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L’isola dei furbi – Ae 78

L’Honduras cavalca il popolare reality di Rai 2 per attirare turisti dall’Italia, accordandosi con i produttori dello show. Poi un’agenzia immobiliare mette in vendita gli isolotti. Ma a rimetterci sono le popolazioni indigene

Tratto da Altreconomia 78 — Dicembre 2006

L’Isola dei famosi è in vendita su internet. Se volete acquistare l’isolotto delle dirette su Rai 2, cinque ettari nel Mar dei Caraibi, vi bastano due milioni di euro. Tutto il programma, in onda da settembre a novembre, è diventato un grande spot per promuovere il turismo in Honduras, il Paese scelto (non a caso) per ospitare la quarta serie del programma. Per l’ambasciatore a Roma, la trasmissione è stata “la presenza più grande del Paese in una tv: una promozione di quattro ore tutti i mercoledì, davanti a milioni di spettatori europei. E senza spendere un centesimo” come precisa in un’intervista telefonica ad Altreconomia.

Il governo del suo Paese ha anche chiesto a Magnolia -la società che realizza il reality show e lo vende alla Rai- di cambiar nome al programma: in tutti i loghi e nelle comunicazioni ufficiali infatti l’Isola dei famosi è diventata “L’Isola dei famosi Honduras”. Fino a qualche giorno fa, sul sito del consolato hondureño di Milano, accanto alla foto del presidente c’era addirittura il simbolo dell’Isola dei famosi (ma non perdete tempo a cercarlo: è stato rimosso dopo la nostra telefonata). Le avventure dei tredici naufraghi, teletrasmesse per tre mesi sulle reti italiane con uno share medio del 25% (e un picco di 7 milioni di spettatori e del 62,73% di share durante la serata finale), funzioneranno senz’altro da traino per il turismo italiano in Honduras. Secondo l’Istituto hondureño del turismo (Iht) le presenze di nostri connazionali nel 2004 sono state 11 mila (poche se si pensa ai 178 mila statunitensi). Ma l’ambasciatore mi racconta che “dall’inizio delle trasmissioni le richieste di informazioni ai loro sportelli sono aumentate del 90%”. Che legame c’è tra trasmissioni televisive di grande successo e luoghi che le ospitano? E, alla fine, chi paga chi? Un altro esempio clamoroso riguarda lo sceneggiato “Capri”, in onda in queste settimane su Rai 1, che ha sbaragliato i concorrenti della prima serata: la fiction (nata da un’idea di Carlo Rossella, attuale direttore del Tg5) è stata finanziata dalla Regione Campania con 600 mila euro. Non è un caso che la trasmissione si apra con abbondanti riprese aeree del mare e dei faraglioni, della grotta azzurra e dei luoghi più famosi dell’isola. In piccolo, quello che è successo per l’Isola dei famosi. Qui l’Honduras ha messo gratuitamente a disposizione della produzione italiana un isolotto nell’arcipelago dei Cayos Cochinos, una riserva marina protetta gestita da una Fondazione privata (l’altro, quello in vendita sul web, è stato affittato a Magnolia da un privato).

Le isole scelte come set del reality Rai sono destinate a diventare una nuova Cancún, la città messicana che trent’anni fa era solo “paludi e serpenti” e oggi è una delle mete del turismo globale, con 3 milioni di arrivi l’anno. Le isole sono abitate, almeno in parte, da comunità di garifunas, un’etnia indigena afro-discendente (vedi box a fianco) sparsa in comunità di pescatori lungo tutta la costa Atlantica del Paese. Comunità che non si arrendono: non ci stanno ad essere spogliate delle terre dove vivono da oltre duecento anni. Fin dalla creazione dell’area protetta, all’inizio degli anni ‘90, sono stati stabiliti vincoli alla pesca: secondo Ofraneh, l’Organización fraternal de los pueblos negros de Honduras, che rappresenta i garifunas, questo ha messo in pericolo la sussistenza delle comunità. Ma, addirittura, durante la permanenza dei (finti) “naufraghi” alle popolazioni indigene è stato vietato di pescare nel tratto di mare compreso tra le due isole. Per tre mesi i garifunas non sono potuti uscire in canoa tra i Cayos. E il pesce è fondamentale per l’auto-consumo e la sussistenza delle comunità.

Per entrare nelle isole dell’arcipelago i turisti pagano 10 dollari che finiscono nelle casse dalla Fondazione Cayos Cochinos. Sono pagati direttamente sulla barca, anche da coloro che si recano al Cayo Chachahuate, dove vive l’unica comunità garifuna dei Cayos Cochinos, che gestisce servizi d’accoglienza turistica comunitari.

La Fondazione non li ha mai incoraggiati: ha come obiettivo un turismo d’élite, che non prevede la presenza degli indigeni. “Cercano di rendere la vita talmente difficile ai garifunas da costringerli ad abbandonare l’isola, su cui vogliono sviluppare progetti turistici”, osserva Mauro D’Ascanio; con una delegazione internazionale del Collettivo Italia Centro America (www.puchica.org) ha visitato i Cayos Cochinos alla fine dell’estate, raccogliendo le testimonianze dei pescatori della zona.

Secondo l’ambasciatore dell’Honduras gli effetti “diretti e indiretti” dell’Isola dei famosi si misureranno alla fine della prossima stagione estiva. Se aumenteranno i turisti italiani questo vorrà dire anche nuovi investimenti immobiliari e nuove speculazioni. “Il mercato per il momento è saturo. Senza nuovi investimenti il turismo italiano non potrà crescere più di tanto” spiega Camilla Polenghi, un’agente immobiliare italiana che vive in Honduras, dove con soci locali ha aperto un’agenzia, la Islanders Real Estate. Al momento ci sono solo due villaggi vacanza “italiani” nella zona dei Cayos Cochinos e il volo charter che parte ogni settimana dall’aeroporto di Malpensa è sempre pieno. Ma se cresce la domanda, ci sarà bisogno di nuovi aerei e di nuove strutture. È Camilla a trattare la cessione dell’isolotto delle dirette: il proprietario -un italiano di nobile casato che lo ha acquistato una trentina di anni fa- ha deciso di vendere, e ha usato l’Isola dei famosi come veicolo pubblicitario. Non è il solo: a inizio ottobre Camilla ha pubblicato sul web decine di annunci immobiliari, invitando a “comprarsi oggi” una casa sull’Isola dei famosi. In vendita ci sono una cinquantina di lotti: accanto a villette e residence, anche “grandi appezzamenti di terreno ed isole private per importanti investimenti o speculazioni su attività turistiche”. Dieci ettari sull’isola di Guanaja costano un milione di euro; 3 milioni di dollari una proprietà di 60 ettari con tre spiagge. Nel mondo del turismo globale c’è spazio per l’ennesimo villaggio.

I pirati della baia
Quale modello di sviluppo turistico abbia in mente il governo dell’Honduras per la costa Atlantica lo “spiega”, in dettaglio, il progetto de Los Mycos beach and golf resort (foto sopra). Alberghi di lusso, 2 mila appartamenti, 6 multi-residence per un totale di 168 ville; e ancora: centri commerciali, parchi tematici e di intrattenimento. Per finire, un campo da golf e un villaggio garifuna “originale” ricostruito all’interno del complesso. Un “mostro” calato dall’alto su oltre 300 ettari di mangrovie nella Laguna de los Mycos (foto a lato), tra i villaggi di Tornabé e San Juan nella Bahia de Tela. Un investimento stimato tra i 140 e i 200 milioni di dollari per il quale il governo è alla ricerca di investitori stranieri che affianchino Promotora de Turismo (Promotour), l’agenzia di proprietà di Jaime Rosenthal Oliva, uno degli imprenditori più ricchi dell’Honduras, che pretende il controllo delle terre di San Juan Nuevo.

Terre che fanno parte, però, del titolo di proprietà collettiva della comunità di San Juan: “1.775 ettari che i garifuna utilizzano dal 1911”, precisa la Organización fraternal de los pueblos negros de Honduras. Nel maggio del 2004, il presidente dell’Honduras Ricardo Maduro ha incontrato a Roma l’allora capo del governo Silvio Berlusconi e il sottosegretario agli Esteri Baccini. Oggetto della riunione era “la partecipazione del capitale italiano al progetto Bahia di Tela, che inizierà appena possibile e sarà uno dei maggiori fattori di sviluppo turistico sulla costa atlantica”. L’allora ministro hondureño del Turismo Thierry de Pierrafeu ce lo ha confermato, assicurando la disponibilità di Simest (www.simest.it) -la finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all’estero controllata dal governo italiano (che attraverso il ministero del Commercio internazionale detiene il 76% del capitale azionario)- a finanziare la partecipazione di imprese italiane nel progetto.

Chi minaccia i garifuna
I garifuna, i negri dell’Honduras, sono centocinquantamila, il 2% della popolazione del Paese, secondo le statistiche ufficiali. Per i dirigenti di Ofraneh, l’Organización fraternal de los negros de Honduras, che lavora dagli anni Settanta in una trentina di comunità dislocate lungo tutta la Costa Atlantica del Paese centroamericano, sono invece cinque o seicentomila (compresi quelli che vivono all’estero, principalmente negli Stati Uniti d’America).
Giunti in Honduras alla fine del ‘700, provenienti dall’isola caraibica di Sao Vicente, vivono dedicandosi alla pesca e all’agricoltura. Difendono la cultura tradizionale (la lingua, il ballo della punta) e il diritto alla proprietà collettiva della terra contro lo sfruttamento turistico imposto dal Governo a partire dagli anni ‘90. Nel corso degli ultimi anni Ofraneh ha documentato numerose violazioni dei diritti umani, attentati e omicidi nei confronti di dirigenti dell’organizzazione ed appartenenti all’etnia garifuna.

Privatizzazioni nascoste
La privatizzazione delle terre indigene in Honduras avanza “in maschera”, nascosta dietro un programma di certificazione dei titoli di proprietà individuale finanziato dalla Banca mondiale (il Programa de administración de tierras de Honduras, Path). Il primo passo è una parcellizzazione delle proprietà comunitarie ancestrali. Quando un appezzamento di terreno è diventato “proprietà privata” dell’abitante di una comunità, è più facile che questi si trovi costretto (o sia obbligato) a vendere. A nulla vale che la Costituzione, all’art. 346, riconosca che “è un dovere dello Stato dettare norme a protezione dei diritti e degli interessi delle comunità indigene esistenti nel Paese, e in special modo delle terre e dei boschi dove queste risiedano”, né che l’Honduras abbia ratificato -nel giugno del 1994- l’Accordo n. 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) sui diritti dei popoli indigeni e tribali in Paesi indipendenti. Il 70% del territorio dei garifuna è ormai in mano a terzi. Ovunque, il governo preme per poter sviluppare megaprogetti turistici.

Se 600 mila euro vi sembrano pochi
La fiction in onda su Rai 1 da metà ottobre è la prima produzione importante per la Film Commission Regione Campania (Fcrc). Per realizzare “Capri” (nella foto sotto due degli attori), la Regione ha contribuito con 600 mila euro. Secondo l’assessore al Turismo della Campania “le immagini di Capri e delle altre meravigliose località entrando direttamente nelle case degli italiani attireranno nuovi turisti, facendo da traino a località meno conosciute. Il periodo della messa in onda della serie tv coincide con l’obiettivo che intendiamo raggiungere, e cioè presentare in anticipo e per tempo le opportunità di viaggio in Campania”.
La Fcrc è stata creata nel 2004 con la “missione” di “promuovere nel mondo la Campania come set ideale per la produzione di film, serie televisive, spot pubblicitari ed altri prodotti dell’audiovisivo”. Tra i suoi obiettivi anche “l’individuazione di sistemi di finanziamento per le opere che potranno garantire per qualità o impegno distributivo la migliore visibilità del territorio”.

Perché non incontro mai Gerry Scotti
Sapendo che lavoro a un programma di Canale 5, mia madre mi chiede sempre di salutarle Maria De Filippi e Gerry Scotti. Quando le spiego che non lavoro con loro due, ribatte “lo so, ma li incontrerai in mensa, no?!”. In tre anni non ho mai pranzato con la De Filippi, né mangiato l’omonimo riso insieme a Gerry Scotti. Forse perché la mia sede di lavoro non è Cologno Monzese, ma un anonimo ufficio di Milano. Ma questo mia madre non può saperlo, perché come la maggioranza dei telespettatori crede che la tv sia una grande fabbrica, anzi due grandi fabbriche, Rai e Mediaset, e una piccola azienda, La7, dove tutti quelli che ci lavorano sono colleghi. Non è così. Da una decina d’anni a questa parte le reti televisive producono sempre meno programmi e ne acquistano sempre di più. I programmi che vediamo in tv vengono confezionati da case di produzione esterne come Endemol, Magnolia, Grundy, Einstein, Ballandi tanto per citare le più potenti. L’Isola dei famosi, per esempio, è trasmessa da Rai 2, ma è prodotta da Magnolia, la casa di produzione di proprietà di Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5 ed enfant prodige della televisione italiana. Gli autori (quelli che decidono cosa mandare in onda, che linea tenere nei montaggi e, per la parte in studio, la struttura e la scaletta del programma), i redattori, i ragazzi che sbobinano ore e ore di girato, i montatori e tutta la forza lavoro che ha confezionato il programma dall’Honduras lavorano per Magnolia. La casa di produzione di Gori è di fatto un fornitore che vende a Rai 2 il programma fatto e finito, dal format originale alla scrittura della versione italiana, dalla scelta degli ospiti a quella dei concorrenti. L’Isola è il programma di punta di Magnolia, così come il Grande Fratello lo è (stato) per Endemol. Ma le case di produzione non vendono solo programmi per la prima serata: moltissime trasmissioni sono produzioni esterne, dalla “Prova del cuoco” (Endemol) a “Sos tata” (Magnolia) passando per “Un posto al sole” (Grundy).

Oltre allo sfruttamento dei diritti sui format originali, la logica dell’acquisto di una trasmissione da soggetti esterni si basa sul forte contenimento dei costi. Queste case di produzione hanno pochissimi dipendenti assunti a tempo indeterminato e grazie al massiccio impiego di contratti di collaborazione riescono ad utilizzare -e dunque a pagare- le persone solo per la durata del programma. Un ulteriore gradino in questa scala di subappalti è la parte tecnica. Rai 2 trasmette l’Isola dei famosi, Magnolia produce il programma, ma l’attrezzatura tecnica, utilizzata soprattutto per le riprese esterne, è di un service che affitta a Magnolia attrezzature e cameramen. Il paradosso è che pur facendo televisione queste case di produzione non sono proprietarie neppure di una telecamera. È un po’ come andare alla Fiat e non trovare neanche un cacciavite. Per questo, cara mamma, in mensa non troverò mai Gerry Scotti.

Roberto Zimuda

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