Interni / Opinioni

L’impatto della Corte Costituzionale

Il 23 giugno la Consulta giudicherà un ricorso sul blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici. Secondo l’Avvocatura dello Stato, una sentenza che dovrebbe dar ragioni ai sindacati ricorrenti costerebbe almeno 35 miliardi di euro. La Corte ha la tradizione e le competenze per valutare quale sia la reale soglia di sostenibilità finanziaria delle proprie decisioni? Una riflessione di Alessandro Volpi

Dopo la sentenza sulla illegittimità della mancata indicizzazione delle pensioni, la Corte costituzionale ha di fronte a sé una partita ancora più impegnativa, fissata per il 23 giugno prossimo, e che potrebbe davvero far saltare i conti pubblici. In quella data infatti dovrà discutere i due ricorsi presentati dai sindacati sulla incostituzionalità del blocco dei contratti dei dipendenti pubblici che permane dal 2010. Un blocco che ha consentito ai bilanci pubblici di “risparmiare” 35 miliardi di euro, secondo i calcoli dell’Avvocatura dello Stato. Tale cifra, in caso di dichiarazione di illegittimità del provvedimento in questione, dovrebbe essere restituita ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, generando un buco pesante -a cui si aggiungerebbe l’ulteriore onere di una spesa a regime di circa 13 miliardi di euro a partire dal 2016-. Si tratta quindi di un vero e proprio baratro, che si apre non solo per i conti dello Stato ma anche per quelli degli enti locali, colpiti dalla medesima necessità di rimborsare quanto non erogato in busta paga dal 2010 ad oggi, e di mettere in bilancio le cifre future.

È evidente che, attraverso la strada dei ricorsi, la Consulta sta acquisendo l’inedito ruolo di supervisore delle politiche economiche pubbliche. In tale ottica il vaglio di costituzionalità espresso su parti essenziali delle manovre finanziarie delle amministrazioni, da cui possono scaturire effetti anche retroattivi, sembra costituire ormai uno dei vincoli principali dell’azione normativa in ambiti dove fino ad ora simili limiti si erano palesati assai di rado. Quando le scelte della Corte decidono le sorti della contabilità pubblica, smontando parti intere di provvedimenti finanziari, risulta difficile infatti qualificarle soltanto in termini giuridici, perché le loro ricadute sono inevitabilmente molto politiche. Entra in gioco allora una dose di discrezionalità e di arbitrio che tende a basarsi sulla valutazione dell’impatto delle sentenze nei confronti della tenuta del Paese, della sua capacità di non fallire, che finisce però per trasformare il compito stesso della Corte Costituzionale. 



Proprio le vicende delle recenti decisioni mettono bene in luce un simile fenomeno. In occasione della sentenza sulle pensioni, l’Avvocato dello Stato ha subito numerose critiche per non aver fornito cifre precise degli effetti di una eventuale dichiarazione di illegittimità del blocco delle indicizzazioni; in assenza di tali cifre, o peggio ancora di fronte a una sottostima degli effetti contabili di una sentenza a sfavore dello Stato, la Corte non era stata posta nella piena consapevolezza delle conseguenze delle sue deliberazioni. Di qui, secondo alcuni, sarebbe discesa la scelta di ritenere illegittimo il blocco e di obbligare il bilancio pubblico a rimborsare i pensionati. Ora l’Avvocatura, in vista della prossima decisione in merito al blocco degli stipendi pubblici, ha prontamente fornito tutti i dati degli effetti contabili, producendo stime che secondo i sindacati sarebbero persino gonfiate. Lo scopo, del tutto palmare, di questa repentina quantificazione è proprio quello di mettere la Corte davanti alla pesantezza della situazione che si determinerebbe per la tenuta dei conti italiani in caso di sconfitta dello Stato, soprattutto in relazione al rinnovato articolo 81 della Costituzione in cui è stato introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio. Alla luce di ciò, tuttavia, sorge una domanda spontanea che è riconducibile alla già accennata mutazione di ruolo della Corte costituzionale avvenuta in seguito a queste decisioni: la Consulta ha la tradizione e le competenze per valutare quale sia la reale soglia di sostenibilità finanziaria delle proprie decisioni? È in grado di abbinare alla deliberazione di costituzionalità una ben più complessa indagine sugli effetti economici delle proprie decisioni?

In altri tempi, la valutazione economica delle politiche dei governi era affidata alla Banca d’Italia che, nelle vesti della banca centrale, sfornava analisi dove si calcolavano le ricadute sul prodotto interno lordo delle strategie delle pubbliche amministrazioni. Adesso pare essere la Corte Costituzionale con le sue sentenze in materia di provvedimenti finanziari a determinare il legame tra atti amministrativi ed economia italiana. Forse si è generata una evidente anomalia.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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