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Economia / Attualità

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia

Le vecchie "mille lire"

La moneta nazionale italiana è sempre stata molto debole: la sua difesa ha causato problemi, tra cui spirali inflazionistiche, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. E in alcuni casi per affrontare le crisi della lira l’Italia ha dovuto accettare limitazioni alla propria “sovranità nazionale” -tema oggi caro a chi attacca l’euro-. L’analisi di Alessandro Volpi

Sembra affermarsi con sempre maggiore insistenza, come tema centrale del dibattito politico, un continuo richiamo alla lira, caratterizzato da una profonda nostalgia e dall’auspicio di un ritorno ad una presunta età dell’oro caratterizzata dalla presenza delle monete nazionali. Rispetto ad una simile ondata “passatista” può essere utile mettere in fila alcuni elementi suggeriti dalla storia della nostra vecchia moneta che non dovrebbero farla rimpiangere troppo.

1) La lira è stata una moneta molto debole, fatti salvi pochi fortunati momenti. Già prima della nascita della Banca d’Italia, avvenuta nel 1893, la lira italiana emessa dalla Banca nazionale si trovò spesso sull’ottovolante, a partire dal 1866, quando fu sospesa la sua convertibilità, fino alla tempesta della Banca romana. Gli affanni proseguirono con la crisi del 1921 e soprattutto con la politica mussoliniana di Quota novanta, con cui il duce tentò un improponibile e costosissimo cambio tra sterlina e lira, fissato appunto a 1 a 90, che i grandi operatori rifiutarono, mettendo l’Italia fuori dai mercati e costringendola ad avviare una dura quanto retorica fase autarchica. Dopo la seconda guerra mondiale, le debolezze proseguirono con una sequenza micidiale di crisi; nel 1963-64, quando sulla moneta si scaricarono le tensioni sociali e politiche determinate dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica, nel 1973, allorché la lira fu colpita ancora più duramente di altre divise dagli effetti del primo grande shock petrolifero, e nel 1976, anno di una delle più pesanti svalutazioni della moneta italiana. Il 13 settembre 1992 poi il governo Amato fu costretto ad annunciare l’uscita della lira dal sistema monetario europeo (SME) e ad accettare una significativa svalutazione, di fatto imposta dalla Germania. Da quel momento, fino all’entrata in vigore dell’euro, nonostante i tanti sacrifici contenuti dalle varie finanziarie, il destino della nostra moneta non si risollevò.

2) Questa debolezza cronica ha visto conseguenze rilevanti sui conti pubblici italiani almeno su due piani ben evidenti. In primo luogo è costata moltissimo alla Banca d’Italia che ha dovuto impiegare molte risorse per difendere il cambio della lira dagli attacchi speculativi provenienti dalle altre monete. Ogni qual volta le criticità politiche del quadro italiano o le difficoltà economiche mettevano la lira al centro delle tensioni, il governatore di Bankitalia doveva utilizzare tante risorse pubbliche per agire sul mercato dei cambi e riportare la nostra moneta in linea di galleggiamento. Ciò avvenne spesso sia durante il periodo di Guido Carli sia in quello di Carlo Azeglio Ciampi. I costi pubblici della lira debole sono stati poi particolarmente alti a causa dell’innalzamento dei tassi di interesse pagati sui titoli di stato denominati, appunto, in lire. Nel 1990 il tasso medio di interesse dei titoli di Stato sfiorava il 13 per cento, due anni più tardi nel pieno della già ricordata crisi della lira, il medesimo tasso era salito al 14 per cento con punte massime del 17,79 per i BOT annuali. Per tutti gli anni successivi, mentre il debito pubblico cresceva rapidamente, i tassi continuarono a mantenersi intorno al 10 per cento. Solo con l’avvento dell’euro, nonostante l’ulteriore impennata del nostro debito, i tassi crollarono abbattendo così una delle principali voci della spesa pubblica: nel 2004 il tasso medio dei titoli di Stato era caduto al 2,66 e persino durante la bufera degli spread del 2011 e 2012 tale tasso non si è allontanato troppo dal 3 per cento.

3) La debolezza della lira ha generato una continua svalutazione che ha prodotto a sua volta molteplici conseguenze negative a cominciare da una costante pulsione inflazionistica, destinata ad erodere il potere d’acquisto degli italiani, solo in parte compensata dalla maggiore competitività attribuita alle merci italiane dal deprezzamento della valuta nazionale. Il combinato disposto di svalutazione e inflazione ha infatti generato una cattiva distribuzione della ricchezza favorendo i settori votati all’esportazione rispetto al resto dell’economia dipendente invece dai consumi interni. Inoltre il fatto di fondare la competitività italiana quasi interamente sulla debolezza della lira ha drogato il sistema produttivo, bloccando qualsiasi ipotesi di ristrutturazione finalizzata a premiare i settori più innovativi. 
Inoltre, per evitare che la crisi della lira si trasformasse nel suo fallimento sono state necessarie manovre finanziarie durissime, in particolare proprio dopo la già ricordata uscita dallo SME, quando furono poste in essere due leggi finanziarie da circa 150mila miliardi di lire con un forte incremento della pressione fiscale e con la firma di accordi pesantissimi per i redditi dei lavoratori.

4) Ci sono poi due ulteriori aspetti, in parte tra loro correlati, che sono riconducibili alla debolezza della lira. Le molteplici crisi citate sono state affrontate con un forte dispendio di risorse pubbliche ma hanno avuto bisogno, sempre, di interventi esterni che hanno certamente limitato la sovranità italiana: così è avvenuto con la benevolenza degli Stati Uniti nel 1963 e con la non ostilità europea nel 1976 e nel 1992. Non è del tutto vero dunque che con la moneta nazionale il nostro Paese non subisse condizionamenti esterni. Il secondo aspetto consiste nelle continue fughe di capitali dall’Italia dettati proprio dalle incertezze della lira e dalle strategie di attrazione poste in essere dagli altri Paesi; un’emorragia che si almeno in parte arginata con l’euro. Rimpiangere i vecchi tempi andati non rappresenta, talvolta, la migliore soluzione.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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