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L’Europa fortezza immobile

Affondamenti dei barconi, operazioni militari e impiego di droni. Perché le iniziative comunitarie dopo la tragedia del 18-19 aprile riproducono un annunciato fallimento. L’opinione di Paolo Oddi, avvocato esperto in diritto degli stranieri e Gabriele Del Grande, autore e regista de "Io sto con la sposa"

“L’Europa affonda nella vergogna”. L’ha documentato in queste ore Amnesty International attraverso le 21 pagine del rapporto intitolato come la triste realtà di questi giorni. Gli incidenti dei primi mesi del 2015, il monopolio di fatto garantito ai “trafficanti di esseri umani”, il devastante divario tra le operazioni di salvataggio dopo “Mare Nostrum”.
 
“La teoria mai provata secondo la quale Mare Nostrum abbia agito come un ‘fattore di attrazione’ -ha sostenuto Amnesty- è stata ormai confutata anche dai dati che mostrano come il numero di rifugiati e migranti che hanno tentato di attraversare l’Europa via mare sia aumentato dalla fine dell’Operazione. Infatti, il 2015 ha già visto un numero record di rifugiati e migranti tentare di raggiungere l’Europa via mare, di cui oltre 24mila sono approdati in Italia”.
 
Impressiona confrontare la realtà di questi giorni –17 morti tra il primo gennaio e il 20 aprile 2014, 1.700 morti tra il primo gennaio e il 20 aprile 2015– con la registrazione della conferenza stampa del 31 ottobre 2014, quando i ministri di Interno e Difesa dell’esecutivo Renzi annunciavano soddisfatti la chiusura della missione nata dopo la tragedia al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (366 morti).

 
“Quante volte e per quanti si è detto che il nostro Paese era stato lasciato solo dall’Europa e si è detto che ci voleva un presidio europeo delle frontiere di Schenghen? Quante volte si è detto? Questa volta si è realizzato. L’Europa per la prima volta scende in mare”. Così parlò quel giorno Angelino Alfano, snocciolando le cifre di Mare Nostrum: 499 persone morte, 1.466 dispersi, 192 cadaveri da identificare. E poi i costi: 300mila euro al giorno, 9,5 milioni al mese, 114 milioni di euro all’anno. E i risultati: 439 interventi di salvataggio, 156.362 i migranti assistiti, 366 gli scafisti fermati e consegnati all’autorità giudiziaria nazionale, 9 le “navi madre” catturate.
 
Tutto ciò è andato in soffitta anche grazie ad una risoluzione votata dal Senato della Repubblica che nel giugno 2014 invitava il governo a “superare” l’iniziativa “temporanea”.
 
700, o forse 900, morti hanno contraddetto seccamente questa scelta. Ma le nuove proposte guardano (ancora) verso azioni militari e repressive. Un quadro che Paolo Oddi, avvocato esperto in diritto degli stranieri e socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e Gabriele Del Grande -giornalista, autore e regista del film “Io sto con la sposa”– concordano nel ritenere “desolante”.
 
Il primo ha partecipato il 14 aprile ad un seminario presso l’università Bocconi di Milano insieme al viceministro degli Esteri Lapo Pistelli. Al quale racconta di aver riproposto una via sensata in merito all’anticipazione della richiesta di protezione nei Paesi di transito: “La replica di Pistelli è stata tutto sommato questa: ‘vi immaginate se dovessimo consentire la richiesta di protezione presso le rappresentanze estere dei Paesi europei che razza di squilibrio si verrebbe a creare tra l’Italia, la Germania e la Svezia?’”. L’Italia, come il film di Del Grande ha dimostrato, è meta poco appetita per la richiesta di qualsiasi riconoscimento. L’obiettivo è il Nord Europa. "Beh, se questo è il punto -ragiona Oddi- allora significa che l’Ue deve decidersi a stabilire le quote che ciascun Paese si deve prendere, in forza di una Direttiva per la protezione umanitaria temporanea europea che già c’è. Anche perché i numeri fotografano una situazione ben diversa dalla ‘invasione’”. I dati che confermano la tesi di Oddi li ha forniti la stessa agenzia europea che si preoccupa delle frontiere, Frontex. Nel 2014 sono arrivati in Europa circa 280mila migranti, su una popolazione complessiva dei 28 Paesi dell’Ue di 507 milioni di persone.
 
Ma non sempre è questione “umanitaria”, secondo Gabriele Del Grande. “C’è una politica proibizionista sulla mobilità da parte dell’Europa. E l’Africa ne è rimasta esclusa. È chiaro che in questa situazione di ostacoli al movimento la tratta diventa l’unica offerta percorribile. L’Europa infatti è a due misure: verso una parte di mondo apre alla mobilità (Albania, Romania), mentre verso l’Africa si chiude. Non è necessaria una guerra per decidere di mettersi in viaggio, peraltro, ma basta un’ambizione. Non si può vietare alle persone di viaggiare. Dico questo perché buona parte delle persone che giungono sulle coste sono state rinnegate, gente cioè che ha chiesto il visto e gli è stato negato”. 
 
L’Europa è stata fortezza anche con i profughi siriani. “Ne sono entrati 200mila negli ultimi tre anni -spiega Del Grande- quasi tutti illegalmente, alla luce di una totale assenza di spirito solidale da parte dei Paesi europei”. Cifre confermate all’inizio di aprile anche da Laurens Jolles, rappresentante in Italia dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR), a poche ore dal tragico naufragio del 19 aprile nel Mediterraneo. Dal dicembre 2014 i 28 membri dell’Unione europea -eccetto Germania e Svezia- hanno accolto la miseria di 5.438 rifugiati siriani sui 130mila complessivi. Il Regno Unito 143. “Se qualcuno volesse realmente contrastare queste morti -ha proseguito Jolles- dovrebbe preoccuparsi di fornire vie legali a queste persone per raggiungere l’Europa. Altrimenti ne moriranno ancora”.

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