Interni / Varie

L’Intesa perduta

Dai treni “Italo” ai voli Alitalia, dalle autostrade lombarde all’aeroporto di Torino. Viaggio alla scoperta delle “partecipazioni” della prima banca italiana. Sofferenze incluse

Tratto da Altreconomia 167 — Gennaio 2015

I numeri di Intesa Sanpaolo sono quelli del leader: oltre undici milioni di clienti (tra retail e corporate), in Italia, hanno scelto di affidare i propri risparmi al gruppo bancario che è nato nel 2007 dalla fusione per incorporazione di Sanpaolo IMI in Banca Intesa. A fine settembre 2014, la raccolta diretta bancaria -quella dei clienti, che possono usare una rete di 4.500 sportelli- sommava quasi 373 miliardi di euro.
Sono le gambe solide su cui poggia il torace possente di un gruppo bancario che da tempo ha smesso di far solo la banca: Intesa fa viaggiare i treni (rigorosamente sui binari dell’Alta velocità), costruisce autostrade e poi riscuote i pedaggi, vi augura un “buon volo” dopo avervi fatto allacciare le cinture di sicurezza, costruisce quartieri residenziali e centri commerciali. Da anni, inoltre, risponde al telefono quando chiamiamo il 187, ovvero il numero dell’Area Clienti dell’ex monopolista pubblico, Telecom Italia. Le altre società “partecipate” da Intesa Sanpaolo che svolgono i mestieri più disparati si chiamano, tra le altre, Euromilano, Risanamento, Alitalia, BreBeMi e Nuovo trasporto viaggiatori (NTV, quella dei treni “Italo”), ed è colpa loro se il fisico prestante del gruppo bancario ha qualche acciacco, anche se il conto economico non lo evidenzia, e saluta i primi nove mesi del 2014 con utili record per 1,22 miliardi di euro.

Il nodo si chiama “rettifica di valore delle partecipazioni”, ed è una di quelle voci che nei comunicati stampa diffusi all’atto di approvazione del bilancio di una banca non vengono pubblicizzate, restando nascoste nelle pieghe della relazione allegata. Nel caso di Intesa, però, i valori di molte partecipazioni sono stati rivisti al ribasso (ad esempio, a fine 2013, quelli di Alitalia per un valore di bilancio consolidato pari a 20 milioni di euro e di Risanamento spa per 40 milioni, da 46 a 6), ed è anche per questo che i vertici del gruppo bancario hanno deciso di uscire, di vendere: “Il nostro piano [industriale, ndr] dice che usciremo da tutte le partecipazioni non di natura bancaria cercando di tutelare il valore patrimoniale della partecipazione” ha detto a settembre 2014, a Cernobbio, a margine del Forum Ambrosetti, il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. Le sue parole sono state riportate dall’agenzia di stampa Radiocor, e sono indicative: la linea c’è, ma seguirla oggi sembra troppo difficile per l’istituto bancario. Colpa di scelte fatte in passato, quando Intesa ha investito e prestato denaro a imprese che si sono trovate in difficoltà nel pagamento delle rate, e che al momento di rinegoziare il credito in sofferenza hanno portato a scegliere l’opzione di una conversione in azioni. 
È per questo che a breve, nella lista delle partecipate eccellenti entreranno anche Burgo -che produce carta con cui si stampano quotidiani e periodici- e Sorgenia, e allora la banca potrà inviare a casa vostra anche le bollette di energia e gas.

Esistono casi in cui sofferenze e partecipazioni definite non core, cioè non essenziali, sono collegate: dall’ufficio stampa del gruppo bancario spiegano di non poter diffondere dati relativi alle posizioni dei singoli debitori, ma c’invitano a guardare alla nuova unità di business creata a inizio novembre 2014, una specie di bad bank interna a Intesa Sanpaolo che si chiama Capital Light Banking, cui è affidato un portafoglio di 46 miliardi che comprende tanto sofferenze (per 27 miliardi di euro circa) quanto partecipazioni non core (per 2 miliardi), che dovrebbero essere cedute entro il 2017. Dovrebbero, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo l’economia reale.

Se è stato semplice, ad esempio, cedere le azioni di Assicurazioni Generali (nel 2013), o quelle di NH Hotels (in più tranche, l’ultima a novembre 2014), diverso è il caso di Alitalia. Il processo di fusione della ex compagnia di bandiera con Ethiad ha ricevuto a metà novembre il visto buono della Commissione europea, ma tra i punti “nevralgici” dell’accordo per l’integrazione tra i due vettori c’era una rinegoziazione del debito finanziario di Alitalia, per oltre mezzo miliardo di euro, una cifra più o meno pari al rosso registrato nel 2013 dall’azienda, che comunque chiude dal 2009 bilanci costantemente negativi. È così che Intesa Sanpaolo, che era stata la regista dell’operazione che aveva portato una serie di imprenditori italiani (guidati da Roberto Colaninno, di Piaggio) ad acquistare Alitalia, dando vita a CAI (Compagnia Aerea Italiana), resta impigliata in pista, per un’operazione che si chiude -secondo i calcoli di Gianni Dragoni per Il Sole 24 Ore “dopo aver perso un miliardo e 252 milioni di euro da dicembre 2008 al 30 giugno scorso”. A inizio dicembre è stato indicato il nome del nuovo presidente di Alitalia-Ethiad: sarà Luca Cordero di Montezemolo, che è socio di Intesa Sanpaolo in un’altra “avventura” imprenditoriale  per il momento poco felice, quella di Nuovo trasporto viaggiatori (NTV), la società dei treni “Italo”. NTV sarebbe esposta per 394 milioni di euro nei confronti di Intesa Sanpaolo, che è anche azionista della società al 20 per cento. La semestrale di Intesa indica che la banca avrebbe “aderito all’accordo di moratoria fino al 31 dicembre 2014 a favore della società [NTV, ndr], avente ad oggetto capitale, interessi e commissioni previsti dai contratti di finanziamento e di leasing”, e classificato a “incaglio” i rapporti detenuti “con alcune società del gruppo” Nuovo trasporto viaggiatori. Se anche Carlo Messina, che è Consigliere Delegato e Chief Executive Officer di Intesa Sanpaolo dal 29 settembre 2013, ritenesse poco lungimiranti le scelte dei suoi precedessori alla guida del gruppo bancario, la strada del cambiamento è difficile.

È a Corrado Passera, che è stato ai vertici di Intesa e poi di Intesa Sanpaolo per un decennio, dal 2002 alla fine del 2011, prima di diventare ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo guidato da Mario Monti,  che si deve la partecipazione di Intesa al capitale azionario delle concessionarie autostradali incaricate della costruzione e gestione delle tre grandi opere lombarde che rispondono ai nomi di Pedemontana Lombarda, BreBeMi (la direttissima Brescia-Bergamo-Milano) e Tangenziale Est esterna di Milano (TEEM), tutte contenute nel dossier Expo.
Solo la BreBeMi è già stata inaugurata, a metà luglio 2014.
Tra i problemi di questi investimenti c’è l’impatto ambientale delle infrastrutture, dal momento che occupano (o andranno a occupare) oltre mille ettari di terreni agricoli, più 202 ettari di suoli naturali o seminaturali, secondo i calcoli del Centro di ricerca sui consumi di suolo (consumosuolo.org). Ma c’è anche quello della sostenibilità economica: nel caso della Pedemontana Lombarda, ad esempio, accanto a un finanziamento pubblico diretto di 1,24 miliardi di euro nell’estate del 2014 ha ottenuto anche l’accesso a misura di defiscalizzazione, cioè a un’esenzione fiscale totale nel periodo compreso tra il 2016 al 2027, per un valore stimato di minori incassi per lo stato che sarebbero di circa 800 milioni di euro, pari a 67 milioni all’anno per 12 anni.  

Del dossier Expo fa parte anche un altro cantiere “appannaggio” di una società partecipata da Intesa Sanpaolo, cioè Euromilano, che si occupa di sviluppo immobiliare ed è impegnata a realizzare un nuovo quartiere residenziale nell’area della ex Cascina Merlata, che misura complessivamente oltre 540mila metri quadrati. Risulta unita al “sito Expo”, nel quadrante Nord-Ovest di Milano, da una passerella che attraversa l’autostrada A4. Tra maggio e ottobre 2015, infatti, circa 400 delle nuove residenze realizzate da Euromilano (i soci di Intesa si chiamano Unipol, Canova e ad alcune cooperative attive nei settori dell’edilizia) diventeranno il “Villaggio Expo” dedicato alle delegazioni straniere.
Inoltre, l’area di Cascina Merlata è stata individuata per ospitare uno dei parcheggi di Expo (che avrebbero dovuto essere “remoti”, e invece in questo modo risultano attaccati al sito espositivo, con il rischio di congestionare il traffico nell’area), che “occuperà” parte dell’area originariamente destinata a parco. La realizzazione è stata aggiudicata attraverso una “procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara” al Consorzio Eureca, cioè le cooperative CMB e Unieco. I parcheggi temporanei saranno consegnati il 15 aprile 2015, a due settimane dalla prevista inaugurazione dell’Esposizione universale. Il valore dell’appalto (finanziato dallo Stato a fondo perduto) è di quasi 22 milioni di euro.

Anche a Sud-Est di Milano, Intesa è impegnata come immobiliarista. Detiene il 48 per cento delle azioni di Risanamento spa, la società quotata in Borsa impegnata nella realizzazione del progetto Santa Giulia. Le azioni sono un’eredità di Luigi Zunino, figlie dell’esposizione che il gruppo bancario registrava nei confronti dell’imprenditore piemontese quando due pm della Procura di Milano ne chiesero il fallimento, nel luglio del 2009.
L’ultima semestrale di Risanamento spa, quando sono passati quasi 10 anni dalla presentazione del progetto di una “neo città nel lusso” con appartamenti da 8mila euro al metro quadrato, disegnata dall’archistar Norman Foster, evidenzia come il progetto sia ancora fermo ai blocchi di partenza. Colpa del sequestro giudiziario che ha coinvolto l’area, che ospitava uno stabilimento Montedison: chi ha iniziato a costruire, lo ha fatto senza bonificare. Sono passati oltre quattro anni. Da allora la polvere di Santa Giulia s’accumula negli ingranaggi della banca più grande d’Italia. —
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia