Interni

L’eccellenza sconosciuta

La ricerca scientifica italiana è ai vertici nel mondo. Tre storie esemplari —

Tratto da Altreconomia 157 — Febbraio 2014

Barack Obama ama ripetere questa frase: “Ogni dollaro che abbiamo investito nella mappatura del genoma umano ha riportato 140 dollari all’economia della nazione. Ogni dollaro!”. L’affermazione risponde non solo ai detrattori della ricerca sul genoma, ma anche a chi chiede conto di quel 3% di prodotto interno lordo statunitense speso in ricerca scientifica, investimenti che negli ultimi 25 anni stanno sostituendo quelli per macchinari e beni strumentali in quasi tutti i Paesi industrializzati, in particolare in Europa. Il rapporto fra ricerca e sviluppo delle imprese e Pil indica un progressivo spostamento della specializzazione produttiva su settori innovativi a più elevata intensità di ricerca. Anche per questo motivo, l’Europa ha fissato per il 2020 l’obiettivo del 3% quale rapporto tra spesa in ricerca scientifica e prodotto interno lordo. Oggi la media (con importanti differenze) è attorno al 2%. L’Italia è indietro, con un misero 1,25% (dato al 2011, fonte Eurostat). Ogni contribuente italiano ha partecipato allo sforzo scientifico con 325 euro l’anno, contro i 1.389 di un omologo svedese.
Stando ai dati pubblicati dal ministero dell’Istruzione (www.istruzione.it), al 2010 le imprese italiane hano contribuito alla ricerca scientifica per il 45% del totale, lo Stato per il 42%. Stiamo parlando di circa 19 miliardi di euro, 10 dei quali spesi dalle imprese, per un settore che impiega 348mila persone (di cui 149mila ricercatori). Alle università, che impiegano un terzo degli addetti, vanno circa 5,6 miliardi di euro. E nelle università si concentra la maggior parte della ricerca scientifica “di base”, oltre a un buon 40% di quella applicata.
Come è noto, anche l’Università -e tutto il settore educativo- ha subito i tagli dettati dalla “spending review”: secondo la Commissione europea è in compagnia di altri 20 Paesi, anche se con un buon 5% di tagli l’Italia sta tra i più “solerti”. Il taglio al Fondo di finanziamento ordinario nel periodo 2008/2015 è stato di 1,5 miliardi di euro, secondo quanto stabilito dalla Finanziaria 2008 dell’allora ministro Giulio Tremonti.
Coi tagli si confronta tutti i giorni il ministro Maria Chiara Carrozza: laureata in Fisica, ricercatrice e poi professore  di bioingegneria industriale, è stata rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Il ministro sa che in Italia la ricerca scientifica è poco sostenuta, finanziata e quindi diffusa (secondo l’Ocse, l’Italia è 21esima su 32 Paesi per numero di laureati che iniziano un dottorato di ricerca). Ma il ministro sa anche che la ricerca italiana costituisce un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo. Non più tardi di dicembre, la prestigiosa rivista Nature ha evidenziato come gli articoli pubblicati da ricercatori italiani siano tra i più citati nella comunità scientifica, più dei colleghi statunitensi. Non solo: anche se i ricercatori italiani sono solo 1,1% del totale mondiale, producono il 3,8% degli articoli. Un’eccellenza che cerchiamo di raccontare nelle tre storie che seguono.

Il fascino del cervello
Medico e neurofisiologo, Marcello Massimini sta sviluppando nuovi strumenti per lo studio del sonno, della coscienza e delle sue alterazioni nel suo laboratorio presso l’Università Statale di Milano, all’Ospedale Sacco. Nel luglio 2013 ha pubblicato “Nulla di più grande”, un’affascinante saggio sul cervello e la coscienza, scritto con Giulio Tononi, medico e psichiatra negli Stati Uniti d’America, considerato il massimo esperto mondiale sul tema.

“Da sempre mi ha condotto la passione per lo studio del cervello, ma non in una sua specifica funzione -la vista, o la memoria- quanto nel suo insieme. Come fanno i cento miliardi di neuroni del cervello a generare ciò che siamo. In altre parole, mi affascinava il rapporto cervello-coscienza.
Dopo la laurea in medicina non ho intrapreso una specialità, come si fa di solito, ma un dottorato di ricerca in neurofisiologia, vincendo un concorso pubblico. Qui, mi sono scontrato con i primi problemi. All’estero ti laurei e poi inizia la vera sfida.
In Italia liceo e università danno un’ottima preparazione, ma poi il sistema ti abbandona, in uno stallo senza regole precise. D’altro canto, ho avuto il vantaggio di avere grande libertà; questo è un male se non sei motivato, ma un bene preziosissimo se sei davvero appassionato.
Durante il dottorato ho trascorso un periodo in Canada, dove ho capito che cosa vuol dire fare ricerca.
Al ritorno in Italia si ripresenta qualche problema: mancanza di fondi, innanzitutto. Ciononostante proseguo le ricerche, e grazie a queste mi metto in contatto con Tononi. È seguendo un suo consiglio che scrivo un progetto chiedendone il finanziamento a una fondazione statunitense. Con mio grande stupore, ottengo una borsa di 80mila dollari per lavorare due anni nel Wisconsin, a fianco di Tononi. I due anni poi diventano cinque.

La mia opinione è che molti ricercatori italiani abbiano grandi idee, slancio e motivazione. Però subiscono il condizionamento del sistema, che li induce e ritenersi degli illusi. Sono tali e tante le resistenze che si incontrano da indurti a pensare che quel che volevi fare era solo il sogno di un bambino. Non è così.
Negli States abbiamo preso una teoria sulla coscienza e abbiamo lavorato per validarla con dati empirici. Non avrei mai immaginato di pubblicare i risultati delle nostre ricerche su Nature e Science.
Poi ho deciso di tornare. Tra i vari motivi c’è che sono anche reso conto che là il sistema, paradossalmente, ti costringe a rischiare poco. Devi fare lavori ‘sicuri’, meglio non testare strade che rischiano di fallire. In Italia invece il sistema ti ‘perdona’ se rischi un po’, magari non pubblicando studi con altissima frequenza. La coscienza è un tema rischioso, e per questo sono tornato.

Un altro colpo di fortuna mi porta a vincere un grant della Commissione europea, che mi assegna 300mila euro da spendere in Italia. Nel frattempo avevo fatto il concorso per divenire ricercatore a tutti gli effetti.
Con il grant e fondi resi disponibili dall’Università di Milano, abbiamo comprato i macchinari. Li abbiamo anche caricati su un camion e portati in Belgio per studiare i pazienti in coma: questa è la libertà che ti dà l’Italia.
Col tempo di grant ne abbiamo vinti altri, per un totale di un milione e mezzo di euro.
Oggi siamo una squadra di sette persone. Io e un altro medico siamo assunti dall’Università, gli altri hanno lo stipendio garantito dai grant: tre bioingegneri del Politecnico di Milano (con una preparazione difficile da trovare persino negli Usa), uno psicologo, un fisico quantistico brasiliano convertito alle neuroscienze.

La mia è una storia positiva, resa possibile dalla libertà e da qualche colpo di fortuna. Oggi molti ricercatori sono soffocati da compiti che non competono loro, magari funzionali ai professori universitari da cui dipendono. A me questo non è accaduto.
Detto questo, io credo che ci sia un equivoco di fondo: la scienza è un lavoro per chi vuole rischiare. Quasi come un piccolo imprenditore, o un artigiano. Si deve essere in qualche modo disposti anche a perdere tutto.
A volte invece viene percepito come un lavoro ‘parastatale’: entri in Università come alle Poste. Si avanza per anzianità, o peggio ‘ope legis’, come è accaduto più volte. Questo ha snaturato lo spirito del vero ricercatore. La conseguenza è una minor selezione dei meritevoli, che è tanto più grave quanto minori sono i fondi disponibili. Ciò è molto triste, perché la maggior parte dei ricercatori italiani all’estero spicca per abnegazione e preparazione.
Credo che non si debba immaginare un sistema del tutto nuovo, semmai vedere come fanno altrove e copiare il meglio. In Inghilterra ad esempio non ci sono concorsi o idoneità: si presenta un progetto di ricerca e dopo 5 anni il dipartimento che l’ha finanziato viene valutato da un’agenzia nazionale, che decide dei fondi. Se il dipartimento assume la persona sbagliata paga molto caro.  Inoltre, più un ricercatore produce, più porta fondi al dipartimento e meno didattica fa. Questo è un altro punto cruciale: da noi non c’è ancora separazione tra carriera di scienziato e attività didattica. Nel resto del mondo tutti sanno che centinaia di ore di lezioni ed esami non sono compatibili con la ricerca ad alto livello. Penso si debba trovare un giusto equilibrio tra libertà e responsabilità”.

La ricerca si “applica”
L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT, www.iit.it) è un centro di ricerca scientifica e tecnologica istituito come Fondazione di diritto privato con la legge 326 del 2003 dal ministero dell’Istruzione e dal ministero dell’Economia.
La sede principale è un palazzo di 30mila metri quadri poco distante dall’uscita di Genova Bolzaneto della A7, un tempo appartenuto all’Intendenza di finanza e pieno di dichiarazioni dei redditi.
Oggi sono sette piani di laboratori all’avanguardia, tra laser, robot e materiali innovativi. Dalla nascita dell’IIT, nel dicembre 2005, Roberto Cingolani ne è direttore scientifico. Cinquantadue anni, laureato in Fisica a Bari, ha girato il mondo tra docenze, collaborazioni, premi, pubblicazioni, brevetti. Sta per uscire un suo testo: Bioinspired technologies for humans (Springer Verlag).
“È importante che un’istituzione come l’IIT sia nata in Italia, con la forma di Fondazione, prendendo a esempio realtà come il Max Planck Institut di Stoccarda. È una forma di governance che funziona bene per la ricerca. Inutile prendere a modello le esperienze statunitensi, inimitabili e non necessariamente migliori. In Italia siamo stati i primi, e per ora gli unici.
Soprattutto, per la prima volta, passa l’idea che la tecnologia non sia un sottoprodotto della ricerca pura, che non vi sia conflitto tra ricerca di base e ricerca applicata.
È certamente fondamentale che il Paese finanzi la ricerca pura, ma anche che valorizzi i risultati pratici che ne conseguono. In una battuta, il Pil di oggi si fa con la tecnologia, quello di domani dipende invece dalla conoscenza che produrrà nuove tecnologie.
Dopo 36 mesi per predisporre la sede e l’organizzazione, il lavoro dell’IIT ha avuto inizio nel 2009. Oggi lo staff è composto da oltre 1.200 persone, l’85% delle quali è personale scientifico. Lo Stato ci dota di un budget di 100 milioni di euro l’anno, di cui solo il 15% va in spese di gestione. Il resto è tutta ricerca. In questo palazzo lavorano 782 persone nei nostri  laboratori. Negli altri 10 centri dislocati in Italia, presso politecnici e università, ce ne sono altre 451. Altri numeri sono significativi: l’età media dei nostri ricercatori è inferiore ai 34 anni, le donne sono il 40%. Infine: il 43% dei ricercatori viene dall’estero, di cui molti italiani che rientrano. Qui sono presenti 54 nazionalità.

Questi numeri dipendono forse dal fatto che abbiamo cercato di adeguarci a standard internazionali: vuol dire avere un ambiente attrattivo, laboratori molto sofisticati, regole applicate nel mondo, ad esempio in tema di reclutamento. Per lavorare qui non si fanno concorsi, non c’è Gazzetta ufficiale. Ma un panel di decine di esperti da tutto il mondo che giudicano un ricercatore e il suo progetto di ricerca. Non solo: abbiamo un tasso di ricambio molto alto: i ‘senior’ sono solo il 15% dei ricercatori, che rimangono qui per più di 5 anni. Gli altri restano 3, 4 anni. C’e’ un fortissimo turn over, ed è così che accade -e deve accadere- nel mondo. Nella ricerca scientifica la mobilità è un indicatore di successo. Questo ci permette di avere da una parte stipendi più alti, dall’altra la possibilità di interrompere iniziative che si sono rivelate infruttuose. I ricercatori dell’IIT sanno di essere tutti sotto pressione. Non pretendo che il nostro sia l’unico modello, ma io penso che nell’offerta di un Paese avanzato debba esserci anche questo: una palestra di giovani talentuosi che diventano poi professori, o dirigenti di imprese”.

All’IIT sono presenti 18 aree disciplinari. A oggi ha “prodotto” 3.500 pubblicazioni scientifiche, 127 invenzioni e 209 domande di brevetti, 31 brevetti già concessi. I suoi ricercatori hanno dato vita a 8 spin off tecnologici nell’ultimo anno, e 111 progetti commerciali. Oltre alla “dote” ministeriale, l’IIT si è aggiudicato 96 progetti dall’Unione europea e per 84 progetti da enti nazionali o esteri: tra questi 3 dall’European Research Council (ERC, erc.europa.eu) a dicembre 2013.
“Lo nostra logica è: tu proponi un progetto, noi ti diamo un budget. Poi puoi attirare altri fondi: chiediamo siano almeno il 30%. Chi attrae molto può costruirsi una squadra e creare nuove posizioni, nuovi posti di lavoro.
Il modello funziona specie se si tiene conto del tempo, variabile indipendente fondamentale nella ricerca -specie quella applicata- che troppo spesso viene ignorata dalla burocrazia. Se dovessi mettere in fila i nodi della ricerca scientifica italiana inizierei da qui. Poi c’è il tema della mancanza di certezza di regole precise. Terzo punto: un sistema di reclutamento più snello. Qui si arriva con un piano strategico, come fosse un piano industriale. Il ricercatore deve essere un innovatore: su questo verrai giudicato, e sulla tua capacità di recuperare risorse.
Quarto: infrastrutture di livello, che non si improvvisano da un giorno all’altro. Infine, certamente, i soldi. Ma se è vero che l’investimento in ricerca rispetto al Pil è molto basso, mi chiedo quanto vantaggio avremo con più soldi ma medesimo sistema. Faccio un esempio: nella ricerca non valgono le stesse regole di altri ambiti del mondo del lavoro. Non si può imporre la contrattualizzazione a tempo indeterminato di tutti i ricercatori dopo 36 mesi  di  lavoro dipendente. Il rischio è di avere ‘un esercito con più ufficiali che soldati’.

Detto questo, non è semplice calcolare la leva economica della ricerca scientifica, salvo per i posti di lavoro che crea e il loro indotto. Io credo intanto che il settore pubblico debba finanziare la curiosità scientifica, alimentare settori strategici per la conoscenza, da cui il sistema potrà trarre vantaggi, anche solo per la preparazione che viene data alle persone. Pubblico e privato si devono parlare: anche qui alcune aziende hanno finanziato progetti specifici.
Io ho lavorato molto all’estero, e ovunque sono stato non ho avuto la percezione di essere peggio degli altri. I dati dicono che la ricerca italiana è ai massimi livelli. Quello che cambia è l’organizzazione: altrove il sistema della ricerca è concepito per avere successo.

Ma in ballo c’è molto. Elettronica e biomeccanica non sono solo viti e bulloni. 
Noi studiamo robotica, l’interazione uomo-macchina, ma anche materiali intelligenti, macchine nanotech per la depurazione. La verità è che il pianeta -per usare una metafora fisica- è del tutto fuori equilibrio, con una minoranza che detiene la maggior parte delle risorse e delle ricchezze.
Nel pianeta i più ricchi sono anche i più vecchi: questa è la società cui daremo protesi e assistenti robotici a domicilio. Per il restante 80% della popolazione mondiale, che va verso i 9 miliardi, il compito della tecnologia è portare energia, acqua, recuperare risorse altrimenti in esaurimento.
Oppure sarà guerra. Ecco, la visione -tutta politica- che manca è considerare la tecnologia come uno strumento di pace”.

Si fotografano molecole
Caterina Vozzi ha 38 anni e “fotografa molecole”. Laurea in fisica alla Statale di Milano, dottorato in fisica della materia, ottica e laser in collaborazione col Politecnico: 3 anni a 850 euro al mese. Il concorso per diventare ricercatore (due anni di trafila) e nel frattempo il post dottorato, assegnista di ricerca all’Istituto nazionale di fisica della materia, poi incorporato nel CNR. Oggi è ricercatore a tempo indeterminato all’Istituto di fotonica e nanotecnologie del CNR, presso il Politecnico di Milano (www.ifn.cnr.it). “Nell’Istituto lavorano 20 persone. Mi occupo dello sviluppo di sorgenti laser, il cui utilizzo è finalizzato allo studio della materia. Il mio lavoro è ‘fotografare’ la struttura delle molecole, un processo piuttosto complesso che prevede l’elaborazione di molte immagini. L’abbiamo fatto per la CO2, e adesso studiamo come estendere questa tecnica anche su molecole più complesse o che si modificano nel tempo”.
Caterina è dipendente del CNR, che le garantisce uno stipendio mensile di 1.750 euro al mese. Ma i soldi per le sue ricerche arrivano soprattutto dall’esterno: “Noi ricercatori ‘applichiamo’ in Europa, al ministero, alla fondazione Cariplo…”.
Nel 2012 però Caterina ha ottenuto un prestigioso grant europeo, l’ERC: un milione e mezzo di euro da spendere in 5 anni sul suo progetto di ricerca. È un risultato raro: solo 14 ricercatori del CNR su oltre 4mila l’hanno ottenuto. Con quei soldi ha dato lavoro a un altro assegnista di ricerca, a un ricercatore assunto a tempo determinato e a un dottorando.
“Sono diventata ricercatrice relativamente giovane. Non è obbligatorio, ma mi sono ritagliata anche il tempo per un ruolo di professore a contratto: insegno fisica di base a ingegneria biomedica. Vedo molta preparazione tra i ricercatori italiani: nonostante i tentativi di distruggerla, l’università sforna studenti preparati, e quindi buoni ricercatori. Per ora ce la caviamo, e forse abbiamo l’abitudine a fondi scarsi. Ma non sembra si vada nella direzione di un miglioramento: la qualità quindi non rimarrà buona per sempre se continuiamo a togliere soldi. Molta gente capace è senza risorse, intere filiere di ricerca non vengono finanziate. Senza contare che non si parla solo di stipendi: dietro la ricerca c’è un indotto, fatto di aziende all’avanguardia che producono macchinari necessari, strumentazione, materiali. Un mercato da tenere vivo.
Sono stata un anno a Ottawa, in Canada: lì l’organizzazione è migliore, la ricerca è al centro del tuo lavoro, senza burocrazie o questioni amministrative. La disponibilità di fondi a volte non ne garantisce un utilizzo ottimale. Il fatto che all’estero ci sia meno personale ‘strutturato’ facilita il reclutamento di studenti capaci -anche per gli stipendi più alti- che diventano buoni ricercatori. L’altra faccia della medaglia è che il turn over intacca la continuità della ricerca.
Non so prevedere con esattezza quali saranno le applicazioni pratiche o il ritorno economico della ricerca che facciamo. So che è tipico della scienza indagare fenomeni, e solo dopo capirne le potenzialità”.  —
 

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