Diritti / Reportage

L’India rurale alla prova del credito

Nel novembre 2016, il governo ha ritirato dalla circolazione 15,4 miliardi di rupie. Con danni enormi

Tratto da Altreconomia 191 — Marzo 2017
Una donna indiana “posa” con la nuova banconota da 2.000 rupie messa in circolazione dal Governo dopo il ritiro delle valute da 500 e 1.000 rupie - ARUN SANKAR/AFP/Getty Images
Una donna indiana “posa” con la nuova banconota da 2.000 rupie messa in circolazione dal Governo dopo il ritiro delle valute da 500 e 1.000 rupie - ARUN SANKAR/AFP/Getty Images

“Improvvisamente hanno messo al bando i nostri soldi, senza che avessimo il tempo di prepararci. Mesi fa avevo chiesto un prestito che pensavo sarei stata in grado di restituire attraverso le mie attività nei campi, ma come faccio se non vengo pagata? Nessuno ha più soldi qui”. Pundari, 58 anni, bracciante agricola e allevatrice, vive nel villaggio di Yelandur nel distretto di Chamarajanagar, nella parte meridionale della regione indiana di Karnataka. Da quando la politica di demonetizzazione ha preso il via in India, Pundari ha ricevuto appena un quarto del suo salario giornaliero. Vendere arachidi alle famiglie dei villaggi vicini l’ha aiutata a guadagnare qualcosa in più, ma per mesi, nell’India rurale, la nuova campagna creditizia ha trasformato le piccole necessità in un lusso.

300mila, i suicidi tra gli agricoltori indiani censiti tra il 1995 e il 2015. Quasi il 40% era dovuto a debiti, costi di produzione e volatilità dei prezzi

L’8 novembre 2016, il primo ministro indiano Nerendra Modi ha decretato che tutte le banconote da 500 e 1.000 rupie (l’equivalente dei nostri 7 e 14 euro) venissero ritirate dal territorio nazionale, e che sarebbe stato possibile cambiarle in banca entro il 31 dicembre. Nel giro di due mesi, stando alle promesse dei politici, questo denaro sarebbe stato ristampato e messo nuovamente in circolazione.

Una misura necessaria per combattere l’evasione fiscale, il terrorismo, la contraffazione, affinché il governo potesse riprendere il controllo dei flussi di denaro e del mercato nero, ha spiegato Modi. Eppure, il 98% delle transazioni economiche indiane, secondo l’Indiatimes, avviene in contanti, e la maggior parte della popolazione ha vissuto per anni di carta moneta proprio del valore di 500 e 1.000 rupie.

Pundari ha ricevuto la notizia del notebandi, questo il nome della manovra del governo, la mattina del 9 novembre. Le sue banconote da 500 rupie sono diventate improvvisamente carta straccia. Ha passato quattro giorni in coda davanti alla banca per depositare e ritirare il nuovo contante. Altri hanno tentato di fare lo stesso: hanno aspettato a lungo, in fila, ma sono tornati a casa a mani vuote.
Infatti, in preparazione a quello che sarebbe stato un enorme sconvolgimento creditizio, non sono state stampate banconote sufficienti a sostituire i 15,4 miliardi di rupie (l’86% del denaro circolante nel paese) che, nel giro di una notte, hanno perso di valore. Di tagli da 2.000 rupie, che per due mesi sono state il formato minimo accessibile, non ce n’erano abbastanza, e le banche chiudevano spesso prima del previsto, non appena il denaro disponibile terminava.
Le code davanti ai bancomat non sono mai state così lunghe. Durante l’ultima settimana di dicembre, ha raccontato l’Hindustantimes, le folle, frustrate dall’attesa, sono esplose contro vari sportelli automatici in Uttarakhand, Haryana e Uttar Pradesh. Immagini di centinaia di persone schiacciate davanti agli ingressi delle banche sono diventate il filo conduttore del periodo del notebandi.
La storia di Pundari non è un caso sporadico. I dati 2016 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro attestano che il contributo del settore agricolo sul PIL nazionale è pari al 14%. Circa il 52% della forza lavoro indiana dipende dall’agricoltura per la propria sopravvivenza. Di tale percentuale, metà è costituita da donne, 98 milioni in tutto. Di queste, 36 milioni sono contadine, e 62 milioni sono braccianti.

Palagummi Sainath, giornalista indiano, racconta da anni le storie di queste donne, che hanno fatto le spese della radicale trasformazione che l’India rurale ha affrontato nell’ultimo ventennio. Da quando milioni di uomini hanno iniziato a spostarsi dalla campagna verso le aree urbane, le donne li hanno sostituiti nei ruoli tradizionali della produzione di latticini, della cura del pollame e delle colture.

A differenza degli uomini, però, le donne non possiedono i terreni, ma li lavorano, giorno e notte. Arano il campo, spargono i semi, raccolgono la legna, vanno a prendere l’acqua, distribuiscono il mangime agli animali. Guadagnano abbastanza da sopravvivere fino alla stagione successiva. E via, poi ne inizia un’altra. Quando torna a casa dal lavoro, Pundari si occupa dei figli, della cucina, munge le capre.
L’economia dei villaggi rurali dipende da donne come Pundari, e il notebandi è stato duro da sopportare.

L’India inoltre è esposta a una grande siccità, all’aridità insostenibile dei terreni, e a moltissimi casi di suicidio dei contadini. I dati del National Crime Records Bureau ci parlano di 300.000 suicidi commessi dagli agricoltori indiani dal 1995 al 2015. Una media di 15.000 ogni anno per vent’anni. I debiti, i costi di produzione, la volatilità dei prezzi: sarebbero queste, per il 38,7% delle vittime, le motivazioni che hanno spinto al suicidio.

Quello indiano è un Paese immenso, un continente a sé stante, dove si parlano centinaia di idiomi diversi, dove la cultura, la mitologia, l’astrologia sono differenti da villaggio a villaggio. Ci sono 1,3 miliardi di persone. Le donne sono ancora maltrattate, emarginate, usate senza riguardo, le neonate lanciate nei pozzi quando nascono femmine. Alcune se la cavano, nelle zone rurali, perché hanno imparato negli anni a sostenersi a vicenda attraverso piccoli gruppi di cooperazione e auto-aiuto, e riescono a rendersi economicamente indipendenti attraverso la vendita di noccioline, latte, corone di fiori.

I gruppi di auto-aiuto, infatti, nati con l’obiettivo di aiutare le donne indiane ad affrontare le cause strutturali della loro povertà, offrono un’importante alternativa al microcredito. Facilitano la coltivazione di nuovi appezzamenti di terra, i cui prodotti vengono poi venduti a livello locale, permettendo alle contadine di spostarsi dal lavoro salariato sottopagato ad opzioni di produzione indipendente. Nel solo distretto di Idukki, in Kerala, ci sono più di 20.000 gruppi di auto-aiuto. Ogni gruppo conta tra le 10 e 15 donne. Ma tutto avviene in silenzio, tutto di nascosto.
“Mio marito non ha idea dei risparmi che ho guadagnato lavorando nei campi. Mi avrebbe probabilmente picchiato, se glielo avessi detto. I miei vicini e le altre donne hanno promesso di aiutarmi a riscattare il mio denaro: non ho intenzione di perdere quelle mille rupie”. A parlare è Adishri, madre di cinque bambini, bracciante, che a causa del notebandi ha perso il posto di lavoro e la propria indipendenza economica – semplicemente perché la moneta che aveva in mano non valeva più nulla e né le banche né i gruppi di auto-aiuto, per mancanza di liquidità, sono riusciti a cambiarla.

I datori di lavoro proprietari dei terreni, costretti a ritardare i salari o a non darne proprio, sono stati ugualmente impotenti. “Non hanno soldi neanche per sé, come possono pagare noi braccianti? Se sono fortunati, la banca dà loro solo 2.000 rupie che non possono essere cambiate in pezzi più piccoli. Ma per chi viene pagato giornalmente, 2.000 rupie sono troppe”, ha raccontato Adishri a novembre, quando le nuove banconote non erano ancora state ristampate.

Nel loro ultimo rapporto, le Nazioni Unite dichiarano che l’India, quinta potenza mondiale, ha un tasso di povertà del 27%, con 43 bambini morti ogni 1.000 nascite e una malnutrizione giovanile fino al 40%. Parlano di crescita senza occupazione, di povertà persistente, di crescente disuguaglianza. Nel frattempo, Narendra Modi sogna un paese in cui non circoli denaro fisico, in cui tutto sia digitalizzato e, pur di cancellare i guadagni illeciti del mercato nero, ha avuto il coraggio di far pagare all’economia indiana un prezzo altissimo.
A novembre, aveva chiesto ai suoi cittadini di resistere 50 giorni, non oltre, e il nuovo contante sarebbe stato reintegrato nel sistema. Ma alla scadenza, auto-imposta, di venerdì 31 dicembre, la maggior parte dei bancomat del paese era ancora vuota.

La ristampa del valore equivalente delle banconote bandite dell’economia indiana ha richiesto più di tre mesi. La Reserve Bank of India ha dichiarato che il 10% dei creditori, a metà febbraio, non ha ancora potuto avere indietro il proprio denaro.

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