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Le Regioni a sostegno del commercio equo e solidale. Un bilancio positivo

In 15 anni nove Regioni hanno supportato organizzazioni e cooperative per promuovere nelle scuole e tra la cittadinanza i valori del fair trade. Un investimento minimo dai risultati straordinari. Non si deve tornare indietro

Tratto da Altreconomia 242 — Novembre 2021
Un incontro con i produttori all’interno della manifestazione Altrocioccolato, in Umbria. Interviene Fabrizio Cuniberti di Equo Garantito (e Ponte Solidale di Perugia) © Archivio Equo Garantito

Sostenere il commercio equo e solidale è un investimento che fa bene all’Italia. Non interessa solo i produttori o i consumatori “critici” ma arricchisce i territori in cui operano le realtà che ne portano avanti i princìpi, i metodi e gli ideali. È il bilancio di 15 anni di supporto al movimento assicurato dalle Regioni che nel tempo si sono dotate di una legge ad hoc: dal 2007 a oggi, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Umbria, Provincia autonoma di Trento, Lombardia, Marche, Puglia e Friuli-Venezia Giulia hanno complessivamente investito poco più di 8,4 milioni di euro, supportando interventi nelle scuole, iniziative e materiali formativi e di sensibilizzazione sui temi del consumo e dei diritti lungo le filiere, progetti in rete e di cooperazione internazionale, giornate del commercio equo, seminari, laboratori, spettacoli teatrali, concerti, degustazioni fiere e tanto altro ancora.

“Uno sforzo economico minimo che non va disperso”, dice Gaga Pignatelli di Equo Garantito, l’associazione di categoria delle organizzazioni di commercio equo e solidale italiane: stiamo parlando infatti in media di 560mila euro a livello nazionale, una briciola se si pensa a un singolo budget regionale, nell’ordine dei miliardi di euro. Gli atti e le delibere che le Regioni hanno trasmesso ad Altreconomia nell’arco dell’estate 2021 evidenziano dinamiche diverse. Quella che più salta agli occhi riguarda il progressivo decremento, in alcuni casi molto marcato, dei contributi impegnati o erogati.

8,4 milioni di euro, l’investimento delle Regioni italiane negli anni a sostegno del fair trade

È il caso della Liguria, tra le prime in Italia a dotarsi di una norma specifica (la 32 del 2007), e la più munifica nel tempo per circa 2,9 milioni di euro (impegno di spesa). I 50mila euro “prenotati” nel 2021 non sono paragonabili agli oltre 615mila del 2009, già scesi a 80mila nel 2015 durante il primo anno della Giunta guidata da Giovanni Toti. Dinamica simile, seppur su altri ordini di grandezza, per l’Umbria (legge 2 del 2007). Dagli oltre 100mila euro del 2008 si è passati prima ai 30-35mila dal 2015 fino a quota zero a partire da quest’anno (presidente della Regione Donatella Tesei). O anche in Friuli-Venezia Giulia: da due anni il finanziamento è stato cancellato dalla Giunta presieduta da Massimiliano Fedriga.

Sfigurano Abruzzo, Lazio, Piemonte e Toscana: le quattro Regioni hanno approvato una legge specifica ma non l’hanno mai finanziata, lasciandola lettera morta. Ecco perché, di fronte al definanziamento, o al mancato investimento, Marco Fazio, presidente di Equo Garantito, parla della necessità di “mantenere attivo il presidio, impegnandosi a valorizzare l’impatto positivo delle leggi”. Anche perché a livello nazionale una norma di cornice non c’è: la legge approvata alla Camera nel marzo 2016 è ancora impantanata al Senato.

Che cosa perda una Regione a non sostenere il commercio equo lo si può capire ripercorrendo le oltre 900 iniziative per 100 progetti messe in campo in Liguria dal 2007 e che hanno visto il coinvolgimento di oltre 150mila persone. Si va dalla fiera “Equa” alle 7mila ore passate nelle scuole per sensibilizzare i giovanissimi sui principi del fair trade o le storture della grande distribuzione organizzata, dallo spettacolo itinerante con l’attore Ugo Dighero alla veleggiata con la nave “Adriatica” di Patrizio Roversi.

Enrico Reggio, già direttore della cooperativa “La bottega solidale” di Genova nonché coordinatore dell’Associazione temporanea di scopo delle organizzazioni equosolidali liguri, ricorda altri risultati significativi conseguiti in passato grazie ai fondi della Regione: “Cito lo  sviluppo degli acquisti equosolidali degli enti locali, settore in cui la Liguria è stata pioniera con i primi capitolati italiani con prodotti equosolidali, è il caso della fornitura delle mense scolastiche genovesi nel 2002; grazie agli incentivi della legge regionale numerosi Comuni hanno aderito all’iniziativa e inserito i prodotti del commercio equosolidale nel loro paniere”. I primi sette anni della legge sono stati quelli del maggior finanziamento, poi c’è stato un primo calo nel 2014 e un inabissamento dal 2015, primo anno di governo regionale a guida Toti.

900 le iniziative promosse in Liguria per diffondere i valori del commercio equo e solidale dal 2007

L’Emilia-Romagna -con la sua legge 26 del 2009- è la seconda Regione per finanziamenti: 1,5 milioni di euro a partire dal 2011. “Siamo un gruppo variegato costituito da un’associazione di categoria (Assobotteghe), due importatori (Altraqualità e Vagamondi), e botteghe organizzate in cooperative ma anche semplici associazioni”, racconta Beatrice Calegari di ExAequo, impresa collettiva che da più di 25 anni lavora sul territorio di Bologna e gestice una bottega in centro città (exaequo.bo.it). “Abbiamo sin dall’inizio suddiviso il finanziamento in tre diversi filoni -continua-: la giornata regionale del commercio equo come momento di richiamo a Bologna, le giornate ‘locali’ gestite in autonomia da ciascuna realtà e le attività nelle scuole coordinate a livello regionale”. L’attività nelle scuole si è intensificata nel tempo: “Abbiamo potuto offrire i nostri laboratori gratuitamente a chi ce li richiedeva. Poi abbiamo sempre cercato di gestire anche un progetto rivolto alle scuole unico per tutta la Regione che potesse sfociare in un concorso con vincitore finale. Ce n’è stato uno rivolto agli istituti alberghieri e uno destinato agli istituti artistici e così via”.

La giornata regionale è sempre stata realizzata come una due giorni ricca di eventi a Palazzo Re Enzo in Piazza Maggiore. “Questo ci ha permesso di occupare una vetrina che anche i nostri prodotti e produttori meritano al pari di auto di lusso, tortellini e mortadella”, sorride amaramente Calegari. Fare rete è un punto qualificante: “Abbiamo cercato di ampliare da sempre il concetto di commercio equo aprendo la partecipazione all’evento anche al variegato mondo dell’economia solidale. Inizialmente ci siamo concentrati sui prodotti alimentari e poi abbiamo cominciato a percorrere e approfondire il tema della moda etica e slow”. In questo caso la collaborazione con la Regione e il Comune è “sempre stata ottima”.

Anche in Puglia (legge 32/2014) è prevista l’organizzazione di una Giornata regionale del commercio equo e solidale, che si tiene a “rotazione” tra Taranto e Bari

Caso molto diverso è quello dell’Umbria. Dopo anni di sostegno al movimento del commercio equo e solidale, ritenuto un modello di investimento delle risorse pubbliche, si è arrivati all’azzeramento dei fondi. Con una beffa: le organizzazioni del fair trade che quest’estate hanno chiesto alla Regione di ristabilire almeno i 35mila euro degli ultimi esercizi si sono sentite rivolgere l’invito a “partecipare ai bandi del commercio”. Come se i percorsi info-educativi nelle scuole elementari o in Università, nelle biblioteche o in carcere, fossero materia da esercente tradizionale.

Fabrizio Cuniberti, socio della cooperativa Ponte Solidale di Perugia (Ponte Solidale su Facebook), parla di un “mondo di cose belle che sono state fatte in questi anni”. Incontri con i produttori (dal caffè del Chiapas grazie a Tatawelo alle donne palestinesi di Aowa) e le realtà italiane (da RiMaflow a SOS Rosarno), occasioni di formazione in bottega, sensibilizzazione e coinvolgimento di ristoranti, artigiani locali, gruppi di acquisto, documentari sul mutualismo solidale (come “Pancia verde”, vedi Ae 241). Per non parlare delle fiere e di eventi importanti come Altrocioccolato a Città di Castello (PG) o le collaborazioni con Fa’ la cosa giusta! Umbria (a Perugia e Bastia). Perdere questo “mondo” sarebbe un pessimo investimento.

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