Economia / Opinioni

I limiti del reddito di cittadinanza

Quello più marcato è individuabile nell’eccessiva fiducia nella possibilità di creare posti di lavoro laddove in realtà il lavoro non esiste perché non esistono le imprese. L’analisi di Alessandro Volpi

I numeri del reddito di cittadinanza sono senza dubbio molto significativi. Le differenze rispetto al già esistente reddito di inclusione (Rei) risultano infatti evidenti. Si passa da un contributo individuale massimo di 187 euro a uno di 780, con un ampliamento della platea potenziale di beneficiari da un milione di persone a una di quasi 5 milioni. Del resto, la dotazione complessiva del reddito di cittadinanza è pari a circa 8 miliardi di euro, contro i 2 miliardi del reddito di inclusione.

Al tempo stesso si è provveduto anche a potenziare il reddito di inclusione nella parte relativa alla lotta alla povertà che si realizza attraverso i servizi sociali, accrescendola di 130 milioni nel 2019 (per un totale di 347 milioni) e portandola a 587 milioni nel 2020. Si tratta dunque di cifre importanti che segnano una novità rispetto al passato, cui vanno aggiunti due ulteriori elementi. L’assegno di ricollocazione, rappresentato da una somma di denaro compresa fra i 250 e i 5000 euro che potrà essere spesa presso enti accreditati e Centri per l’impiego, e il beneficio in termini di spazio fiscale, liberato rispetto ai vincoli europei dal probabile aumento del Pil potenziale -parametro utilizzato nella misurazione delle stime europee- derivante dall’afflusso presso i Centri per l’impiego di molti “scoraggiati” che farà aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro.

A fronte di simili opportunità si profilano però alcuni aspetti critici che meriterebbero risposte chiare, pur senza affrontare questioni già molto dibattute come l’effettivo impatto sul Pil e i reali tempi di attuazione del provvedimento, date le evidenti difficoltà a provvedere i potenziali beneficiari delle dichiarazioni Isee e le altrettanto probabili criticità derivanti dalle procedure di accesso.

Il reddito di cittadinanza, in quanto fondamentale misura di sostegno contro la povertà, ha bisogno di essere sorretto da una cultura della solidarietà, che valorizzi la rete delle associazioni del volontariato e che mal si concilia con visioni politiche destinate a coltivare “guerre tra gli ultimi”. Il contenuto primario di tale reddito è rintracciabile nella difesa della dignità individuale e collettiva che non può tradursi in meccanismi di ulteriore esclusione sociale in nome di un’appartenenza “nazionale” quasi biologica.

È veramente decisivo che il finanziamento del reddito di cittadinanza, in buona misura coperto con la creazione di nuovo debito pubblico, non intacchi in alcun modo le strutture del welfare italiano. Spesso, è stato utilizzato come elemento rilevante per affermare la necessità del reddito di cittadinanza il riferimento ad analoghe esperienze già esistenti in altri Paesi. Occorre aver presente tuttavia che ben poche realtà in giro per l’Europa e per il mondo dispongono di una sanità universalistica e di una previdenza pubblica paragonabili a quelle italiane, i cui caratteri distintivi non dovrebbero essere indeboliti da eventuali destinazioni di risorse in altre direzioni o al pagamento degli interessi sul debito. Le recenti ipotesi, formulate dall’Ufficio parlamentare di bilancio, di inevitabili tagli proprio alla sanità per garantire il rispetto delle clausole di salvaguardia connesse alla Legge di bilancio non lasciano molto tranquilli in tal senso.

Il limite forse più marcato del reddito di cittadinanza è individuabile nell’eccessiva fiducia nella possibilità di creare posti di lavoro laddove in realtà il lavoro non esiste perché non esistono le imprese. Certo ha poco senso immaginare che possa funzionare come incentivo alla creazione di nuovo lavoro la trasformazione del reddito di cittadinanza in credito d’imposta per le imprese disposte a restare nel Meridione perché il credito è attrattivo per le imprese sane, molto meno per quelle prive di utili.

Poco efficace pare essere anche l’ipotesi che il reddito di cittadinanza rappresenti, in estrema sintesi, il salario pagato a lavoratori assunti da imprese che faticano a stare in piedi. Quindi, il rischio più plausibile consiste nel fatto che i beneficiari del reddito di cittadinanza dovranno, alla fine, accettare un lavoro nelle aree dove questi incentivi possono funzionare: in pratica dovrebbero tutti trasferirsi in un numero limitato di centri, quasi tutti al Nord, generando una anomala “densificazione” del mercato de lavoro, con effetti assai imprevedibili sui salari. A ciò va aggiunto il tema tutt’altro che trascurabile del costo della vita; spostandosi, i titolari di reddito di cittadinanza faranno i conti con un’inflazione decisamente più alta che, come è noto, colpisce soprattutto le famiglie meno abbienti.

Secondo i dati Istat, nell’ultimo trimestre del 2018, il quinto più povero delle famiglie italiane, in larga misura quello destinatario del reddito di cittadinanza, ha registrato un’inflazione dell’1,8% contro l’1,3 del quinto più ricco: ciò è dipeso dal fatto che per le famiglie più povere la spesa per l’energia rappresenta il 14,5 % delle loro entrate e il 17% per gli alimentari. In una simile prospettiva, spostarsi per accettare il lavoro rischia di impoverire i beneficiari del reddito se non trovano lavori sufficientemente remunerati.

Università di Pisa

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