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Modifiche alla Costituzione, attacco alle libertà individuali e alle istituzioni democratiche: il deficit di democrazia che ha aperto il 2012 del Paese magiaro riguarda il resto dell’Ue

Tratto da Altreconomia 135 — Febbraio 2012

Il primo gennaio 2012 la Repubblica d’Ungheria ha cambiato nome, e ora si chiama solo Ungheria. È una variazione densa di significati, perché riflette la svolta nazionalista e autoritaria decisa dal governo di Viktor Orban (nella foto sotto), con un’operazione che ha portato alla modifica della costituzione e ad interventi sul sistema giudiziario, sull’informazione, sugli equilibri fra i poteri dello Stato. In Europa si sta diffondendo una certa preoccupazione per quel che avviene a Budapest, dove si è messa in moto un’inaspettata protesta popolare, unico elemento incoraggiante dell’intera vicenda.
Lo sguardo europeo, inteso in un’ottica sia istituzionale (i governi, la commissione, il parlamento di Strasburgo) sia mediatica, tradisce un certo moralismo e suscita qualche perplessità. Il cuore delle critiche istituzionali, in questa fase iniziale, si è concentrato sulla limitazione dell’autonomia della Banca centrale ungherese, deciso da Orban insieme a misure che tendono a rafforzare il potere esecutivo e indebolire i tradizionali contrappesi: il parlamento, la magistratura, le istituzioni indipendenti.
Tutte decisioni deprecabili, ma come negare che vi sia una crisi dei parlamenti in tutta Europa? Che vi sia, meglio ancora, una crisi delle democrazie. È difficile dimenticare che cos’è successo quando il premier greco Papandreu ha annunciato un referendum sulla dura manovra economica concordata con l’Unione europea: è stato costretto a ritirare il referendum, a dimettersi e a sostenere con il suo partito un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademos, gradito a Bruxelles e Francoforte (e a Berlino…) in quanto ex governatore della Banca centrale greca ed ex vice presidente della Bce.
La svolta ungherese affonda le sue radici nel tracollo economico in corso: il governo magiaro, nella sua propaganda, non manca di rivendicare l’indipendenza nazionale e il diritto del Paese a compiere le proprie scelte, senza soggiacere al potente apparato economico-finanziario che ha preso -di fatto-  le redini dell’Unione europea. La strategia di Orbat è inaccettabile, ma non si può negare che vi sia in tutta Europa -e non solo a Budapest- un deficit di democrazia. È un deficit che pare allargarsi man mano che procedono le manovre economiche, ufficialmente dettate dalla necessità di sanare i conti e ridurre l’enorme debito pubblico accumulato. In Italia come in Spagna, in Grecia come in Francia e nel resto d’Europa, sia pure con  accenti diversi, si assiste impotenti allo svuotamento delle funzioni parlamentari, a decisioni pesantissime prese durante microvertici fra leader politici e dirigenti di grandi istituzioni sovranazionali, alla totale assenza sui media di un confronto pubblico degno di questo nome, alla progressiva riduzione dei diritti e delle libertà sul posto di lavoro e nella società. 
In un quadro tanto disastrato, lo “scandalo” ungherese è un ammonimento per l’intero continente. Siamo al classico “de te fabula narratur”: quel che sta accadendo in Ungheria rischia d’essere un’anticipazione per analoghe virate nazionaliste in altri paesi. L’Europa politica, autenticamente federalista, è un progetto che si allontana giorno dopo giorno: non viene più nemmeno menzionato nel discorso pubblico. Sta vincendo l’Europa dei mercati, della finanza, del “golpe bianco” che si realizza espropriando le funzioni tipiche dei parlamenti democratici a forza di vincoli di bilancio e di tecnocrazia. Se i cittadini europei si sentono poco partecipi di un’Europa del genere e prestano invece ascolto alle mai sopite voci del nazionalismo, c’è poco da stupirsi.
L’Ungheria è anche uno specchio. Le incertezze economiche e il dominio della finanza hanno favorito le forze politiche di destra e alimentato il nazionalismo: lo stesso è avvenuto (e avverrà) in altri Paesi. L’attacco alle minoranze, in particolare la pressione sulla numerosa popolazione di cultura rom, ha caratterizzato per mesi e mesi la vita politica ungherese; ha accompagnato l’ascesa di formazioni xenofobe e razziste e ha creato un clima di ansia e violenza, logica premessa per la svolta autoritaria del primo gennaio 2012. Ma anche qui non si può certo dire che si tratti di una specialità ungherese, visti i precedenti francesi, con la campagna di espulsione di centinaia di famiglie rom romene, e quelli italiani, con le pluriennali campagne antizigane di amministrazioni locali e nazionali.
La vicenda ungherese è quindi ancora più sinistra di quel che appare: anziché un tuffo nel passato, rischia d’essere un lubrificante per la post-democrazia che si sta insediando nelle capitali europee. —

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