Diritti / Varie

L’Italia e l’export di munizioni: tra responsabilità sociale e affari

Amnesty International ha chiesto all’Unione europea di bloccare la fornitura di armi all’Egitto. Italia compresa. Interessata è anche la Fiocchi munizioni di Lecco. Il nostro approfondimento dal numero di marzo di Altreconomia

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016

Nella sala d’attesa della Fiocchi munizioni di Lecco campeggia una citazione dello scrittore polacco Wiesław Brudziński: “L’arma più pericolosa sono gli uomini di piccolo calibro”. Accanto c’è un pannello che celebra i 140 anni che l’azienda festeggia nel 2016. Per quella che è una delle principali imprese italiane del settore munizioni -civili e militari- questo è anche l’anno delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, cui l’azienda è interessata in quanto sponsor, tra le altre cose, dei preliminari campionati mondiali di tiro a volo. Stampato sull’avambraccio della tuta degli atleti fotografati in un poster, infatti, c’è il marchio di fabbrica. Una buona reputazione è fondamentale, ed è anche per questo che Stefano Fiocchi, presidente della società, interamente controllata dall’omonima famiglia attraverso la Giulio Fiocchi spa, non declina la richiesta d’intervista. La rilascia in duplice veste: da capo di Fiocchi e da presidente dell’Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili (ANPAM), aderente a Confindustria. L’azienda che guida è leader di un settore che nessuno, nemmeno l’Istat, è in grado di misurare con precisione: i “codici merce” attraverso i quali effettuare ricerche con il servizio delle “Statistiche del commercio estero” (www.coeweb.istat.it), infatti, uniscono munizionamento alla voce “armi”, rendendo così impossibile ogni scorporo e distinzione, quantitativo e qualitativo. Chi si è scontrato con la stessa barriera, soprattutto dal punto di vista delle esportazioni, è stato l’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (OPAL, www.opalbrescia.org), che nel suo sesto annuario ha denunciato come l’“insidia maggiore sta nel dover affrontare l’opacità delle fonti, ovvero nel tentare di ovviare alla scarsezza di informazioni che circondano produzione e commercio delle munizioni, anche rispetto a un settore già poco trasparente come quello delle armi leggere”. E la relazione governativa che ogni anno fotografa (o dovrebbe fotografare) l’andamento delle autorizzazioni all’esportazione di armi e munizioni militari e le destinazioni dei carichi, proprio a proposito della Fiocchi, registra una mancanza tutt’altro che secondaria.

 
In assenza dei numeri, quel che è certo -perché depositato in Camera di commercio- è che gli ultimi tre esercizi della Fiocchi di cui è possibile valutare i risultati, che sono il 2012, 2013 e 2014, hanno segnato una crescita costante: i ricavi sono passati infatti da 77,2 milioni a 106,8 milioni di euro (+38,3%), gli utili sono praticamente raddoppiati in due anni, toccando nel 2014 quota 7,4 milioni di euro, i dipendenti sono passati dai 510 del 2013 ai 603 del secondo trimestre 2015. 
La società si rappresenta sul proprio portale (www.fiocchigfl.it) con immagini sportive o venatorie, tuttavia oltre il 70% del fatturato, almeno nel 2014, è costituito all’interno dell’indistinto settore “industria e difesa” (che va dalla zootecnia alle applicazioni militari).
Un peso certo sui bilanci Fiocchi è quello del mercato “civile” più ambito, quello degli Stati Uniti, dove il presidente uscente Barack Obama ha dichiarato, nell’agosto 2015 e a seguito dell’ennesima strage con armi da fuoco, che “il numero di persone che in America muore a causa delle armi è molto superiore a quello delle vittime del terrorismo”. “Il mercato civile americano è il più grande nel mondo per le munizioni -spiega Fiocchi-. Noi deteniamo una quota percentuale piccola, nell’ordine del 5%, ma che si traduce in qualcosa come 40-50 milioni di euro, cioè il 40% del fatturato del 2015”. 
Come giudica il dibattito in corso negli USA sulla diffusione delle armi, dove in occasione di ogni strage o omicidio per arma da fuoco si riflette sull’eccessiva deregolamentazione? “I fatti di cronaca sono tragici, su questo non vi è alcun dubbio. Ma quello che in America c’è di diverso è la cultura delle armi, dovuta al secondo emendamento contenuto in Costituzione. Visto da noi europei è una cosa completamente diversa. A seguito di alcune stragi nelle scuole, ad esempio, gli americani hanno armato i bidelli, non hanno proibito le armi, proprio perché hanno una cultura opposta, di un’altra galassia. Secondo noi, e parlo da presidente dell’ANPAM, ci deve essere un controllo sull’acquisto delle armi, come avviene oggi in Italia, ma c’è troppa demagogia”. 
 
Dall’ultima “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” ex legge 185/1990, trasmessa alle Camere nel marzo 2015, emergono 51 autorizzazioni a beneficio di Fiocchi munizioni Spa da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento, per un valore di poco più di 20 milioni di euro. Nell’annessa Relazione dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, però, Fiocchi non risulta -come per tutti gli anni precedenti, a far data dal 1990- nell’elenco degli operatori con “esportazione definitiva”. Fiocchi non ha spiegazioni. “Non so dire perché non sia riportato il nostro nome, sinceramente. Secondo me si tratta di un problema burocratico. Per noi, ogni volta che qualcosa ‘esce’ dalla fabbrica c’è la dogana, c’è l’autorizzazione, c’è la licenza, c’è il permesso di trasporto prefettizio. Del perché non ci siano riscontri nella relazione delle Dogane non ne ho la più pallida idea. Nella relazione governativa ci sono dei dati che non quadrano dal mio punto di vista, non so come vengano estratti”. 
Tra i Paesi in cui Fiocchi ha venduto recentemente c’è l’Oman -dove l’azienda ha esportato nei primi 9 mesi del 2015 1,1 milioni di euro di “Armi e munizioni” (dati Istat)-, che per la ong Human Rights Watch è oggi in condizioni democraticamente problematiche. “Si tratta di commesse spot -sostiene Stefano Fiocchi-, che non hanno costanza nell’arco degli anni”. Già, ma le esportazioni di Fiocchi in contesti delicati ci sono state, e per il presidente dell’azienda lecchese “continueranno” ad esserci, finché ci sarà un timbro autorizzativo dell’Unità che fa capo al ministero degli Esteri. Con il rischio fondato di una filiera di fatto incontrollabile per milioni di munizioni, anche non militari, tracciabili unicamente dalla scatola e non dal singolo pezzo. Uno scenario che riguarda anche l’Egitto. “Noi in Egitto vendiamo cartucce da caccia e tiro, dopo aver vinto una gara indetta dal governo. Questo è quanto. Purtroppo capita, come è successo proprio in Egitto, che inizi a circolare la fotografia di un bossolo Fiocchi e tutto precipiti. Al di là dell’autenticità dell’immagine, io non posso escludere in assoluto che di quel lotto venga fatto un uso improprio. D’altro canto parto dal principio che quando esporto quel prodotto lo faccio legalmente: noi abbiamo venduto in Egitto e venderemo. Se ho la licenza ministeriale perché devo rinunciare a priori? Anche perché se non vendo io, vende un altro”. 
 

Quel che per Fiocchi è realismo, per Giorgio Beretta -analista dell’Osservatorio OPAL- è il sintomo di una responsabilità sociale d’impresa quanto meno lacunosa: “Le parole di Fiocchi evidenziano una rinuncia all’esercizio di una reale responsabilità sociale d’impresa, che dovrebbe imporre scelte che vadano al di là del semplice ‘se non lo faccio io, lo farà un altro’. Detto questo, l’azienda ha anche un altro potere: a fronte di possibili richieste di vendita da parte di Paesi a rischio, infatti, può rifiutare di inviare materiale e segnalare questa circostanza alla stessa Unità che rilascia le autorizzazioni, chiedendo che non le accordino sotto alcuna forma. Questa è la responsabilità d’impresa. Attraverso i codici di condotta comunitari, infatti, nel caso in cui Fiocchi e il governo italiano decidessero di interrompere una determinata fornitura, nessun altro Paese potrebbe esportare senza opportuna motivazione e giustificazione”.


AGGIORNAMENTO: L’11 marzo 2016, l’Agenzia delle Dogane ha riconosciuto ad Altreconomia un "malfuzionamento della procedura" che negli anni aveva impedito di registrare le operazioni della Fiocchi Munizioni Spa, e ha promesso -finalmente- di integrare i dati.


In dettaglio

UAMA, L’UNITÀ DEGLI ESTERI CHE CONTROLLA L’EXPORT, PROMUOVENDOLO
La legge 185 che regola il controllo “dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” è del 9 luglio 1990. Nei suoi primi 25 anni di vita, la 185 ha disciplinato l’esportazione di circa 54 miliardi di euro di armamenti in 123 Paesi del mondo. L’autorità nazionale individuata per legge come “competente” al rilascio delle autorizzazioni e degli adempimenti connessi è l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento (UAMA), retta dal 2009 (governo Berlusconi) dal “ministro plenipotenziario” (il grado diplomatico minimo richiesto) Michele Esposito su indicazione del ministero degli Esteri. Sebbene la parola -e il principio di- “promozione” non compaia mai nella legge 185, l’UAMA è stata collocata dall’ultimo esecutivo Berlusconi sotto la guida della “Direzione generale per la promozione del sistema Paese”, branca della Farnesina. Da lì non si è mai mossa. All’impropria funzione di controllore-promotore corrisponde poi la cronica indisponibilità a qualunque confronto, che ha reso di fatto irreperibile il ministro plenipotenziario Esposito (dalla Farnesina infatti hanno fatto pervenire il diniego all’intervista). Vale lo stesso per i responsabili delle diverse sezioni: da quella di “Analisi tecnico-giuridica” (retta dal dottor Massimo Ventimiglia) alla divisione “Trattative contrattuali” (dottor Luigi Grassi), dalla divisione “Analisi controllo e coordinamento” (colonnello Marcello Pinotti) a quella di “Esportazione e transiti” (colonnello Vincenzo Ricotta). Il colonnello Ricotta, ad esempio, sarebbe il più titolato a fornire chiarimenti sulla vicenda delle bombe italiane decollate almeno sette volte nell’ultimo anno dalla Sardegna e dirette in Arabia Saudita e poi sganciate in Yemen. Una vicenda che ha portato, alla fine del gennaio di quest’anno, alla presentazione di un esposto alla magistratura da parte della Rete disarmo per accertare ripetute violazioni proprio della legge 185. La stessa che l’UAMA dovrebbe contribuire a tutelare.

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