Interni

L’era dell’amianto

Lunedì 28 aprile si è celebrata la Giornata mondiale delle vittime dell’amianto. In Italia, l’asbesto uccide ancora 4mila persone l’anno. A febbraio Altreconomia è tornata a fare il punto a Sesto San Giovanni, dal Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio. Prescrizione, sorveglianza sanitaria e rimozione dell’amianto da tutti gli edifici i punti in agenda (con video intervista) —

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

Il 3 febbraio hanno scritto una lettera aperta all’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta. E il 13 marzo si sono riuniti al Senato con il vice presidente della commissione Giustizia, Felice Casson. Il 20 e 21 marzo, invece, è stata la volta della seconda Conferenza internazionale sull’amianto, organizzata dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona, osservatorioamianto.jimdo.com) -alla Camera dei Deputati-.

È stata un’agenda fitta quella della rete di realtà e comitati stretti intorno al Coordinamento nazionale delle associazioni e delle vittime dell’amianto, perché a ventidue anni dalla legge che lo metteva al bando l’asbesto è ancora un’emergenza nazionale. Che richiede risorse per la messa in sicurezza. Su richiesta dei comitati, il senatore Casson aveva presentato un emendamento alla Legge di stabilità, proponendo di destinare 150 milioni di euro alla bonifica delle scuole. È stato respinto, come da sei anni è negato il finanziamento del fondo vittime dell’amianto.
Questo materiale, contenuto in oltre 3mila prodotti -dai mastici ai sigillanti, dalle pasticche dei freni alle corde, dalle conduttore di acqua potabile alle intercapedini e stucchi per strutture anche pubbliche, come asili, ospedali e scuole- era considerato il “miglior termodispersore al mondo”. Così pratico e a buon mercato da essere finito anche sui tetti: 2,5 miliardi di metri quadrati è la superficie di coperture in eternit in Italia, equivalente a circa 32 milioni di tonnellate di cemento-amianto.
Conveniente ma mortale: quand’è sottoposto a sforzi, si usura, liberando nell’aria miliardi di particelle che, se inalate, provocano danni enormi. Ogni anno, in Italia, secondo l’Inail, provoca 4mila vittime. Una parte rilevante delle 90mila morti censite all’anno dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui nel mondo 125 milioni di persone -ancora oggi- sono esposte all’amianto nei luoghi di lavoro. Le patologie interessano l’apparato respiratorio -asbestosi, tumore maligno del polmone e della laringe, mesotelioma pleurico-; poi c’è il mesotelioma peritoneale, pericardico, della tunica vaginale del testicolo, o il tumore maligno dell’ovaio. Placche e inspessimenti pleurici diffusi. Fino a colpire l’apparato digerente. È un attacco invisibile e senza fretta quello delle particelle di asbesto, con un intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia che in genere dura decenni: 46 anni, secondo i dati pubblicati nel 2012 nel quarto rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi dell’Inail.

Prima ancora della “malattia”, però, l’amianto evoca la “fabbrica”. Anche perché l’Italia, fino alla fine degli anni 80, è stato il maggior produttore di amianto d’Europa -dal dopoguerra al ‘90 ha partorito 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo. Seconda solo all’ex Unione sovietica. Michele Michelino, Silvestro Capelli e gli altri componenti del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni (comitatodifesasalutessg.com, in foto il corteo del 26 aprile scorso a Sesto) lo sanno bene. Il luogo dove ci incontriamo non è casuale: Sesto, subito a Nord di Milano, aveva visto nascere sul proprio territorio le più importanti aziende d’Italia. La Falck, la Marelli, la Breda. Negli anni 60 questa occupava 20mila persone, poi scese alla metà tra il 1970 e il 1980. Michelino ha lavorato lì 20 anni, a stretto contatto con l’amianto. Come i suoi compagni di lavoro, non era a conoscenza del fatto che le fibre disperse dall’amianto avrebbero potuto ucciderlo. Del resto, quel materiale non era ancora fuori legge. “Essendo un perfetto isolante, per il caldo e per il freddo, il datore di lavoro impiegava l’asbesto in quantità -ricorda Michelino-. Con i pezzi della acciaieria portati a 1.000, 1.200 gradi, noi operai usavamo grandi teli di amianto, cuscini di amianto, protezioni individuali, guanti e grembiuli di amianto”. C’erano buche coperte da amianto o grandi lenzuola, sempre fatte di amianto. E nessun aspiratore. L’esposizione provoca effetti fatali, lo scrivono, dal 1974, gli ispettori del Servizio di medicina preventiva per gli ambienti di lavoro (Smal) del Comitato sanitario di zona di Sesto San Giovanni. Redigono un verbale per ognuno dei sopralluoghi effettuati al reparto aste della Breda fucine, inviandolo poi alla direzione aziendale, all’assessorato alla sanità del Comune e della Regione Lombardia, all’ufficiale sanitario, all’ispettorato del lavoro e ai sindacati (Cgil, Cisl e Uil). Tra i “problemi rilevati” veniva indicata la “dispersione di fibre di amianto”. Alla fine del rapporto, era inserita una tabella riassuntiva degli effetti patologici “dovuti all’esposizione ad amianto”. Per pelle, laringe, polmoni, pleure, peritoneo, l’“associazione causale” con varie forme di cancro è definita “certa” (“molto probabile” per il carcinoma alla laringe). Per tubo digerente, ovaio, mammella e rene, l’ipotesi è “in studio”. Le denunce circostanziate dello Smal continuano, anche nel 1976. Il reparto è quello di torretta e forgia. “Per quanto la direzione aziendale ci abbia garantito la sostituzione dei teli in amianto -scrivono gli ispettori- al momento questa sostituzione non è avvenuta: sottolineiamo una volta di più l’urgenza di tale intervento”. “Nel reparto aste della Breda, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 -racconta Michelino- su ventiquattro lavoratori ne muoiono venti. Tutti con gli stessi sintomi”. Le carte dello Smal, però, restano negli archivi. Nessuno avverte i lavoratori, fino a quando Giambattista Tagarelli, lavoratore Breda cui è intitolata la sede del Comitato di Sesto San Giovanni (Centro di iniziativa proletaria), trova il plico dei documenti e fa scattare quella che Michelino e Capelli -a circa trent’anni di distanza- ricordano come un’autentica “inchiesta operaia” che porta la Procura di Milano ad indagare la dirigenza dell’azienda. Il 5 gennaio 2005 il Tribunale di Milano dichiara il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione” a carico di 9 dirigenti della Breda-Ansaldo, ritenuti nei fatti comunque colpevoli di omicidio colposo di Giancarlo Mangione, operaio stroncato da mesotelioma pleurico. I morti alla Breda, allora, sono 73 (oggi hanno superato quota 100).

Il ritardo dello Stato è ingiustificato. Già nel 1983, infatti, l’allora Cee, tramite la direttiva 477, ha dichiarato fuori legge l’amianto. Per sei anni, però, nessun esecutivo provvede a recepire le seppur timide indicazioni comunitarie. Nel 1989 l’Italia viene giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non comporta alcuna reazione immediata. Bisognerà attendere il 27 marzo di tre anni dopo perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento. Allora è sancito il divieto di estrazione, importazione, lavorazione, utilizzazione, commercializzazione, trattamento e smaltimento ed esportazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono. La messa al bando è affiancata da una proroga di due anni per permettere agli industriali di smaltirlo.
Sono trascorsi 22 anni, e oggi le bacheche del Comitato ospitano gli ultimi articoli dei giornali locali sui processi in corso a Milano e fuori. Sono partiti tardi. Contro Fibronit a Palermo e Broni, Fincantieri a Monfalcone, Montefibre a Verbania, Montedison a Mantova, la marina militare a Venezia. C’è un procedimento in fase iniziale persino per l’amianto sotterrato sotto la A31, in Val d’Astico (Vicenza). “La magistratura si è svegliata, finalmente”, ragiona Michelino con la testa al caso milanese. Dal 2009, infatti, la Procura del capoluogo lombardo può contare sul lavoro del pm Maurizio Ascione, formatosi nel pool di Torino condotto da Raffaele Guariniello autore dell’inchiesta sulla Eternit di Casale Monferrato (in attesa del verdetto della Cassazione). Dalla centrale termoelettrica di Turbigo (Mi) alla Pirelli di Milano, dallo stabilimento di Arese (Mi) dell’Alfa Romeo alle gallerie spruzzate di amianto delle metropolitane milanesi M1 e M2 dell’Azienda Trasporti Milanesi (Atm), fino alla ex Franco Tosi di Legnano (Mi). Gli ultimi due, in fase di dibattimento, vedono tra gli imputati -omicidio colposo, lesioni colpose gravissime i reati contestati- due personalità note. Nel caso Pirelli è Piero Giorgio Sierra, attuale presidente della Fondazione italiana per la ricerca sul cancro (Firc), dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) nonché consigliere dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo).
Anche Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi, cavaliere del lavoro dal 1989, rinviato a giudizio nel gennaio di quest’anno per i fatti della ex Franco Tosi di Legnano, siede nel consiglio d’amministrazione di Ieo. —
 

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