto: “chiudere” le operazioni in essere non è semplice.
Né indolore.
Nemmeno quando è dimostrato che il derivato “non era economicamente conveniente”, cioè non rappresenta un risparmio per l’amministrazione. Un prerequisito indispensabile secondo la Finanziaria 2002, quella che ha aperto il fantastico mondo della finanza derivata agli enti locali.

“I derivati dovevano essere uno strumento per gestire in maniera efficiente i rischi correlati all’indebitamento dell’ente e, per essere conformi alla legislazione di settore, avrebbero dovuto far conseguire agli enti l’obiettivo del miglior ammortamento del loro debito (e quindi, in definitiva, condurre a risparmi) -spiega Luca Zamagni, avvocato che con lo Studio legale associato Cedrini Urbinati Zamagni – Axiis segue numerosi contenziosi tra enti locali italiani e istituti di credito nazionali ed esteri-. I derivati non possono essere operazioni di mera speculazione ed ogni contratto dev’essere sempre collegato a (e coerente con) un indebitamente sottostante”.
Niente turbo-finanza, cioè, ma il rischio era comunque dietro l’angolo, “per la palese asimmetria informativa -spiega Zamagni-: le banche hanno la possibilità di fare previsioni a lungo termine sull’andamento dei tassi.
In molti casi, il saldo per il Comune era positivo nei primi anni, poi, a lungo termine, si trasformava in negativo”.

In più, le banche pretendono che i contenziosi relativi a tutti i contratti sottoscritti su modulistica “ufficiale” dell’International Swap Dealer Association (www2.isda.org) vengano affrontati di fronte alla Corte commerciale inglese. E ciò ha un costo. La Provincia di Pisa, ad esempio, si è accorta quasi subito di esser stata “raggirata” dalle due banche con cui, nel luglio 2007, ha sottoscritto un contratto derivato di tipo Collar, la franco-belga Dexia Crediop e la irlandese Depfa.
Al momento della prima rata, questa era superiore al dovuto, perché teneva conto di una serie di “costi impliciti, amministrativi e di gestione della pratica, costi generali supportati dalla loro strutture, che nel medio-lungo periodo avrebbero portato a un incremento dell’indebitamento per l’ente per circa 726mila euro, invece di un risparmio di 403mila euro” spiega Giuliano Palagi, direttore generale della Provincia di Pisa.
La Provincia di Pisa ha così annullato, in autotutela, la delibera di aggiudicazione dei contratti, e contro quest’atto le due banche hanno fatto ricorso di fronte al giudice amministrativo. Dopo tre anni, e un giudizio del Tar positivo per l’ente, oggi il contenzioso è di fronte al Consiglio di Stato, che dovrebbe esprimersi dopo un’ultima udienza (che era fissata il 19 giugno 2012).
Nel frattempo, però, la Provincia ha dovuto difendersi anche di fronte all’Alta corte commerciale inglese, per una causa intentata da Dexia e Depfa. Ad oggi, ha maturato spese legali per 150mila euro, “più altri 70mila, sostenute, che però ci sono state riconosciute quando il giudice ha rigettato, nel marzo del 2012, un’ultima istanza degli istituti di credito, secondo le quali la causa avrebbe dovuto alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Dati i costi del giudizio -assicura Palagi-, spesso gli enti pubblici non si presentano. E l’assenza, in questi casi, è vista come una prima ‘ammissione di colpa’”. —

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