Economia

L’infinito caso Tata in Singur

Sono ormai due anni che la popolazione di Singur, nello Stato indiano del West Bengala, porta avanti la sua lotta contro la Tata e le autorità locali al fine di avere indietro le terre espropriate per la costruzione di un impianto della compagnia “amica” della Fiat. Impianto che proprio a causa delle proteste è stato “abbandonato” lo scorso settembre. Ma le terre, così fertili da assicurare anche 4-5 raccolti l’anno, non sono state restituite ai contadini che le coltivavano da tempo immemore.

A Roma, durante un incontro organizzata dalla storica Fondazione Lelio Basso, abbiamo avuto modo di parlare con Swapan Ganguly, vice presidente del PBKMS, il comitato per la difesa delle terre agricole del West Bengala. Swapan ci ha fornito gli ultimi aggiornamenti sul caso Singur.

La Tata si è ritirata, ma la situazione rimane comunque problematica.
Certo. Il nostro movimento contadino reclama la restituzione di quanto ci è stato espropriato e non è disposto a transigere al riguardo. Il 2 dicembre era in programma l’occupazione delle terre, ma per il momento, anche a seguito dei terribili attentati di Mumbai, abbiamo preferito rinviare l’azione.

Intanto la Tata si è spostata nello Stato del Gujarat. Perché proprio lì?
In Gujarat la manodopera è ancora più a buon mercato del West Bengala, quindi è più conveniente per gli interessi dell’azienda. In realtà per il momento la Tata ha solo acquisito le terre su cui far sorgere l’impianto dove dovrebbe essere prodotto la fantasmagorica auto low cost di cui si parla da tempo. A causa della crisi attuale la Tata ha ridotto la produzione in numerose fabbriche, per cui dubito che in Gujarat si possano essere sviluppi in tempi brevi. Insomma, i lavori di costruzione sembrano rinviati a data da destinarsi.   

Però alla Tata questo trasferimento è costato caro, l’impianto inutilizzato a Singur ha comportato una spesa di circa 230 milioni di euro…
Per la verità al momento la Tata non ha sborsato nemmeno una rupia. Oltre i conti inevasi da pagare al principale sub-contractor, quello che emerge è che finora l’unico ad aver pagato è proprio lo Stato del West Bengala, che ha versato un contributo per il progetto che si aggira intorno ai 130 milioni di euro. Soldi pubblici a dir poco impiegati male… 

È vero che nella macchina a basso costo che la Tata intendeva produrre nello stabilimento di Singur c’erano alcune parti in amianto?
Questo non lo so, quello che posso dire è che in totale violazione del Right to Information Act indiano non siamo riusciti ad avere le informazioni che avevamo richiesto in merito. Eppure ci abbiamo provato varie volte.

Oltre alla vostra protesta che, val la pena ricordare, è stata spesso repressa in maniera violenta dalle forze dell’ordine, ci sono altri motivazioni che hanno indotto la Tata a lasciare il West Bengala?
Come ho già accennato la Tata è molto legata alle autorità governative del West Bengala, capeggiate dal Partito Comunista Indiano – che però noi ormai chiamiamo ironicamente Partito Capitalista – per cui quando lo scorso maggio una tornata elettorale ha sancito la vittoria dei partiti di opposizione, che ora sono al potere nella stragrande maggioranza delle amministrazioni locali, la compagnia si è trovata molto spiazzata, in evidente difficoltà.

Pensi che il “caso Singur” possa diventare la regola in un Paese come l’India?

Credo proprio di sì. Il nodo della questione è il modello di sviluppo che si sta rivelando sempre più inadeguato. Si parla tanto di investimenti privati e della loro importanza e allora prendiamo proprio l’esempio della Tata. A Singur il nuovo impianto avrebbe generato circa 400 posti di lavoro, ma allo stesso tempo 4mila famiglie non hanno più terre da coltivare e quindi mezzi di sostentamento. Per non parlare dei pesanti impatti negativi sulla sicurezza alimentare della regione. Ci accusano di essere anti-sviluppo e anti-industrializzazione. Eppure i dati ci indicano che questa forma di “progresso” taglia e non crea posti di lavoro. Nel 1991 la principale acciaieria di proprietà della Tata produceva un milione di tonnellate di acciaio, dando occupazione a 85mila operai. Nel 2005 si era arrivati a cinque milioni, a fronte di soli 44mila occupati. Di esempi come questo ne possiamo citare molti, considerando che in India solo ben l’80 per cento della popolazione viene ormai fatta rientrare nella cosiddetta economia informale e solamente il restante 20 per cento beneficia dell’attuale modello di sviluppo.

La crisi finanziaria per il momento ha prodotto l’allargamento del G8 al G20, con la presenze delle Economie Emergenti, tra cui per l’appunto l’India. Che ruolo giocherà il tuo Paese in questo nuovo direttorio internazionale?
Penso che si spenderà solo per mantenere i privilegi di quel 20 per cento di indiani appena menzionati, ma non farà nulla di reale e concreto per invertire la rotta dell’attuale processo di globalizzazione.

 

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