Interni

L’Italia dei nostri sogni

In anteprima, l’editoriale del numero 118 (luglio-agosto 2010) di Altreconomia

Tratto da Altreconomia 118 — Luglio/Agosto 2010

Nella maggior parte delle pagine di questo numero di Altreconomia si parla di Costituzione. Non sempre lo si fa esplicitamente. Soprattutto, si parla di quello Stato che i costituenti immaginarono. Che adesso non c’è più.
Riusciremo ad avere di nuovo l’Italia nei nostri sogni? Quella Repubblica fondata sul lavoro, dove la sovranità appartiene al popolo, dove tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali di fronte alla legge? Quella Repubblica il cui compito è rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza, e impediscono il pieno sviluppo della persona umana? Quello Stato che riconosce a tutti il diritto al lavoro, e promuove le condizioni che lo rendano effettivo? Quel Paese che promuove lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico? Quella Repubblica che ripudia la guerra?
Sembra davvero il Paese dei sogni.
Una dopo l’altra, queste indicazioni sono state disattese. Un’orda di arrivisti ha conquistato il potere per tutelare i propri interessi. In spregio delle leggi, gestiscono il bene pubblico come un affare privato. Annientano la partecipazione, squalificano il sistema giudiziario, sbeffeggiano le istituzioni. Volgari e corrotti moralmente, non cedono nemmeno di fronte all’evidenza dei loro crimini. E continuano a vivere sulle spalle della collettività.
Il lavoro è diventato un miraggio per chi non lo ha, e un incubo per chi cerca di mantenerlo. Un pretesto per ricatti che ledono la dignità personale, in un gioco competitivo al massacro dei diritti. Un ambito dove conta più di chi sei figlio, e non quello che sai fare.
Il territorio è solo un banchetto da saccheggiare, un modo semplice di scaricare sulle generazioni future il costo dell’ingordigia e della profonda dabbenaggine della classe dirigente e imprenditoriale.
L’istruzione e la cultura sono considerati fardelli, spese da ridurre, contestazioni da sopire.
E l’informazione libera, un pericolo da debellare ad ogni costo.
Come siamo arrivati a questo punto?
Non molto tempo fa, il priore Enzo Bianchi ebbe a scrivere: “Ci stiamo dirigendo a piccoli passi verso la barbarie. Non si tratta solo di assenza o debolezza della cultura, ma di una ferita alla civiltà inferta dall’affermazione di comportamenti indegni dell’uomo, che non cercano la qualità della convivenza ma la oltraggiano. Assistiamo a una pandemia etica che perverte la natura stessa della convivenza civile”.
Sedotti e sedati dal consumismo, ci siamo assuefatti alla corruzione, al razzismo, alla violenza anche solo verbale, alla misoginia perfino. In un processo progressivo di perdita di memoria, anche del passato più recente, che annulla la capacità di vivere con consapevolezza il presente, e il futuro con speranza e progettualità.
Osserviamo sconsolati le macerie di quel Paese che sognavamo, e diciamo “Arrivederci”. Ci vorrà tempo per ricostruirlo: diamoci da fare.

Pietro Raitano

Postilla: tra la chiusura in tipografia di questo editoriale e la sua pubblicazione, sono accaduti due episodi che vogliamo scrivere qui, a mo’ di memoria. Aldo Brancher, ex dipendente di Fininvest, diventa ministro del Governo. Brancher è stato condannato per falso in bilancio, condanna poi caduta per sopraggiunta prescrizione, i cui termini sono stati abbreviati proprio dal Governo Berlusconi. Il ministro è anche indagato per ricettazione nella vicenda della Banca Antonveneta e della scalata di Gianpiero Fiorani. Dopo la nomina, Brancher ha chiesto, per poi rinunciarvi, il rinvio delle udienze per il legittimo impedimento riconosciuto da una legge del Governo Berlusconi. 
Una manciata di giorni dopo, è giunta la condanna in appello per il senatore Marcello Dell’Utri. Il senatore è stato condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

A nessuno sembra importare che il parlamento sia pieno di persone indagate o condannate per reati gravissimi, personaggi che sfruttano il loro ruolo istituzionale per sfuggire alla legge.

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