Diritti / Intervista

Le strategie nascoste del filantrocapitalismo

Da Bill Gates a Mark Zuckerberg: una ristretta classe di vincitori della globalizzazione economica e finanziaria, la stessa che ha prodotto le attuali disuguaglianze, si è ritagliata una nuova immagine grazie alla filosofia del dono, in campo sanitario o di contrasto alla povertà. Intervista a Nicoletta Dentico

Bill e Melinda Gates © Bill&Melinda Foundation

“Il filantrocapitalismo prende i modelli del mercato e li applica alla beneficenza. È la prosecuzione di interessi economici ma con altri mezzi”. Così Nicoletta Dentico, giornalista ed esperta di salute globale, spiega la natura dei progetti che i nuovi filantropi, l’1% dell’élite più ricca del Pianeta, realizzano per supportare cause come la diminuzione della fame e povertà o le campagne per il diritto all’educazione e alla salute. Nel libro-inchiesta “Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo” (Editrice missionaria italiana, 2020), Dentico mostra che cosa si nasconde dietro l’efficace strategia portata avanti dalla “ristretta classe di vincitori della globalizzazione economica e finanziaria, la stessa che ha prodotto le attuali disuguaglianze”. Attraverso le loro fondazioni i protagonisti della filantropia contemporanea hanno iniziato a esercitare un’influenza sempre più determinante sull’agenda delle Nazioni Unite ricavandone benefici ed egemonia. Un’azione di pressione, e un lento cambiamento all’interno del Palazzo di Vetro, che Dentico ha avuto modo di osservare direttamente a Ginevra in quanto co-fondatrice dell’Osservatorio italiano sulla salute globale (Oisg), direttrice in Italia della Campagna internazionale per l’accesso ai farmaci essenziali di Medici Senza Frontiere e coordinatrice di azioni di monitoraggio sull’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Dalle prime famiglie di filantropi degli Stati Uniti, i Rockfeller e i Carnegie, per arrivare alle attuali -come i Gates, Clinton e Zuckerberg- Dentico studia la loro “filosofia del dono” nutrita di quello che definisce l’ottimismo “win-win”, l’idea che se i poveri diventano consumatori non saranno più emarginati. E uno dei presupposti che incentiva i programmi dei nuovi “benefattori globali”, ripercorre l’autrice nel testo, sono le politiche fiscali che agevolano le fondazioni. Come il caso degli Stati Uniti dove sono state create le prime misure di deducibilità fiscale rivolte proprio alla filantropia. Oggi gli strumenti normativi le sovvenzionano attraverso un sistema di sussidi pubblici che permette a quelle organizzazioni non profit di non avere tassazioni né sulle entrate né sui redditi. La tendenza si sta affermando anche in Europa dove, fatta eccezione per la Svezia, secondo la European Fundraising Association (Efa), a larga maggioranza i Paesi dell’Ue offrono deduzioni e detrazioni fiscali per sostenere l’azione filantropica.

“Nel libro c’è tutta l’esperienza maturata in due decenni di impegno internazionale nel campo della salute”, spiega ad Altreconomia Dentico. “Ma c’è una forte componente personale. La rabbia nell’osservare che il meccanismo iperfilantropico è il risultato delle disuguaglianze che dominano il mondo e tolgono il respiro. Ho imparato a diffidare della retorica, colonialista e riduzionista, della lotta alla povertà”, afferma. “Per scrivere ho preso ispirazione dalle pratiche etiche che ho potuto osservare direttamente nel mio lavoro. Dalle comunità di donne dell’America Latina, con le loro forme di mutualismo, ai movimenti di cittadini in Africa che lottano contro l’uso degli Ogm nei loro campi. Questo libro è anche un tentativo di rappresentare i loro sforzi di resistenza nel Sud del mondo”.

Dentico, partiamo dalla definizione di filantrocapitalismo. In che cosa consiste e in che modo si distingue dalla filantropia classica?
ND La filantropia classica è vicina ai territori. Ha cura le relazioni e dà libertà di azione alle realtà cui eroga le donazioni, lasciandole libere di autodeterminarsi su come utilizzare i soldi ricevuti. Il filantrocapitalismo è diverso: è l’estensione dell’attività imprenditoriale con altri mezzi portata avanti da chi si è arricchito con la globalizzazione, i brevetti, l’elusione fiscale o le posizioni di monopolio. Attraverso le loro donazioni i nuovi filantropi sono riusciti a ottenere un cambio di immagine e hanno lavorato per colmare i vuoti lasciati dalla politica, per esempio finanziando alcune agenzie delle Nazioni Unite. Sono entrati nei buchi della governance globale, ricavandone posizioni di potere.

La mia tesi è che, grazie alle loro donazioni, i filantrocapitalisti sono riusciti a portare avanti il progetto di riforma dell’Onu e la creazione del 1999 del Global Compact, il patto globale stipulato dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan con un consistente numero di imprese transnazionali. Il patto ha aperto agli attori economici privati le stanze del Palazzo di Vetro, istituzionalizzando la presenza del settore corporate all’interno dei suoi processi diplomatici, con la speranza che potessero contribuire al sostegno finanziario delle sue agenzie. La partita economica c’è stata ma molto inferiore rispetto alle aspettative. Il Global Compact è stato preceduto da un evento significativo: nel 1997 il miliardario Ted Turner (fondatore della Cnn e poi direttore della Time Warner Inc, ndr) aveva annunciato l’intenzione di donare un miliardo di dollari a favore dell’Onu. Nel 1998 al Palazzo di Vetro il sottosegretario per gli Affari legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, e Timothy Wirth, presidente della UN Foundation, la fondazione privata di Turner, hanno firmato l’accordo che regolava la relazione tra la fondazione e l’Onu. Era la prima volta che un privato erogava una donazione così consistente.

Nella sua ricerca dedica ampio spazio a Bill Gates che definisce “l’Ur-filantropo”. Come si caratterizza la sua filantropia?
ND Bill Gates ha portato la filantropia a livelli non paragonabili a quella dei colleghi. Il suo raggio di azione è molto ampio e va dall’educazione alla salute fino ai programmi contro la fame in Africa. Il miliardario adotta lo stesso approccio monopolistico esercitato con Microsoft. Grazie alla sua fondazione Bill&Melinda Gates, ispirato dalla sua vocazione per le tecnologie e dal tema della salute, negli anni Novanta il filantropo di Seattle ha iniziato a creare partnership pubblico-private per la ricerca e produzione di vaccini, in particolare per le malattie che colpiscono i poveri della Terra, le cosiddette poverty-related diseases. Questa rete gli ha permesso di iniziare a relazionarsi con la comunità scientifica, le organizzazioni non governative e le istituzioni internazionali. Non solo. Gates è stato uno dei primi a investire nelle biotechcompany. Tra le sue principali iniziative c’è la Global Alliance for Vaccine Immunization (Gavi, la più importante iniziativa pubblico-privata sulla produzione di vaccini nel mondo, ndr), e la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (Cepi), nata nel 2017 dopo l’epidemia di ebola. Prima ancora c’era stato il Fondo Globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria lanciato nel 2001 al G8 di Genova, che aveva iniziato a muoversi usando le strutture logistiche dell’Organizzazione mondiale della sanità ma con l’obiettivo di superare le procedure delle Nazioni Unite.

Che cosa sta succedendo ora con il vaccino anti Covid-19?
ND Bill Gates è stato l’unico a non essere stato colto impreparato dalla pandemia. Nel 2015 aveva capito che sarebbe arrivato “the big one”, il virus che avrebbe colpito il mondo iperglobalizzato. In quel periodo raccontava la sua profezia in Ted Talk, interviste e articoli sulla stampa scientifica iniziando a investire milioni di dollari nella ricerca per i vaccini. Arrivato il Coronavirus, la Fondazione Gates si è subito riorganizzata per finanziare la ricerca e lo sviluppo di terapie sul Covid-19 attraverso un impegno da 530 milioni di dollari. Con l’iniziativa Access to Covid19 Tools (Act) Accelerator, di cui la Fondazione Gates fa parte, il miliardario si è accreditato sulla scena come un protagonista della lotta alla pandemia alla pari dell’Oms, della Banca Mondiale e della Commissione europea.

È stata appena nominata presidente della Geneva Global Health Hub. Che cosa farà?
ND Si tratta di una grande responsabilità. Il Geneva Global Health Hub è un spazio pubblico e libero, il luogo di azione della società civile nato per presidiare l’Organizzazione mondiale della sanità, le Nazioni Unite, i governi. Stiamo iniziando a pensare al primo appuntamento di un mandato che ha la durata di tre anni. Dobbiamo portare l’impegno e le azioni per il diritto alla salute fuori dalle stanze dell’Onu. Significa che è arrivato il momento di pensare alla salute non solo in termini di malattie ma di politiche sociali e queste riguardano anche altri fattori che si intersecano: l’etnia, la classe e il genere.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia