Economia / Opinioni

L’inflazione potrebbe far saltare intere reti di protezione sociale

Se non si interviene sulla natura finanziaria dei prezzi, sulla difesa del potere d’acquisto reale, sul costo del debito e su una seria redistribuzione fiscale, le attuali condizioni dell’economia internazionale e italiana tenderanno a generare un ulteriore approfondimento delle disuguaglianze. L’analisi di Alessandro Volpi

© Emil Kalibradov, unsplash

Il dato strutturale dei prossimi anni è rappresentato da una forte crescita dell’inflazione, che segnerà una significativa riduzione del potere d’acquisto, colpendo in particolare, per la sua natura di “tassa indiretta” le fasce più  povere della popolazione. Per fronteggiare un simile rischio servirebbero almeno quattro diversi interventi.
Il primo è la riduzione della natura finanziaria dei prezzi, eliminando quanto più possibile i meccanismi speculativi. Ciò significa riportare, prima di tutto in termini normativi, la finanza dei derivati al ruolo di strumento di assicurazione contro le oscillazioni di prezzo dell’economia reale. I prezzi devono essere il risultato dal rapporto tra offerta e domanda reale, non il portato di scommesse. Questo implica, come accennato, una modifica della normativa italiana e dei regolamenti comunitari, in particolare di quello del 2012.

Il secondo intervento da mettere in atto riguarda l’adozione di un sistema di indicizzazione delle retribuzioni che difenda il potere d’acquisto reale, muovendo dal presupposto che oltre dieci anni di deflazione hanno smontato questi meccanismi che ora, con la ripresa dell’inflazione, dipendente dell’energia in primis, sono indispensabili. Si tratta di un’esigenza che non può essere affidata solo ai rinnovi contrattuali che arrivano tardi, sono insufficienti e coprono una parte limitata dei lavoratori.

La creazione di un’agenzia europea per il collocamento dei debiti pubblici è il terzo intervento necessario da mettere in atto per fronteggiare il rischio di una crescita dell’inflazione. È evidente che il principale strumento utilizzato di fronte alle crisi del 2008 e del 2011, in particolare dopo il 2012, è stato costituito dall’azione espansiva delle banche centrali. Oggi l’inflazione rischia di paralizzare questa azione monetaria che ha permesso di finanziare gran parte della spesa pubblica con il debito a tassi negativi. Bloccare un simile strumento decisivo avrebbe dunque riflessi sociali drammatici; per scongiurare tale scenario serve un’agenzia europea che sostenga i debiti pubblici nazionali, continuando a consentirne il finanziamento  a tassi decisamente sostenibili.

A questo riguardo occorre aggiungere un ulteriore elemento di chiarezza. La pandemia da Covid-19 è stata affrontata in termini economici con il ricorso alla spesa pubblica e al debito. Oltre 200 miliardi di euro, in due anni, in larghissima parte finanziati con l’emissione di debito, di fatto garantito e acquistato con risorse della Banca centrale europea. Ciò è avvenuto a tassi di interesse prima negativi e poi saliti, nel caso dei decennali, fino al 2%.

In sintesi, la crisi è stata contenuta attraverso l’intervento dello Stato e attraverso il debito “europeo”. Oggi i tassi di interesse dei Btp a dieci anni sono saliti al 3,15% e quelli indicizzati sono schizzati sopra il 5%; una lievitazione improvvisa ma destinata a crescere ancora perché se l’inflazione arriva al 7-8% non basteranno neppure rendimenti al 3,5%. Peraltro in questo momento i titoli italiani rendono quanto quelli statunitensi ma si tratta di una situazione del tutto provvisoria. Dunque nei prossimi mesi il pericolo vero è un forte aumento del costo degli interessi, che potrebbero riavvicinarsi ai 90 miliardi di euro annui, e una paralisi, di fatto già annunciata, dagli acquisti a opera della Bce.

In estrema sintesi, l’inflazione potrebbe far saltare intere reti di protezione sociale se non si creano strumenti in grado di non trasferire la stessa inflazione sul costo del debito: non possiamo fare davvero a meno di una politica economica e monetaria.

Il quarto e ultimo intervento è dato dal varo di una vera riforma fiscale che punti a redistribuire i carichi tributari con un inasprimento del prelievo marginale sulle rendite, sulle successioni e sui patrimoni superiori al milione di euro, per ridurre la pressione sul lavoro e per abbandonare l’idea che l’intera riforma fiscale possa essere basata sulle aliquote della imposizione sui redditi da lavoro dipendente. Senza queste misure, le attuali condizioni dell’economia internazionale, e italiana, tenderanno a generare un ulteriore, rapido approfondimento delle disuguaglianze a cui si lega una radicale rabbia sociale da troppo tempo senza risposta.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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