Interni

Le mafie sulla linea di porta

La criminalità organizzata investe nel calcio, acquistando squadre nelle serie minori e controllando scommesse legali e illegali. Nel paragrafo "Calcio e Cosa nostra" la vicenda di Giovanni Pecoraro, già dirigente delle giovanli del Palermo Calcio, arrestato il 29 maggio 2012 nell’ambito di un’inchiesta su gioco clandestino e fittizia intestazione di beni, con l’aggravante dell’ agevolazione di Cosa Nostra

Tratto da Altreconomia 138 — Maggio 2012

Il calcio ha il potere di fermare un Paese, e distrarlo dai suoi problemi. Non succede mai, però, che un Paese si fermi a riflettere su quello che accade nel mondo del calcio. Se lo fa, è quando scoppiano grossi scandali -come “Calciopoli” o “Scommessopoli” in Italia-, accadono terribili tragedie -ad esempio la morte dell’ispettore di Polizia Filippo Raciti, nel 2007 a Catania- o si verificano situazioni considerate scandalose, come lo sciopero dei calciatori di serie A alla prima giornata di campionato 2011/2012. Per alcuni giorni non si parla d’altro. Poi torna il silenzio: the show must go on. A livello professionistico, prima ancora dei tifosi sono gli sponsor che non possono attendere. In ballo ci sono i contratti dei diritti televisivi, che hanno superato la soglia del miliardo di euro per la serie A. In Italia, il massimo campionato muove un giro d’affari superiore a 1,7 miliardi di euro l’anno, e l’intero settore registra un fatturato superiore ai 7 miliardi.
Il calcio, tuttavia, non è solo business. È anche un potente strumento di aggregazione e di integrazione sociale. Dà riconoscibilità e prestigio. E questo non lo hanno capito solo i marketing manager, gli imprenditori e i politici, ma anche i mafiosi. I boss hanno deciso di investire una parte delle loro risorse nel mondo del calcio -e in una serie di attività che vi ruotano intorno-, coscienti che sia uno strumento fondamentale per acquisire consenso, riciclare denaro sporco e instaurare relazioni con il mondo che conta: la politica, le istituzioni e gli affari. “Il calcio ha un ritorno di immagine incredibile e fatto a livello aziendale porta posti di lavoro e guadagni insperati”. Hanno le idee molto chiare i due ‘ndranghetisti che si scambiano questi pensieri in una lettera sequestrata dai magistrati a Castrovillari, in provincia di Cosenza, alla fine degli anni Novanta.
Per loro il calcio è lo strumento per avvicinare persone e settori sociali che nella quotidianità sono distanti. Una squadra, magari vincente, dà visibilità “positiva”, e questo si traduce in una serie di vantaggi per chi la dirige e la sostiene. Tra questi, l’apertura delle porte di salotti che contano, e la possibilità di rifarsi un’immagine: da criminali a imprenditori e benefattori.
Anche lo stadio è uno strumento importante: sugli spalti, come per magia, si annullano le differenze sociali. Non esiste il dottore, l’avvocato, il sindaco, l’assessore, l’operaio, l’impiegato, la casalinga. Tutti si è tifosi, accomunati dalla passione e dal tifo per la propria squadra. E ciò può sfociare in amicizie e rapporti personali. Il calcio, per le mafie, è un mezzo per accumulare e mettere a frutto quello che i sociologi definiscono “capitale sociale”, cioè un bagaglio di relazioni necessarie per il raggiungimento dei propri fini. Una risorsa di cui i boss hanno un bisogno assoluto, per garantirsi connivenze, collusioni, complicità, omertà. Ecco perché il pallone può essere considerato la porta d’ingresso delle mafie nella nostra società. Ed è il calcio delle serie minori, quello lontano dai riflettori e dalla ribalta mediatica, quello su cui le mafie hanno deciso di puntare.
Calcio e camorra. A partire dagli anni ’90, i magistrati hanno iniziato a rilevare l’inserimento del crimine organizzato campano nella compagine societaria di squadre delle calcio delle serie minori. Tra i casi più noti, la Mondragonese e l’Albanova, in provincia di Caserta, e quelli della Caivanese calcio, del Pomigliano calcio e della Virtus Baia, nel napoletano. A indagare sul rapporto tra camorra e calcio sono la Procura di Napoli, dove operano due pool specializzati, e la Direzione distrettuale antimafia di Salerno, che ha svolto un’inchiesta sulla Paganese calcio, che ha portato all’arresto del presidente della squadra e del sindaco della città.
Le indagini dei magistrati partenopei, a partire dal 2008, descrivono una “camorra imprenditrice” che acquista le agenzie di scommesse tramite prestanome per riciclare denaro sporco e cerca di combinare le partite di calcio, dalle serie minori a quelle maggiori, operando in Campania ma anche in altri Paesi europei ed extraeuropei.
Famosa è una foto che ritrae il boss Antonio Lo Russo a bordo campo dello stadio San Paolo, durante Napoli-Parma del 10 aprile 2010. Un match che i padroni di casa hanno perso in modo clamoroso, e sul quale i magistrati stanno indagando, dato l’anomalo flusso di scommesse segnalato dai Monopoli di Stato. E altrettanto rilevante è stata la notizia, riportata dalla Gazzetta dello Sport nel gennaio 2012, della visita che due camorristi avrebbero fatto -in Spagna- all’ex allenatore di Inter e Parma, Hector Cuper, lamentandosi di aver perso un sacco di soldi a causa di scommesse sui campionati 2006/2007 spagnolo ed argentino non andate a buon fine, sulle quali il tecnico avrebbe dato garanzia del risultato finale. Gli inquirenti partenopei hanno interrogato Cuper, a quel tempo allenatore del Rancing Santander, che secondo quanto riportano le cronache ha affermato: “Dei napoletani mi hanno portato dei soldi. Erano di mia suocera e servivano a restaurare una casa”.
La Dda di Napoli ha dato vita a un’inchiesta, denominata “Golden Goal”, sulla possibile combine della partita Juve Stabia-Sorrento del 5 aprile ‘09, nel campionato di Lega Pro. I magistrati sospettano che la gara sia stata alterata da alcuni calciatori, che avrebbero accettato 25mila euro dal clan dei D’Alessandro-Di Martino, dominus a Castellamare di Stabia. Nell’ottobre 2010, l’attaccante del Sorrento, Cristian Biancone, è stato arrestato (e poi scarcerato), mentre il portiere della stessa squadra, Angelo Spadavecchia, è stato indagato. Nel marzo 2012, il Gup di Napoli, Vincenzo Alabiso, ha emesso 13 condanne nei confronti di esponenti del clan D’Alessandro, accusati di riciclare denaro sporco tramite le agenzie di scommesse. Sul resto, le indagini proseguono.
Calcio e ‘ndrangheta. È stata una donna a raccontare come in Calabria la ‘ndrangheta si è inserita nel mondo del calcio. Si chiama Giuseppina Pesce, ed è la nipote di Antonino Pesce, capo dell’omonima famiglia mafiosa -‘ndrina- di Rosarno (Rc). La Pesce oggi collabora con lo Stato. Le sue dichiarazioni hanno portato all’arresto dei principali adepti del clan, comprese la madre e la sorella, e al sequestro di un patrimonio di beni e aziende stimato in 190 milioni di euro. Sono state sequestrate anche due squadre di calcio, quella del Rosarno e quella del Sapri (Sa). Ai magistrati reggini, Giuseppina Pesce ha raccontato che da sempre la squadra di calcio del Rosarno -che milita in serie D- è di proprietà della ‘ndrina che porta il suo cognome. In particolare, la figura di spicco in questo campo è stato Francesco Pesce, detto Cicciu Testuni. Il giovane boss, già calciatore e dirigente della squadra dal 2004 al 2010, è stato colui che negli ultimi tempi ha finanziato occultamente la società calcistica attraverso i soldi raccolti dalle estorsioni nei confronti di operatori economici locali.
Ufficialmente, dal luglio 2007 e fino al giorno del suo arresto, avvenuto nell’aprile 2010, il presidente e l’allenatore della squadra è stato invece Domenico Varrà, un messo comunale che i magistrati reggini considerano affiliato alla cosca dei Pesce.
Un altro esponente della stessa famiglia, Marcello Pesce, nel 2005 tentò di acquistare il Cosenza calcio, ma la trattativa non andò a buon fine. In compenso, nel campionato 2005/2006, per alcuni mesi, ha ricoperto il ruolo di direttore generale del Sapri Calcio, squadra sottoposta a sequestro giudiziario nell’aprile 2011 su disposizione della Dda di Reggio Calabria.
Calcio e Cosa nostra. Il 24 settembre 2008, a Palermo, un avvocato e un ex dirigente del Palermo Calcio sono finiti in manette su richiesta dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Si tratta di Marcello Trapani e Giovanni Pecoraro. Il primo, oltre alla professione forense, esercitava anche quella di procuratore sportivo di diversi calciatori. Trapani è stato il difensore di due boss di primo piano di Cosa nostra siciliana: Salvatore e Sandro Lo Piccolo, dominus del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo. I due, padre e figlio, erano al vertice della mafia siciliana, avendo preso il posto di Bernardo Provenzano, e sono stati arrestati il 5 novembre 2007.
Trapani, più che un avvocato, era un “consigliori”, un intermediario e un prestanome dei Lo Piccolo. È stato accusato di associazione mafiosa, poiché insieme al boss Totò Milano della famiglia di Palermo Centro, si sarebbe adoperato affinché andassero a buon fine una serie di estorsioni relative ad appalti della società del Palermo Calcio. I Lo Piccolo, inoltre, erano interessati a partecipare alla costruzione del nuovo stadio del Palermo e all’annesso ipermercato di proprietà di Maurizio Zamparini, presidente della società. Nel 2006, in relazione a questo loro interesse, i Lo Piccolo fecero inviare all’allora direttore sportivo del Palermo, Rino Foschi, una testa di capretto mozzata a scopo di intimidazione. Dalle indagini è emerso che il boss Milano frequentava gli allenamenti dei rosa nero, e che in alcune trasferte abbia viaggiato in aereo a seguito della squadra. I dirigenti del Palermo hanno sostenuto di averlo sempre conosciuto come tifoso e non come persona condannata per mafia già durante il maxiprocesso di Falcone e Borsellino del 1987. 
Giovanni Pecoraro, l’altro uomo arrestato nel 2008, è stato per alcuni anni responsabile tecnico delle giovanili del Palermo calcio. Il suo nome è stato trovato in un pizzino sequestrato ai Lo Piccolo dopo l’arresto. È stato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e estorsione. I magistrati lo hanno ritenuto un fiancheggiatore del clan Lo Piccolo, una persona che si sarebbe adoperata per riciclare del denaro sporco in un’operazione immobiliare in Veneto e per far ottenere uno sconto importante sul “pizzo” che il cognato, imprenditore edile, avrebbe dovuto pagare per i lavori di restauro che svolgeva nella villa del calciatore del Palermo, Giovanni Tedesco.
Nel marzo 2010, il procedimento penale nei confronti di Giovanni Pecoraro è stato archiviato dal Gip del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. L’avvocato Trapani, in primo grado, è stato condannato a 4 anni e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa.
Alcuni pentiti hanno parlato di una presunta estorsione subita dal Palermo Calcio, e sempre negata dai dirigenti del club, che avrebbero dovuto consegnare ad alcuni mafiosi dei biglietti omaggio da rivendere attraverso un’articolata rete di bagarini. Un pentito ha affermato che -in occasione delle partite più importanti- i Lo Piccolo incassavano anche 30mila euro.
Calcio e Sacra corona unita. In Puglia, sono due le procure distrettuali antimafia che svolgono indagini sui rapporti tra calcio e criminalità organizzata, Bari e Lecce. A partire dal 2010, in qualità di coordinatore della Dda del capoluogo salentino, Cataldo Motta ha lanciato l’allarme sull’infiltrazione di persone vicine e organiche all’organizzazione mafiosa in alcune squadre di calcio locali. Quelle citate nei documenti del Procuratore sono il Galatina, il Monteroni, il Poggiardo, il Racale, lo Squinzano, il Taurisano e il Tricase. Motta ha affermato: “L’interesse […] realizza una duplice finalità: da un lato quella di poter fare affidamento su un’attività economica che può rappresentare agevole canale di riciclaggio e di investimento, e dall’altro quella di accreditare un’immagine pubblica che ottenga consenso popolare”. A Bari, nell’ambito delle indagini sul nuovo calcioscommesse, un filone investigativo riguarda il rapporto tra mafia, riciclaggio e scommesse clandestine. L’ipotesi sulla quale lavorano gli inquirenti è che un clan barese della Sacra corona unita, quello capeggiato dal boss Savino Parisi, abbia acquistato una società di scommesse in Inghilterra per riciclare denaro sporco e sia intervenuto nel giro di combine delle partite truccate. È l’inchiesta di cui parlano i quotidiani da qualche settimana, quella che ha registrato l’arresto del calciatore Andrea Masiello e vede indagati alcuni calciatori che hanno militato nel Bari. —

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