Diritti / Opinioni

L’emiro è in fuorigioco

In Europa è apprezzato per i grandi campioni che ha portato al Paris Saint Germain. In Qatar è temuto, dato il trattamento che riserva ai dissidenti. Amnesty International ha lanciato un appello per la scarcerazione immediata del "poeta dei gelsomini", condannato a 15 anni in secondo grado perché "sovversivo" e sgradito al patron dello squadrone parigino  _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 147 — Marzo 2013

 

“Voi sapete in che squadra gioca quest’anno Ibrahimovic, vero?”. Centinaia di teste si inclinano verso il basso, nel gesto di annuire: tutti o quasi sanno che il calciatore svedese gioca in Francia nel Paris Saint Germain. “E sapete chi è il proprietario del club?”. Stavolta annuiscono solo gli appassionati. “Ve lo dico io: il proprietario del Paris Saint Germain è l’emiro del Qatar. Il Paese nel quale proprio ieri è stato condannato all’ergastolo (in primo grado, in appello è stato condannato a 15 anni di reclusione, ndr) Mohammed al-Ajami, un poeta, accusato di ‘sovversione del sistema di governo’ e di ‘offesa all’emiro’ per una poesia sulle rivolte nel mondo arabo. Come vedete, certe cose ci sono più vicine a noi di quanto sembri…”. È la cronaca, quasi letterale, di un passaggio di un convegno che si è tenuto a Verona il 30 novembre scorso, “Le radici dei diritti”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, cominciò così il suo intervento davanti a centinaia di studenti universitari e medi, abituati a tenere separato l’ambito del divertimento e della passione sportiva da quello degli studi e della vita pubblica.

 

Noury qualificò al-Ajami come uno dei “prigionieri di coscienza” adottati da Amnesty e nel seguito del suo intervento rimarcò l’importanza del sostegno attivo dei cittadini per il buon esito delle lotte intraprese dalla sua organizzazione in favore dei perseguitati politici. È impossibile sapere se, e in quale misura, gli studenti veronesi abbiano colto l’importanza del nesso indicato da Noury: l’emiro del Qatar, autocrate e persecutore del poeta, è in Europa un personaggio pubblico accreditato e ben inserito nel sistema economico e mediatico, grazie anche alla popolarità del gioco del calcio. Nell’Europa che si considera patria dello stato di diritto, il modo in cui l’emiro tratta i suoi oppositori è considerato un dettaglio irrilevante.
 Che l’abnorme condanna inflitta ad al-Ajami non abbia creato scandalo in Europa, è una triste constatazione. La notizia non ha spinto né governi, né parlamenti, né grandi media a intervenire con la dovuta energia a tutela di un poeta che ha avuto il torto di scrivere questi versi nella sua “Poesia dei gelsomini”: “Noi tutti siamo la Tunisia di fronte alla repressione delle élite”. 


 

Il mondo del calcio non ha dato cenni di reazione e Ibrahimovic e la sua squadra continuano a fare notizia solo per le imprese sportive di cui sono protagonisti (grazie ai petrol-dollari dell’emiro) come se nulla fosse accaduto. È il tema della doppia morale, tipica delle opulente democrazie occidentali, pronte a imbastire spedizioni militari e guerre -vedi Iraq, Afghanistan, Libia e non solo- alzando la bandiera dei diritti umani, salvo ignorare quel che avviene in certi “Paesi amici”, dove regnano indisturbati satrapi e dittatori. Ma è anche il tema dell’assuefazione alla violenza, al sopruso e alla negazione di libertà e diritti. Le violazioni sistematiche dei diritti più elementari stanno diventando delle ovvietà, dei dati di realtà percepiti come immodificabili. Il pensiero che viene insufflato nelle menti dei cittadini (ma verrebbe da scrivere: nelle menti del pubblico) è che l’emiro del Qatar è un dittatore come tutti gli emiri e che nulla si può fare per cambiare questa evidenza. E il fatto che sia accettato e vezzeggiato nella democratica Europa? Altra ovvietà: è potente e poi ha salvato e fatto grande una società di calcio.
 

 

La banalizzazione della repressione, di certa repressione, cioè di quella che non confligge con gli interessi dei poteri stabiliti nel mondo occidentale, sta diventando un tratto caratterizzante delle nostre società. Stiamo silenziosamente abiurando ai princìpi su cui ufficialmente poggiano le istituzioni democratiche. Alcuni critici hanno di recente osservato che l’acclamato film di Kathryn Bigelow “Zero dark thirty”sembra favorire una sorta di “normalizzazione della tortura”. Questa normalizzazione è in corso da tempo. Basta pensare al campo di detenzione di Guantanamo: un orrore sotto il profilo giuridico, politico e umano, ma tuttora aperto, nonostante le promesse del candidato Barack Obama al tempo della sua prima elezione. Lo stesso Obama che è stato rieletto avendo nel frattempo inserito nel suo curriculum uno dei passaggi più osceni della politica internazionale degli ultimi anni: la fotografia propagandistica che lo ritrae con Hillary Clinton e altri ministri e funzionari mentre assiste in diretta, alla Casa Bianca, all’operazione militare conclusa con l’omicidio di Osama bin Laden, che non è stato arrestato e sottoposto a regolare processo, ma semplicemente assassinato. A ben vedere siamo tutti nella stessa condizione degli studenti veronesi di fronte alle parole del portavoce di Amnesty: siamo pronti a fare qualcosa per al-Ajami?

 

 

Il primo marzo Amnesty International ha lanciato un appello per la scarcerazione immediata di Mohammed al-Ajami, attualmente in isolamento presso il carcere di Doha. Ecco il testo:

 

Minister of the Interior

Sheikh Abdullah bin Khalid Al Thani    

Ministry of the Interior

PO Box 920

Doha, State of Qatar           

Fax: +974 4432 2927

Email: info@moi.gov.qa 

 

Sua Eccellenza,

 

le scrivo in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

 

Sono preoccupato per Muhammad al-Ajami perché, sebbene la sua condanna sia stata ridotta, è detenuto solo perché ha esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione e, pertanto, potrebbe essere un prigioniero di coscienza.

 

Le chiedo di rilasciare Mohammed al-Ajami immediatamente e senza condizioni, se è il caso, e di annullare la sua condanna.

 

Grazie per la sua attenzione.

 

Clicca QUI per firmare

 

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