Finanza / Opinioni

Le radici di MPS non hanno retto la “finanziarizzazione”

La storia del Monte dei Paschi spiega perché l’istituto di credito più antico d’Italia, cresciuto sulla propria “senesità”, e sul legame con un territorio profondamente agrario, non ha sviluppato gli anticorpi per avventurarsi in rischiose acquisizioni e operare in un mercato dominato dall’ingegneria finanziaria

Rocca Salimbeni, la storica sede del Monte dei Paschi a Siena - https://www.flickr.com/photos/barberenc/
Rocca Salimbeni, la storica sede del Monte dei Paschi a Siena - https://www.flickr.com/photos/barberenc/

La vicenda storica del Monte dei Paschi fa emergere con chiarezza la natura profondamente senese di questa istituzione bancaria e, al tempo stesso, impone una inevitabile domanda: è, e soprattutto era, conciliabile una dimensione così fortemente finanziarizzata, come quella che Mps ha conosciuto a partire dai primissimi anni del nuovo millennio, con radici tanto ancorate al territorio?
Il fatto di essere la più antica banca del mondo ancora attiva, e di aver coltivato una plurisecolare visione tutta concentrata sulla senesità, non hanno finito per consolidare un “codice di condotta” e una prospettiva che necessariamente si sarebbero sfracellati contro i pericolosi scogli di mercati finanziari adatti a realtà bancarie ben più duttili e assai più cosmopolite?

Il 2 novembre 2016 il titolo di Banca Monte dei Paschi di Siena, quotato alla Borsa di Milano, valeva 0,239 euro. Negli ultimi dodici mesi ha perso l’86,16%. Nel marzo del 2012, le azioni erano scambiate a 10,75 euro

Le origini di Mps risalgono al 4 marzo 1472, quando una delibera del consiglio generale del comune di Siena istituiva un monte di pietà per fornire prestiti a basso tasso d’interesse alle locali classi meno abbienti; si trattava di un’iniziativa che mirava a ridurre le tensioni sociali, e religiose, di una popolazione molto legata alla terra e partecipe di una comunità assai chiusa in se stessa.
Questa iniziale attività creditizia si protrasse senza grandi slanci fino al 1568, allorché il monte di pietà cominciò ad articolare le sue operazioni estendendole e forme di credito agrario più strutturate, finalizzate ad accompagnare le trasformazioni in essere nelle dolci colline senesi.
In tale direzione il monte di pietà fu affiancato più tardi da un altro istituto, il Monte non vacabile de’ Paschi della città e Stato di Siena, legalmente costituito il 2 novembre 1624. La definizione “non vacabile” ribadiva ancora una volta la matrice fortemente localistica dell’istituto, perché i depositanti non avrebbero potuto  ritirare i capitali a loro volontà, ma solo fino a una “misura” che non avrebbe dovuto causare deficienze di fondi per le operazioni di credito del territorio. Anche il riferimento ai “Paschi” si muoveva nella medesima direzione, in quanto il fondo di garanzia dell’istituzione era costituito, in gran parte, dalla capitalizzazione delle rendite demaniali dei pascoli della Maremma.

Era evidente in simili misure la volontà senese di difendersi contro le pretese “politiche” del Granducato di Toscana. Sotto la guida di un Magistrato, composto da otto cittadini appartenenti alla nobiltà, Monte dei Paschi e Monte di pietà assunsero nel 1783 il nome di Monti Riuniti, affrontando così la fase delle riforme leopoldine e i leggeri spifferi rivoluzionari che attraversavano la Toscana con un atteggiamento caratterizzato una volta di più dalla matrice convintamente cittadina dell’istituzione.

27,7 miliardi di euro: a tanto ammontano i non performing loans (le sofferenze) nel bilancio di Monte dei Paschi di Siena alla fine del primo semestre del 2016

Il Monte visse quasi senza scosse anche la fase napoleonica e poi quella della restaurazione granducale, restando sostanzialmente al di fuori della nascente rete delle banche toscane proprio per la sua ribadita vocazione territoriale e agricola. La Toscana, terra di banche commerciali, aveva a Siena un istituto che difendeva la proprietà fondiaria. Nel 1872 sia il Monte di pietà che gli altri tre nuovi organismi legati al Monte dei Paschi  costituitisi durante l’Ottocento -Cassa di risparmio, Credito fondiario e Credito agrario– ricevettero  un’amministrazione separata con cui la banca si affacciò al Novecento senza subire i tormenti della grave crisi che coinvolse praticamente tutto il sistema bancario nazionale. Di nuovo, l’isolamento e il radicamento erano stati gli elementi vincenti.

Questo rafforzamento permise al Monte dei Paschi di avere un ruolo importante nello sviluppo della Banca Toscana nata a Firenze e destinata, alla fine degli anni venti, ad essere di fatto “acquistata” dallo stesso Monte che assumeva così contorni più regionali.
Nel 1936, l’istituto senese fu coinvolto nella prima vera riforma dell’ordinamento bancario italiano che qualificava i principali istituti del Paese come banche di “interesse pubblico”. La toscanità del Monte assumeva un rilievo nazionale senza soluzione di continuità e senza essere in alcun modo indebolita neppure di fronte alle pressioni del regime che dovette riconoscerle la capacità di essere, negli anni più acuti della crisi bancaria, un’ancora per una vasta rete di realtà più piccole.
Durante il miracolo economico, e fino agli anni Ottanta, Mps fu la banca della “terza Italia” e dei distretti, riuscendo in tal modo a mantenere intatti i caratteri della banca dei territori con cui approdò alla seconda grande trasformazione normativa del sistema bancario italiano, quella della metà degli anni Novanta, con la separazione delle aziende bancarie dalle fondazioni.

È davvero difficile trovare nella storia dell’economia italiana una realtà così dipendente dalla propria tradizione e dal modo di pensarsi come il bene “esclusivo” di una comunità. Uscire da un simile abito mentale, avventurandosi in costose acquisizioni come quella di Antonveneta e cedendo alle lusinghe dell’ingegneria finanziaria, non poteva non generare, con simili premesse, un pericoloso disorientamento da cui è molto difficile ora riprendersi.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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