Economia

Le radici della vita sul pianeta

L’Amazzonia scompare per far spazio a latifondi coltivati a soia. Torna attuale la lezione di Chico Mendes, ucciso venti anni fa: è possibile vivere di quanto offre la foresta, senza distruggerla

Tratto da Altreconomia 100 — Dicembre 2008

In Amazzonia le notizie e le storie si intrecciano, come le acque dei suoi fiumi immensi, in strane coincidenze. A Manaus, capitale dello Stato di Amazonas, si incrociano le acque “chiare” del fiume Solimoes e quelle scure del Rio Negro: assieme proseguiranno il loro cammino, lentissimo e imponente, verso l’Oceano Atlantico. Il Rio delle Amazzoni trasporta verso il mare aperto il 20% di tutte le acque dolci della Terra. La sua portata, in un solo giorno, sarebbe capace di soddisfare i consumi di acqua di tutti gli abitanti degli Stati Uniti per cinque mesi. L’Amazzonia, da sempre, è la regione dei numeri che non possono essere immaginati: qui si trovano un terzo di tutte le foreste tropicali del mondo (oltre cinque milioni di chilometri quadrati) e un quinto di tutte le specie viventi della Terra. È il bacino idrografico più vasto del pianeta, sette milioni di chilometri quadrati. E, da maggio dello scorso anno, non ci sono più incertezze: il Rio delle Amazzoni, oltre 7mila chilometri, è il corso d’acqua più lungo della Terra. L’Acre, estrema regione dell’Amazzonia, è la terra di Chico Mendes, il sindacalista dei lavoratori della foresta, l’uomo che si batteva per i diritti della gente dell’Amazzonia. Venti anni fa venne ucciso alla vigilia di Natale. La morte di Chico innescò una delle più imponenti campagne mondiali in difesa delle foreste tropicali e dei loro popoli. Quattro anni dopo il suo assassinio, nel 1992, a Rio de Janeiro, il primo dei vertici mondiali delle Nazioni Unite, riconobbe, con solennità, il valore della sfida di Chico. Venti anni dopo è tempo di tornare in Amazzonia, questa terra “perfetta” di acqua e selva. Occorre aprire la carta del Nord del Brasile. Una mappa satellitare. Che mostri l’arco della deforestazione. L’Amazzonia è una terra immensa. Il suo accerchiamento non è completato. E il cuore della foresta, ancora irraggiungibile, pulsa con potenza. Ma dalla Rondonia alle sponde oceaniche del Pará, dai campi della soia del Mato Grosso alle terre del Maranhao, ruspe, motoseghe e incendi sono passati senza alcuna pietà. Un quinto dell’Amazzonia è stato spogliato della sua foresta. Negli ultimi venti anni sono andati in fumo 350mila chilometri quadrati. La loro distruzione ha provocato una nube di sette miliardi di tonnellate di Co2. Eppure, nei primi anni di Lula, qualche fragile e ambigua speranza si era riaccesa nei tropici brasiliani: il tasso di deforestazione si era più che dimezzato (oltre 27mila chilometri quadrati fra il 2003 e il 2004; poco più di 11mila fra il 2006 e il 2007); in cinque anni 1.600 imprese “illegali” erano state chiuse in Amazzonia e duecento agenti e funzionari dell’Ibama, l’Istituto brasiliano per l’ambiente, erano finiti sotto processo per corruzione. In quattro anni, fra il 2003 e il 2007, la superficie di foresta gestita in maniera sostenibile era decuplicata: da 300mila ettari a tre milioni. Ma i mercati internazionali, dallo scorso anno, hanno nuovamente deciso che questa terra è una frontiera da conquistare a ogni costo. In nome dei soldi: i prezzi dell’energia, della soia, della carne, delle materie prime sono impazziti. La soia, a luglio scorso, ha scavalcato per la prima volta, alla Borsa di Chicago, il prezzo di 38 centesimi al chilo, quattro volte più alto rispetto a due anni fa. E Blairo Maggi, 51 anni, discendenze italiane, è il governatore dello Stato di Mato Grosso, in Amazzonia, un possibile candidato alla successione di Lula e, soprattutto, il ‘re della soia’. Ne è il più grande produttore al mondo. Greenpeace, tre anni fa, lo premiò con la “motosega d’oro”. Altri immensi silos amazzonici appartengono a multinazionali statunitensi dell’agrobusiness come Cargill, Adm e Bunge. La soia, coi prezzi che volano, vale molto più dell’oro. Quella di Blairo Maggi e di Cargill viaggia lungo i grandi fiumi dell’Amazzonia. Lungo le acque del fiume Madeira raggiunge il porto di Itacoatiara, vicino a Manaus. Da lì i cargo raggiungono Rotterdam o Shangai. Maggi e le multinazionali statunitensi non hanno dubbi: nuove strade (gli antichi progetti di ‘conquista’ dei governi militari degli anni ’70)  devono riaprirsi un cammino in Amazzonia. Dietro alle ruspe verranno i coloni, i contadini disperati, gli avventurieri, i tagliaboschi illegali. L’Amazzonia è, davvero, una frontiera. E Marina Silva, donna della foresta, ex ministro dell’Ambiente, si è dimessa a maggio 2008, ha perso il braccio di ferro con Blairo Maggi e con il ministro dell’Agricoltura, Reinhold Stephanaes. Sconfitta dal mercato della canna da zucchero (il Brasile è capofila nella produzione di agrocarburanti), della soia e della carne. Sconfitta dall’agrobusiness. Ben pochi in Brasile sono disposti a credere che Lula, il presidente operaio, sia disposto a battersi per l’Amazzonia (i sondaggi telematici dei siti ambientalisti sono impietosi contro il presidente). E come potrebbe? Il mercato delle commodity è troppo ricco per un Paese al galoppo come il Brasile, il più grande esportatore di soia e di carne al mondo. Vende carcasse di vacca perfino all’Egitto, alla Russia, all’Iran (ma il più grande acquirente è, ancora una volta, l’Europa). In Amazzonia vi sono 74 milioni di capi di bestiame. Sono animali esotici per questa terra. La loro distribuzione ricalca, come carta carbone, la curva dell’arco della deforestazione. In fondo, Il Brasile di oggi, più ricco, più potente, più libero, ha, verso l’Amazzonia, le stesse pretese dei generali degli anni Settanta. Avverte, con la sua autorevolezza, il National Geographic: “Mentre state leggendo un articolo sull’Amazzonia, un’area vasta come duecento campi di calcio di foresta tropicale sta svanendo”.   
Non si è arrestata in questi anni la corsa verso l’Amazzonia. Oggi nei territori dei 9 Stati brasiliani che compongono l’Amazônia Legal vivono quasi 25 milioni di persone. Manaus, ogni anno, cresce di 50/70mila abitanti e ha raggiunto i due milioni. Vent’anni fa erano meno della metà. E Manaus, spersa com’è in mezzo alla foresta, raggiungibile solo via acqua o via aereo, è diventata la terza città del Brasile per prodotto interno lordo.  80mila operai affollano la zona franca della città. Solo la Honda, a Manaus, ha uno stabilimento da 20mila dipendenti. La crescita media dell’economia dell’Amazzonia dal 1990 è stata del 7%. Anche più alta durante il governo Lula. “Eppure è un falso sviluppo -avverte Roberto Smeraldi, 48 anni, direttore degli Amici della Terra in Brasile-. Dal 1990 a ora la percentuale della popolazione che, in questo paese, vive sotto la soglia di povertà si è ridotta dal 42 al 31%. Così non è successo in Amazzonia: il 45% dei suoi abitanti non la supera ancora. I grandi allevamenti, la agricoltura industriale, i progetti energetici non producono lavoro. Distruggono l’ambiente senza portare nuova ricchezza”. Una fattoria di Blairo Maggi impiega solo un operaio ogni 16 ettari. Vent’anni fa andai per la prima volta in Amazzonia. Sulle tracce di Chico Mendes, sull’onda della protesta internazionale. A seguire le battaglie degli indios Kajapò contro le dighe dell’Electronorte. Guardo nuovamente la carta dell’Amazzonia e cerco, con gli occhi, la grande riserva sostenibile di Mamirauá, oltre un milione di ettari in uno dei cuori remoti di questa terra d’acqua. È la più grande area protetta di foresta umida al mondo. La prima “riserva sostenibile” ad essere creata, nel 1999, in Brasile. Qui vivono poco più di seimila persone sparse in 63 piccole comunità. È un’Amazzonia lontana, solitaria, quasi disabitata. Con le sue storie di bellezza e predazione, di biodiversità e pesca industriale illegale, di foresta primordiali e di taglio fuorilegge di alberi, di solidarietà fra la gente del fiume e violenza. Fu un biologo brasiliano, José Marcio Ayres, ad avere, 20 anni fa, un’intuizione sapiente: studiando l’ecologia di una scimmia quasi sconosciuta comprese che avrebbe potuto proteggerla solo grazie a un patto fra la natura e chi a Mamirauá viveva. Non avrebbe avuto senso una protezione totale e sterile. Era necessario che gli uomini del fiume continuassero a vivere nella foresta. Che, dalla foresta, traessero la loro sopravvivenza. Così è stato: a Mamirauá oggi si pesca con attenzione alla riproduzione dei pesci, si fa ecoturismo, si gestisce la foresta in maniera saggia, si coltiva senza contendere terreni alla selva. “Un piccolo paradiso”, mi dice Micha Zacharjasiewicz, giovane guida ambientale. E il suo modello ha fatto proseliti: sono 7, in Amazzonia, le riserve che hanno seguito le tracce di Mamirauá. Dodici in tutto il Brasile.
Gli Amici della Terra brasiliani hanno avviato campagne e pratiche per far conoscere, nella gastronomia, i prodotti della foresta: uno dei pesci simbolo dell’Amazzonia, l’immenso pirarucu, pescato in maniera tradizionale, è arrivato sui banchi di 40 supermercati brasiliani con garanzia di reddito e diritti per le comunità dei fiumi. L’Amazzonia è un avamposto prezioso e irrinunciabile per i biologi più avventurosi, quelli che studiano i meccanismi vitali delle piante e degli animali, esplorano i labirinti della bio-mimetica e cercano di comprendere, per ricavarne insegnamenti, le tecniche di sopravvivenza della natura. Il mondo è cambiato in venti anni: oggi la difesa dell’Amazzonia non è soltanto la sua protezione integrale, ma anche la possibilità di una convivenza contemporanea fra uomini e foresta. “Chico Mendes aveva visto giusto -spiega Roberto Smeraldi-: si può vivere di quanto offre la foresta senza distruggerla. Ma, allo stesso tempo, l’economia globalizzata, i prezzi impazziti sui mercati del cibo e delle materie prime hanno rimesso in moto, con prepotenza, l’agenda della devastazione. Chi vuole fare soldi con la soia e con la carne non ha scrupoli: vuole immense aree disboscate per i suoi campi e per i suoi pascoli. A questo punto ciò che conta è il tempo. Chi arriverà prima?”. Le dimissioni di Marina Silva sono un pessimo segnale, le politiche di agrobusiness favorite dal governo Lula sono una sciagura per l’Amazzonia, la riprese dei progetti di grandi strade e grandi dighe sono più che un allarme. Eppure, nelle contraddizioni di questo Paese, nel febbraio 2006, Lula ha deciso la protezione di 4 milioni di ettari di foresta tropicale a Ovest della discussa strada Br-163, più conosciuta come “l’autostrada della soia”. E, quest’anno, è stata decisa, complice una testarda e coraggiosa campagna di Greenpeace (sono stati capaci di dimostrare che fra i maggiori acquirenti di soia brasiliana ci sono McDonald’s e Carrefour e le due multinazionali hanno temuto lo scatenarsi di una cattiva pubblicità), la moratoria, fino a luglio 2009, del commercio di soia proveniente da terreni deforestati.
Braga ha 57 anni ben portati. Piccolo, occhi d’acqua, sguardo malinconico ma capace di guizzi di velocità. Guida la sua canoa fra gli alberi che emergono dall’acqua: Mamirauá, per sei mesi all’anno, finisce sott’acqua. “Un tempo i grandi laghi della foresta erano colmi di pesce -ricorda-. Noi riuscivamo a vendere ai commercianti che risalivano il fiume. Guadagnavamo poco, non avevamo ghiaccio e il viaggio fino in città era troppo costoso. Ma sopravvivevamo. E sapevamo dove non pescare, per consentire che i pesci si riproducessero. Poi, 30 anni fa, cominciarono ad arrivare i pescherecci con i frigoriferi. Per i pesci non vi fu più rifugio. Le nostre reti rimasero vuote. Molti se ne andarono”. Oggi Braga è una delle guide locali della riserva sostenibile di Mamirauá. Ferma la sua barca ai bordi di una grande laguna. “Adesso il pesce è tornato. Cerchiamo di sorvegliare quanto avviene nella riserva. Non è facile. Può essere pericoloso. Ma ci sono laghi che sono santuari per i nostri pesci e vogliamo proteggerli. Abbiamo creato una cooperativa per poter vendere il pesce. La pousada che ospita i turisti compra a un prezzo giusto. La vita può essere migliorare in questa terra”. Braga, mentre il cielo ha la magnificenza rapida di un tramonto tropicale, dice cose semplici. L’Amazzonia, in fondo, è una terra semplice.
E anche drammatica. Il pericolo è che venga strappato perfino il cuore di questa terra, per impedire che rinasca.

Legno certificato per la scuola dei piccoli liutai di Manaus
Le note della foresta amazzonica
Suoni leggeri, che appaiono incerti ai nostri orecchie, ma in realtà sono tocchi di corde degni di un maestro liutaio che ascolta il tono dello strumento in costruzione. Cerca la nota giusta. Musica di violao.
E ancora: piccoli colpi di martello, nuvola di segatura sul fondo del laboratorio. Un ragazzo cerca un piccolo pezzo di legno nero, un altro osserva con attenzione il manico di un violao che sta per essere stretto fra legacci e colle. Periferia di Manaus, capitale dello Stato di Amazonas, città reale (quasi due milioni di abitanti, una zona franca industriale, foresta e fiumi che l’accerchiano) dell’immaginario occidentale amazzonico: nel quartiere di Zombi, quasi un’ora di viaggio dal centro della città, bairro povero, marginale, con addosso la fama della violenza e della prostituzione, ascolti suoni e rumori che non ti aspetti. Che ti sorprendono. Una scuola di liuteria nell’affollata solitudine dell’Amazzonia. Una decina di ragazzi, tutti sotto i vent’anni, sta assemblando, con una pazienza emozionata, i pezzi di queste chitarre brasiliane a sette corde. Straordinarie per suonare choros, bossa-nova e musica barocca. Fuori dal laboratorio sono accatastati tronchi di legno e un cartello avverte che è legname “certificato”. Proviene da foreste amazzoniche sfruttate in maniera “sostenibile”. Il Forest Steward Council, agenzia indipendente di certificazione forestale (www.fsce.org.br ), assicura che il taglio di questi alberi non ha danneggiato l’Amazzonia. “Non utilizziamo legni pregiati come il cedro o il pau santo. Il loro timbro è migliore, ma il marubá e il breu branco hanno ugualmente sonorità belle e profonde”, spiega Raul Leja, 56 anni, un maestro cubano, piccolo e tondo, con gli occhi da gatto e lo sguardo sornione.
È arrivato a Manaus otto anni fa. Doveva rimanervi sei mesi. Dare una mano in questa scuola-laboratorio.
Non se ne è più andato via.
E come si fa ad abbandonare il piccolo miracolo dell’“Officina Escola de Lutheria da Amazzonia”, la Oela di Zombi (www.oela.org.br ). Oggi accoglie, in quattro “unità”, 8mila allievi. Studiano musica, informatica, tecnologie sostenibili. Sono figli (hanno fra i 14 e 21 anni) di famiglie a basso reddito, con almeno cinque figlie. Devono avere un curriculum scolastico di istruzione primaria. “Zombi, favela tropicale, grazie a questa scuola, è uscita dalle cronache criminali dei giornali di Manaus. Qui ora vengono i redattori delle pagine culturali e musicali”, dice, con convinzione, Charlene Ribeiro, giovanissima coordinatrice di Oela. All’ingresso della casa-scuola, in una strada tranquilla di Zombi, siete accolti dai ritratti di Chico Mendes e di Dorothy Stang, il siringueiro, il lavoratore del caucciù, il militante ambientalista, e la suora statunitense, uccisi per essersi opposti alla distruzione della foresta.
Va, dunque, raccontata la storia di questo miracolo amazzonico. Pensate: gli strumenti musicali hanno bisogno di legno speciale, tagliato e asciugato in maniera perfetta. E, a Manaus, l’umidità è oltre il 90% per quasi tutto l’anno. Qui, a Zombi, i ragazzi utilizzano legni mai usati prima per fabbricare violaon. Questo è stato il primo laboratorio musicale al mondo a impiegare legname certificato, è ancora l’unico in tutta l’America Latina. In un Paese, immenso e “musicale” come il Brasile, i liutai non sono più di cinquecento. E l’Oela è l’unica scuola: altrove questo è un mestiere che si apprende solo di padre in figlio.
Rubens Gomes, 48 anni, ha una folta barba e l’aria allegra. È nato nell’estremo nord dell’Amazzonia brasiliana, oltre le foce del Rio delle Amazzoni, ai confini con la Guyana. Non è mai riuscito a vivere senza musica. Da ragazzo si costruiva le sue chitarre con legname di scarto. Ed è riuscito a studiare contrabbasso a Bélem. Poi ha vagato per il Paese. Inseguendo musica e impegno sociale. Ha vissuto in Acre, la remota Amazzonia di Chico Mendes, cercando di creare là, ai confini del mondo, una scuola di liuteria con i ragazzi della foresta. Ha insegnato all’Università di Manaus. E, dieci anni fa, ha lasciato la cattedra per venire a vivere a Zombi. La musica è stata il filo rosso di una militanza sociale e ambientalista. Nella sua casa approdarono due giovani, incuriositi da questo uomo che trasformava il legno in violaon. La scuola mosse, così, i suoi primi passi. Nel giorno in cui si inaugurò dovevano venire venti studenti. Se ne presentarono quaranta. Rubens fu costretto a inventarsi un metodo di insegnamento. È uomo capace di creare alleanze: Unicef, Wwf inglese, fondazioni e istituzioni brasiliane hanno aiutato la scuola di liuteria a crescere. Il suo bilancio, oggi, supera i 200mila reais, poco più di 70mila euro. “Oela è figlia delle idee di Chico Mendes -dice Rubens-. Ho sempre pensato che fosse inaccettabile il contrasto fra la ricchezza dell’Amazzonia e la povertà della sua gente. La scuola di liuteria non vuole solo creare abili artigiani, ma cittadini, uomini e donne capaci di amare e vivere in questa foresta e in questo Paese”. 
Rubens, oggi, presiede il Grupo de Trabalho Amazzonico, una rete di 602 organizzazioni, movimenti e associazioni che lavorano in Amazzonia. “La scuola di Manaus ha introdotto almeno cinque nuovi tipi di legname nell’arte della liuteria”, spiega Tasso Rezende de Azevedo, direttore del programma forestale del ministero dell’Ambiente brasiliano.
In dieci anni, la scuola di Zombi ha dato buoni frutti. Alcuni suoi allievi ne hanno fondata un’altra in Acre. Altri hanno aperto propri, piccoli laboratori. Una sezione si occupa di appoggiare progetti di gestione forestale nella regione di Roraima.
Raul Leja oggi guida un laboratorio professionale: qui gli studenti diventati artigiani costruiscono strumenti destinati al mercato. Ne vengono fabbricati almeno trenta al mese. Le violao e i violaon prodotti dai ragazzi della scuola si chiamano Manaos, come il popolo che abitava qui, all’incrocio delle acque “chiare” del Rio Solimoes e di quelle scure del Rio Negro. I loro intarsi, in legno bianco e in legno nero, ricordano l’incontro di questi due fiumi che, assieme, si trasformano nel Rio delle Amazzoni. Il manico dello strumento finisce con un legno che si curva dolcemente e disegna una sorta di cupola: è la rappresentazione del leggendario teatro di Manaus. A fine Ottocento, negli anni della corsa al caucciù, la città perduta nella foresta si donò il lusso superbo di costruirsi un teatro lirico nel cuore più lontano dell’Amazzonia. Gli uomini arricchiti dalla gomma volevano stupire le lontane borghesie delle città brasiliane del Sud.
Fu una follia eccitata. Ma il teatro esiste ancora ed è una magia di questa terra di frontiera.
Oggi, nel caldo umido di una città che è diventata la terza metropoli del Brasile, un gruppo di ragazzi coltiva altri, piccoli sogni usando la musica: che la foresta e i suoi abitanti abbiano ancora un futuro.
I violaon costruiti con i suoi legni suoneranno per loro.

Il forum sociale mondiale a Belem
Il World Social Forum (Wsf) torna in Brasile, dov’è nato nel 2001.
Dal 27 gennaio al 1° febbraio 2009, il Wsf dà appuntamento a Belem, capitale dello Stato del Pará, in Amazzonia. Il 28 gennaio è in programma una Giornata amazzonica, curata dal Forum Panamazzonico, che darà spazio ai popoli originari di tutto il continente americano e del pianeta.
Il 29, 30 e 31 gennaio saranno dedicati alle attività autorganizzate. Una o due serate saranno dedicate al confronto con i capi di stato latino americani (sicuramente saranno invitati Lula, Correa, Morales e Chavez, presidenti di Paesi amazzonici.
Il 31 gennaio ci sarà anche la assemblea del Forum delle autorità locali.
Il 1 febbraio, infine, sarà  dedicato alle convergenze di lotta e alle campagne
Info: www.fsm2009 amazonia.org.br

8 milioni di alberi in meno, ogni anno
In Amazzonia, solo tredici società forestali rispettano i codici di sfruttamento sostenibile della selva. Rappresentano meno dell’1% di chi, oggi, taglia, ogni anno, otto milioni di alberi della foresta tropicale.
Ogni anno 24 milioni e mezzo di metri cubi di legname amazzonico è destinato ad essere segato e laminato. Oltre la metà viene sprecato in inefficienti processi produttivi. Lo stesso governo federale brasiliano ha ammesso che il 90% del legname dell’Amazzonia è prodotto in maniera “non sostenibile”. Secondo Greenpeace, un percentuale fra il 60 e l’80% è abbattuta in maniera illegale. Ogni albero segato senza attenzione ne danneggia, nel suo crollo, almeno altri ventisette. L’Europa (soprattutto Francia, Spagna, Portogallo e Olanda) è il principale importatore di legno amazzonico.
(fonte: rapporto Greenpeace 2008 sugli scenari per l’Amazzonia. Info: www.greenpeace.org/brasil/amazonia

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