Economia

Libero mercato, neanche Bush ci crede più – Ae 29

Numero 29, giugno 2002Lo scorso novembre eravamo usciti dai negoziati di Doha con la speranza che il Wto avesse imboccato una strada più attenta ai diritti dei Paesi in via di sviluppo, delusi dalle promesse tradite dell'Uruguay Round. Nessuna rivoluzione:…

Tratto da Altreconomia 29 — Giugno 2002

Numero 29, giugno 2002

Lo scorso novembre eravamo usciti dai negoziati di Doha con la speranza che il Wto avesse imboccato una strada più attenta ai diritti dei Paesi in via di sviluppo, delusi dalle promesse tradite dell'Uruguay Round. Nessuna rivoluzione: la consueta, faticosa ricerca di accordi commerciali multilaterali, con le nazioni più ricche sempre molto influenti. Ma qualche segnale positivo: il protagonismo di Brasile e Africa, gli accordi sui farmaci e sulla salute pubblica, i buoni propositi degli Stati Uniti (vedi AltrEconomia numero 23). Tra gli altri, l'accordo che i Paesi più ricchi avrebbero dovuto ridurre limiti alle importazioni, dazi e tariffe, “in particolare sui prodotti esportati dai Paesi in via di sviluppo”.

Dalla “flessibilità tattica”…
Sull'esito avevano influito le crescenti contestazioni dell'opinione pubblica alla Wto e il delicato momento politico economico: dopo un decennio di crescita, l'economia mondiale era sull'orlo di una recessione e gli Stati Uniti, impegnati nella risposta militare agli attentati dell'11 settembre, avevano bisogno del sostegno del maggior numero di Paesi nel mondo: sul nostro giornale Maurizio Meloni aveva definito l'atteggiamento americano “flessibilità tattica”. Contro il parere dell'Europa, gli Stati Uniti avevano proposto di liberalizzare gradualmente l'agricoltura, uno dei settori in cui il protezionismo dei Paesi occidentali danneggia maggiormente le economie dei Paesi in via di sviluppo.

… alla “generosa e affidabile” rete di protezione
Sono passati 6 mesi e gli Stati Uniti hanno cambiato idea. Bush ha approvato il più grande piano di sostegno all'agricoltura nazionale della storia americana. “Una generosa e affidabile rete di protezione” per gli agricoltori statunitensi. Una mazzata per i Paesi in via di sviluppo, spesso maggiormente competitivi, ma cui viene impedito di esportare quanto potrebbero.

La spesa pubblica per l'agricoltura aumenterà dell'80%, 82 miliardi di dollari (circa 90 miliardi di euro) aggiuntivi da spendere in 10 anni.

Il motivo? Ufficialmente i repubblicani combattono i sussidi agricoli dalla metà degli anni '90. Ma il prossimo novembre si svolgeranno importanti elezioni per il Senato in Iowa, South Dakota e Missouri, stati in cui la lobby degli agricoltori è molto potente.

Vendite sottocosto
I principali Paesi ricchi del mondo da un lato combattono il protezionismo dei Paesi in via di sviluppo in nome del liberismo, dall'altro sovvenzionano pesantemente i settori in cui sono meno competitivi: gli agricoltori occidentali hanno ricevuto 245 miliardi di dollari (circa 270 miliardi di euro) di aiuti solo nel 2000, quando i sostegni americani rappresentavano il 22% del valore della produzione agricola nazionale, contro il 38% europeo. Durante l'Uruguay Round avevano promesso di ridurli: in realtà ne hanno bloccato la crescita e hanno cominciato a sostituire i sostegni ai prezzi e i contributi alla produzione con gli aiuti diretti agli agricoltori, che incentivano meno la sovraproduzione.

Come funzionano sostegni e contributi? I governi occidentali ostacolano le importazioni nei propri mercati con dazi, quote massime o norme qualitative, comprano i prodotti delle proprie imprese a prezzi inflazionati e li smaltiscono rivendendoli sottocosto sui mercati mondiali, trascinando al ribasso i prezzi stranieri e sbaragliando la concorrenza degli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo.

Qualche cifra per inquadrare i termini del problema: Stati Uniti e Unione Europea esportano circa il 50% del grano mondiale a prezzi inferiori ai propri costi di produzione rispettivamente del 46% e del 34%; l'Europa è il più grande esportatore di zucchero a prezzi pari al 25% dei costi di produzione. Da notare che le vendite sottocosto sono considerate illegali in quasi tutti i settori economici: le nazioni occidentali si avvalgono sovente e in maniera a volte discutibile delle norme anti-dumping per respingere la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. Anche l'impatto ambientale delle misure di sostegno all'agricoltura è dubbio: in Europa il 17% delle aziende riceve il 50% degli aiuti e l'agricoltura intensiva è molto diffusa. La Banca mondiale stima che i Paesi in via di sviluppo subiscano una perdita di ricchezza pari a 20 miliardi di dollari l'anno a causa di queste politiche. !!pagebreak!!

Tessile: 30 miliardi di dollari la ricaduta sui Paesi poveri
Il settore tessile è l'unica grande industria manifatturiera regolata a livello mondiale da un sistema di quote che limita le importazioni, l'Accordo multifibre del 1974. I Paesi occidentali hanno sempre temuto che il basso costo del lavoro dei Paesi in via di sviluppo costringesse le proprie aziende tessili a chiudere.

Durante l'Uruguay Round avevano stabilito di rimuovere il sistema di quote tra il 1995 e il 2005: ad oggi era previsto l'annullamento dei vincoli sul 51% dei prodotti; grazie alla “liberalizzazione” di una serie di beni che non erano contingentati (ad esempio i paracaduti), il risultato effettivo è fermo al 12%. Solo la Norvegia ha annullato tutte le proprie quote.

Il protezionismo tessile costa ai Paesi in via di sviluppo circa 30 miliardi di dollari l'anno. In queste settimane gli Stati Uniti stanno proponendo al Vietnam (Paese fuori dal sistema) un accordo bilaterale che introduca un meccanismo di quote reciproche (immaginate a vantaggio di chi), stanno rivedendo alcune recenti concessioni fatte a nazioni caraibiche e si sono rifiutati di aumentare le quote o di diminuire i dazi nei confronti del Pakistan. Motivo? Le pressioni delle aziende tessili del North Carolina.

Protezione inossidabile
In marzo l'amministrazione Bush ha aumentato le tariffe all'importazione di diversi tipi di acciaio fino al 30%, in quella che è stata definita la più ingente manovra protezionistica degli Stati Uniti negli ultimi 20 anni. Motivo ufficiale? L'impennata delle importazioni dopo la crisi asiatica del 1998. Motivo reale? L'industria statunitense dell'acciaio vive da decenni di sussidi e protezionismo; senza questi aiuti molte aziende sarebbero alla bancarotta. Lo scorso anno 8 società, tra cui National Steel, sono fallite. La lobby del settore, che offre migliaia di posti di lavoro, è potente. E, guarda caso, tra un paio d'anni si voteranno i nuovi senatori in Ohio, West Virginia e Pennsylvania, gli stati dell'acciaio. Questa manovra rischia di scatenare una vasta guerra commerciale. Danneggia, tra gli altri, il Messico, il Brasile, il Sud Africa e l'Argentina. Esclusi dalle tariffe i paesi del Nafta, Canada e Messico.

Le multe del Wto
Il 17 giugno, intanto, la Wto annuncerà l'entità delle sanzioni che l'Europa potrà imporre agli Stati Uniti per controbilanciare i danni economici provocati all'Ue dalle agevolazioni fiscali alle esportazioni americane. Il caso risale a qualche anno fa. Dopo aver rinviato la decisione 2 volte, la Wto ha stabilito l'illegalità della manovra. Ci si attende una multa tra 1 e 4 miliardi di dollari, di gran lunga la più pesante sanzione mai decisa dalla Wto (la recente guerra delle banane era costata all'Europa 191 milioni di dollari). All'inizio di maggio Bush ha assicurato che si atterrà alle decisioni della Wto, ma il Congresso statunitense che delibera le leggi fiscali potrebbe non essere d'accordo.

Gli accordi multilaterali presi dalla Wto -importanti, in quanto limitano l'utilizzo di accordi bilaterali spesso ancor più squilibrati- sono il frutto di delicati e a volte contraddittori compromessi tra politici di molti Paesi. Già in sede di negoziazione commerciale lo spirito degli accordi viene spesso tradito. La successiva implementazione richiede spesso tempi biblici, che servono in molte occasioni a conservare lo status quo; inoltre è soggetta ai micidiali pendoli delle politiche nazionali dei Paesi forti. Le concessioni fatte quando le cose vanno bene o non ci sono esigenze elettorali, vengono revocate o rimandate quando serve. Kyoto ne è un illustre esempio.

Gli accordi di Doha hanno prodotto un calendario di negoziazioni commerciali in corso a Ginevra, che durerà fino alla fine del 2004. Bush sta cercando di ottenere l'autorizzazione a concludere i negoziati di Doha: alla Camera questa mozione è passata per un solo voto; ora è al vaglio del Senato, la cui maggioranza democratica può ricattare il presidente. Anche per questo la nazione paladina del liberismo si è barricata nel protezionismo: “Bush, l'anti-globalizzatore” titolava l'Economist dell'11 maggio.

La teoria economica dice che il commercio internazionale, se ben governato, stimola lo sviluppo. Oggi questo sviluppo è su una bilancia: su un piatto la speranza di ottenere regole più eque tra qualche anno; sull'altro misure protezionistiche con decorrenza immediata, che rallenteranno ulteriormente l'economia mondiale, in particolare nelle regioni più povere.!!pagebreak!!

Guerra dei dazi: la vendetta dell'Europa

In risposta all'aumento delle tariffe statunitensi, l'Unione Europea ha alzato dazi temporanei fino al 26% sull'acciaio che blocchino l'arrivo di esportazioni del resto del mondo deviate dalla manovra Usa. Inoltre ha chiesto l'intervento della Wto e minaccia di alzare fino a 377 milioni di euro i dazi su diversi prodotti americani se gli Stati Uniti non offriranno un'adeguata compensazione prima del 18 giugno: i prodotti in questione appartengono a regioni politicamente delicate, dai prodotti tessili del North Carolina ai succhi d'arancia della Florida, al riso, allo stesso acciaio. L'Europa dovrebbe attendere le decisioni della Wto, che possono arrivare dopo uno o due anni. Ma, avendo gli Usa invocato l'accordo Wto sulle “salvaguardie”, che permette misure temporanee in risposta a improvvisi aumenti delle importazioni, Europa, Giappone, Corea del Sud e Cina premono per ottenere le concessioni di livello equivalente previste dall'accordo. L'accordo dice che possono essere rimandate per 3 anni, se l'azione è stata presa a seguito di aumenti delle importazioni. La disputa si gioca sui dati del 2000: gli Usa dicono che le importazioni sono cresciute in quell'anno; l'Europa contesta. Una battaglia di statistiche. Gli Stati Uniti affermano che l'Europa si comporta da accusatrice, giudice e giuria contemporaneamente. È una battaglia di muscoli e nervi. Alcuni Paesi molto esposti al commercio con gli Usa, come Germania e Svezia, hanno paura e i loro imprenditori sono contrari alla rappresaglia commerciale. Per prudenza l'Europa potrebbe aspettare le decisioni Wto; gli Stati Uniti potrebbero ritirare la manovra dopo le elezioni di novembre.

Tessile: negli Stati Uniti industria in declino

Le aziende tessili americane danno lavoro circa a 400 mila persone. Ma faticano a resistere alla concorrenza delle imprese di Paesi dove il costo del lavoro è molto basso. Negli ultimi 5 anni il settore ha perso 180 mila posti di lavoro. Come avviene negli altri Paesi occidentali, sopravvive solo grazie al protezionismo: la tariffa media che grava sui prodotti importati è del 17%. Queste misure dovrebbero servire anche per smorzare i traumi dell'inevitabile declino di un'industria. Spesso si trascinano per molti decenni, spendendo in aiuti ingenti risorse.

Un lungimirante programma federale da 400 milioni di dollari l'anno aiuta e finanzia la formazione per il ricollocamento dei lavoratori disoccupati.

Un lavoro lungo e difficile, anche perché molti lavoratori hanno un basso livello di istruzione.

I democratici vorrebbero espandere il programma ai lavoratori che perdono il posto perché lavorano in società che hanno come clienti le aziende fallite. Ma fino ad oggi l'amministrazione Bush li ha ignorati.

Un'alternativa: spendere per proteggere la terra

La lunga marcia del protezionismo ha un'inerzia così forte che né il liberismo né le regole della Wto riescono a fermarla. E gli effetti sono così deleteri per le economie più povere che il tiro al bersaglio sull'Organizzazione mondiale per il commercio rischia di rivelarsi un boomerang. È la tesi di Gianpaolo Rossini, docente di economia internazionale all'Università di Bologna, e relatore il 17 maggio a Carpi al convegno “Sdoganarsi? Realtà e futuro delle politiche doganali tra protezionismi, libero mercato e commercio equo”, organizzato dalla Bottega del sole con la collaborazione di AltrEconomia. “Un mercato più aperto può dare vere opportunità di sviluppo alle economie povere -sostiene il professore- perciò è sbagliato scagliarsi contro la Wto, un'istituzione che ha dei difetti, ma anche il potenziale per essere più democratica, più trasparente e con maggiori elementi di giustizia”. È vero -riconosce Rossini- che i dieci anni di sussidi all'agricoltura decisi dagli Stati Uniti rischiano di mettere un'ipoteca duratura sulle possibilità d'accesso ai mercati agricoli più ricchi, ma le radici di quest'ipoteca sono ben più antiche. “Pensiamo alle misure protezionistiche sullo zucchero. Risalgono al XIX secolo, quando l'embargo contro Napoleone spinse alcuni Paesi a produrre barbabietola per compensare le mancate importazioni. È passata un'eternità e continuiamo a proteggere lo zucchero, senza sapere neanche perché, con danni enormi ad esempio ai produttori caraibici. Le economie in via di sviluppo hanno bisogno di mercati più aperti, perciò c'è bisogno di una Wto accessibile, che preveda misure di compensazione per i Paesi più svantaggiati”. In campo agricolo proprio le scelte degli Usa hanno compromesso certe speranze nate a Doha. In Europa la prospettiva di allargamento dell'Unione, con l'ingresso di Paesi prevalentemente agricoli come la Polonia, non sembra promettente. “Non è possibile -dice Rossini- allargare lo status quo ai Paesi dell'Est, visto che i sussidi all'agricoltura già si mangiano quasi la metà del bilancio dell'Unione… L'Europa dovrebbe continuare a spendere per la terra, ma per puntare sull'ambiente e non sulle sovvenzioni alla produzione”. L.G.

Ai poveri più barriere che aiuti

Oxfam International è una confederazione di 12 organizzazioni non governative che lavorano in più di 80 Paesi per combattere la povertà, la sofferenza e l'ingiustizia. Realizza progetti di sviluppo, piani di emergenza e campagne per una giustizia economica e sociale. Quest'anno Oxfam ha creato un indice che cerca di misurare il livello di protezionismo imposto dai Paesi ricchi, il Double Standards Index. I parametri utilizzati sono 10 tipi di barriere tariffarie e non tariffarie. Questa particolare classifica ha “premiato” come regione più protezionista l'Europa, davanti agli Stati Uniti, al Canada e al Giappone. L'Europa, favorevole alle campagne di Oxfam, si difende definendo “altamente discutibile” la scelta dei parametri utilizzati dall'indice. Oxfam calcola che il protezionismo dei Paesi ricchi costi ai Paesi in via di sviluppo 100 miliardi di dollari l'anno, circa il doppio di quanto questi ricevono in aiuti (http://www.oxfam.org)

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