L’inflazione casa per casa – Ae 95

Una ricerca dell’Università di Messina sui consumi e le strategie di risparmio dimostra che negli ultimi quattro anni per un terzo delle famiglie della città la vita è molto peggiorata. Vi ci riconoscete?I locali alla moda, le pizzerie per le…

Tratto da Altreconomia 95 — Giugno 2008

Una ricerca dell’Università di Messina sui consumi e le strategie di risparmio dimostra che negli ultimi quattro anni per un terzo delle famiglie della città la vita è molto peggiorata. Vi ci riconoscete?I locali alla moda, le pizzerie per le famiglie, i palazzi in centro. La criminalità al Nord non investe in Borsa, ma in attività economiche che ci riguardano molto da vicino


L’inflazione reale che colpisce le famiglie a reddito medio-basso è decisamente più alta (1,8% ad aprile) di quella ufficiale. Se n’è accorto anche l’Istat, che calcola l’indice su un paniere di oltre 500 tra beni e servizi. Ancora più alta è l’inflazione “percepita”, quella che i ceti medio-bassi avvertono in modo intuitivo, senza rilevazioni accurate, ma che determina lo stato d’animo della maggioranza della popolazione in Italia. Tra gennaio e marzo all’Università di Messina abbiamo condotto una ricerca sull’inflazione “percepita” e sugli effetti sulle strategie di risparmio della popolazione. La ricerca, realizzata intervistando a casa cento famiglie, ha riguardato i Comuni di Messina e Barcellona Pozzo di Gotto. L’80% del campione è stato scelto nei quartieri popolari, il resto delle interviste ha riguardato i ceti medi. La stessa indagine, stessi quartieri e un numero quasi identico di interviste, era stata svolta nel 2003. I dati che abbiamo confrontato danno uno spaccato di come è cambiata la vita quotidiana delle famiglie in un’area del Sud. In sintesi, si è accentuata la polarizzazione sociale ed è aumentato il numero delle famiglie entrate nel cuneo d’ombra della povertà relativa, stimabile intorno al 30%.

È stabile, invece, la condizione di quella parte del ceto medio e popolare che non è stata travolta. I primi risultati sintetici del confronto rispetto a quattro anni fa dicono che per il 21,1% degli intervistati la prima causa dell’incremento del costo della vita sono le tariffe dei servizi pubblici, mentre era solo il 4.3% a dirlo nell’autunno 2003. Scende, dal 45% al 34%, il numero degli intervistati che segnala l’incremento di prezzo dei beni alimentari come il primo problema.

È aumentata nettamente la percentuale di quelli che dichiarano che la propria condizione è peggiorata moltissimo, schizzata dal 10% del 2003 al 31,7%. Solo il 2%, invece, dichiara una migliore situazione economica, percentuale che sale all’8% tra i ceti medi.

Nelle strategie di risparmio sono intervenuti diversi mutamenti: il 20% dei consumatori fa scorta di “offerte speciali” (erano il 6%) e il 20% punta all’acquisto all’ingrosso (prima il 4,7%).  I consumatori spendono più tempo alla ricerca dell’esercizio commerciale meno caro. Ciò significa, essendo anche aumentato il tempo medio di lavoro per gli occupati (straordinari e secondi lavori in nero crescono come in tutta Italia), che si riduce il “tempo liberato”, il tempo di vita mediamente disponibile.

Un dato interessante riguarda la spesa alimentare: nella prima indagine il 28% dei consumatori intervistati dichiarò di aver sostituito cibi meno cari a quelli più cari. Oggi questa quota è scesa al 4,8%.  Vale a dire: si è esaurita la fase della sostituzione del prodotto, della ricerca di surrogati, o di prodotti di minor pregio.

Qualcuno in più (dal 40 al 45%) per risparmiare ha scelto di fare qualche sacrificio, ma è scesa nettamente la percentuale di coloro che hanno rinunciato a rinnovare il guardaroba: dal 26.5% del 2003 al 12%. Aumenta, dal 9 al 15%, la quota di coloro che ha rinunciato a viaggiare per turismo.

Per l’alimentazione e il vestiario si cerca di mantenere lo stesso standard cercando i luoghi meno cari: per l’abbigliamento è boom dei negozi cinesi, che per quasi il 40% degli intervistati rappresentano il luogo ideale per vestirsi risparmiando. Aumenta l’indebitamento familiare: la percentuale di coloro che dichiarano “di mettere da parte meno di prima” è passata dal 36 al 57%. Una crescita spaventosa: un dato che deve fare riflettere sui morsi reali della crisi. Gravissima la situazione dei pensionati: il 90%, contro il 70% di quattro anni fa, dichiara di non riuscire a risparmiare un euro e di dover chiedere prestiti ai parenti per sopravvivere. Stessa percentuale tra i lavoratori a reddito fisso sotto i 1.300 euro. Un quadro reale ben più grave di quello che “percepiamo” sui mass media, che preferiscono occuparsi di sicurezza invece di analizzare gli aspetti strutturali del processo di impoverimento delle famiglie italiane e, soprattutto, meridionali. Sepolta la storica “questione meridionale”, non vorrei che venissero con essa sepolti anche i meridionali.

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