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L’interesse sull’interesse

Tre banche sono state condannate perché praticano “interessi anatocistici passivi”, fuori legge dal 2014. In pratica, hanno continuato a conteggiare gli interessi sul saldo debitore ogni trimestre, a esporli come “voce” nell’estratto conto e ad utilizzarli nel trimestre successivo come interessi sul quale calcolare ulteriori interessi. La condanna, però, non obbliga a restituire il denaro

Tratto da Altreconomia 173 — Luglio/Agosto 2015

All’inizio di maggio Pasquale ha ricevuto una lettera dalle sua banca, la Popolare di Milano. La “circolare alla clientela”, di una pagina, è datata 24 aprile 2015, e l’oggetto recita “anatocismo bancario”. Il taglio è asciutto: in testa viene citata un’ordinanza emessa da un tribunale in aprile, di cui è riportato un estratto del dispositivo, dopodiché c’è un accenno a un non ben precisato “quadro normativo di riferimento in materia di capitalizzazione degli interessi” e infine un “cordiale saluto”. Pasquale non immagina che con quella discreta missiva la “sua” banca sta riconoscendo in realtà una responsabilità non banale, che è quella cioè di non aver applicato per oltre un anno una norma a tutela dei consumatori. Così ripiega quell’avviso, lo infila nella busta e lo porta in redazione.
Quell’ordinanza citata nella lettera di BPM è del Tribunale di Milano. Il Movimento Consumatori era riuscito a portare in giudizio la banca di Pasquale e Deutsche Bank, accusate d’aver continuato ad addebitare “interessi anatocistici passivi” nonostante il divieto entrato in vigore fin dall’1 gennaio 2014, dopo la modifica dell’articolo 120 del Testo unico bancario. In pratica, le due banche in questione hanno continuato a conteggiare gli interessi sul saldo debitore ogni trimestre, a esporli come “voce” nell’estratto conto e ad utilizzarli nel trimestre successivo come interessi sul quale calcolare ulteriori interessi (detti “interessi composti”). Una “prassi” bloccata appunto per legge, con quelli che il Tribunale di Milano ha definito “paletti invalicabili”.
Come BPM e Deutsche Bank, anche ING Bank avrebbe ignorato le regole forti di una giustificazione che i magistrati di Milano hanno smentito: l’adeguamento al nuovo regime (iniziato dal primo giorno del 2014) sarebbe condizionato a una delibera del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR), presieduto dal ministro dell’Economia e composto dai titolari delle Politiche agricole, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei trasporti e delle Politiche europee (andrebbe aggiornato visto che un ministero non esiste più, sostituito da un sottosegretario al momento). “Alle riunioni del Comitato -si legge su mef.gov.it, ndr- partecipa, senza diritto di voto, il Governatore della Banca d’Italia”. Quella stessa Banca d’Italia che ha fornito un “parere” a sostegno della tesi delle banche “inibite” a Milano. Ma come detto l’attesa di un intervento del CICR, secondo il Tribunale, è un pretesto dato che “nessuna specificazione tecnica di carattere secondario -si legge nell’ordinanza di aprile, ndr- potrebbe limitare la portata o disciplinare diversamente la decorrenza del divieto”.

Ecco dunque spiegato il senso della lettera ricevuta da Pasquale: a 400 giorni dal divieto, le banche s’accodano alla norma, ma la “questione anatocismo” non è esaurita. A fine maggio, infatti, il Movimento Consumatori (www.movimentoconsumatori.it) ha rilanciato la vertenza con due esposti, uno all’Antitrust e uno alla Banca d’Italia per “accertare se l’applicazione di interessi anatocistici passivi costituisca pratica commerciale scorretta”, nel primo caso, e nell’altro per chiedere di “adottare i provvedimenti previsti per legge, tra cui l’immediata restituzione di tutti gli interessi anatocistici corrisposti dai clienti dal primo gennaio 2014”. Il fuoco si è allargato. Da tre, le banche (e i relativi fogli informativi) finite sotto la lente dell’associazione sono 30. Da Carige a BNL, da Bancoposta-Poste Italiane a Banca Sella, da Intesa Sanpaolo a Unipol Banca, da Chebanca! a Unicredit.
Insieme al segretario generale Alessandro Mostaccio, Paolo Fiorio, avvocato, coordinatore dell’“Osservatorio Credito & Risparmio” del Movimento Consumatori, fornisce un quadro quantitativo: “Si può stimare che gli interessi anatocistici corrisposti in Italia nel 2014 si assestino in un ammontare complessivo pari a oltre 2 miliardi di euro”. 

Peccato che il danno patito da ciascun consumatore sia limitato (centinaia di euro al massimo per persona): “Il singolo potrebbe aderire ad un’azione di classe proposta in merito a quella materia per ottenere la restituzione degli interessi -spiega Fiorio-. Il problema è che il danno è parcellizzato, individualmente molto basso ma collettivamente molto alto. Quindi aderire a un’azione di classe diventa un’attività onerosa, e non sempre conveniente, tanto che abbiamo chiesto uno strumento diverso: un’azione con risarcimento diretto da parte dell’impresa”. La richiesta è legata all’iter parlamentare del ddl 1335, la “nuova” azione di classe (class action), presentato nel lontano luglio 2013, approvato con modifiche il 3 giugno dalla Camera dei Deputati e accolto con “fortissima contrarietà” da Confindustria ancor prima che approdasse al Senato (dov’è in discussione). Intervistato da Il Sole 24 Ore, il deputato Pd Giampaolo Galli, che di Confindustria è stato direttore generale, ha definito la legge “frettolosa”, “volano al contenzioso”, “che rischia di attenuare gli effetti del Jobs Act” e “strumentale”. Secondo l’avvocato Fiorio, invece, l’azione di classe partorita alla Camera ha mosso passi importanti, ma non ancora sufficienti: “Tra gli elementi più convincenti c’è l’allargamento  delle materie cui potrà rivolgersi l’azione, non solo più quelle 4 o 5 selezionate dal Codice del consumo. Inoltre sarà possibile aderire all’iniziativa anche dopo la sentenza che accoglie l’azione di classe, creando inoltre un sistema più efficiente per la liquidazione del danno e determinando incentivi importanti per consentire che qualcuno quell’azione si convinca a promuoverla”.
Restano sul piatto le proposte migliorative: “È necessaria un’azione semplificata -ribadisce Fiorio-. Quando l’impresa sa chi sono i danneggiati, come capita nel caso delle banche e non per chi produce auto ad esempio, quando il danno è lo stesso per tutti e basta una operazione matematica per la sua quantificazione, il risarcimento del danno deve essere diretto. L’azienda sa chi sono i danneggiati e ne conosce il conto corrente, il risarcimento deve quindi avvenire senza passare dall’adesione all’azione, che sarà sempre rara data la pochezza del danno particolare”.

Dopo aver ricevuto la missiva spedita a fine aprile, Pasquale non ha più saputo nulla e forse s’è già dimenticato di quell’oggetto (“anatocismo bancario”). L’ordinanza del Tribunale che inibiva la “sua” banca prevedeva che il dispositivo venisse pubblicato “sulla home page del rispettivo sito web”. Potrebbe recuperare informazioni e orientarsi sul ricorso, dunque. Basta andare sul sito, raggiungere lo strumento “cerca” e scrivere “anatocismo”: zero risultati. “Tribunale”, zero risultati. “Cosentini” (il nome del presidente del collegio giudicante), zero risultati. Nel frattempo è partito il video che celebra i 150 anni del gruppo BPM, e la busta è già stata ripiegata. —

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