Diritti

Le finte dimissioni di De Gennaro e le nuove regole (bipartisan) di impunità

Il governo ha rivelato che Gianni De Gennaro, dopo la condanna a un anno e 4 mesi per induzione alla falsa testimonianza, aveva rimesso il mandato, ma che le dimissioni sono state respinte e quindi De Gennaro resta al suo…

Il governo ha rivelato che Gianni De Gennaro, dopo la condanna a un anno e 4 mesi per induzione alla falsa testimonianza, aveva rimesso il mandato, ma che le dimissioni sono state respinte e quindi De Gennaro resta al suo posto, come responsabile del coordinamento dei servizi segreti nazionali.

Questa notizia ci dice due cose.

Uno: che le dimissioni, di fronte a condanne tanto gravi e per episodi così compromettenti, sono l’unico gesto di lealtà istituzionale e dignità professionale che un alto dirigente dello stato possa compiere. Lo conferma lo stesso De Gennaro, appunto con le dimissioni, ed è un principio che andrebbe esteso ai funzionari condannati per il filone principale del processo Diaz, che oltretutto hanno avuto condanne pesantissime e la sospensione per 5 anni dai pubblici uffici. Il preteso "garantismo" di chi dice che occorre attendere la Cassazione si rivela così per quello che è: una foglia di fico, usata per coprire l’incapacità di dire la verità, e cioè che De Gennaro e gli altri dirigenti devono farsi da parte, perché la credibilità delle istituzioni è stata compromessa dai loro macroscopici errori del 2001 e da una condotta processuale inaccettabile in una democrazia (gli ostacoli alla magistratura, l’ostruzionimso, il rifiuto di rispondere ai pm fino al gravissimo reato contestato a De Gennaro)

La seconda cosa rivelata dall’episodio delle dimissioni respinte, è che il governo (ma il discorso può essere esteso al potere politico per intero, vista la complicità dell’opposizione parlamentare) accetta l’idea che i vertici della polizia di stato possano ostacolare le inchieste, condizionare i testimoni, alla fine anche infrangere la legge e i prìncipi della democrazia, com’è accaduto la notte della Diaz, senza che questo comporti la loro rimozione. Chi dice che De Gennaro e gli altri dirigenti devono restare al loro posto, infatti, non nega i fatti né la validità delle sentenze. Nessuno reclama la loro innocenza. SI dice però che possono e devono restare al loro posto. Hanno compiuto dei reati anche gravissimi, è vero, ma stavano facendo il loro lavoro e perseguendo obiettivi che il potere politico condideva e condivide (la repressione e delegittimazione del movimento nel 2001, l’esclusione di De Gennaro da ogni responsabilità nel caso della manipolazione del processo) e questo basta. Punto.

E’ facile allora prevedere che nemmeno una condanna definitiva, quindi dopo la Cassazione, cambierà qualcosa, a meno che – e questa è l’unica variabile che il potere politico al momento non sembra in grado di controllare – non sia confermata per i condannati nel processo Diaz l’interdizione dai pubblici uffici. A quel punto il loro allontanamento sarebbe automatico, a meno di non cambiare in corsa la legge…

E’ ovvio che si sta facendo di tutto per "convincere" la Cassazione a cancellare o correggere le sentenze, ma intanto, con il gioco delle parti delle dimissioni date  e respinte senza nemmeno informare l’opinione pubblica (se non a scoppio ritardato), si è già affermato il principio di cui sopra: piena libertà d’azione alla polizia, protezione assoluta dei suoi dirigenti, irrilevanza dei dettami costituzionali e delle sentenze della magistratura.

E’ una "riforma" costituzionale bipartisan che non ha bisogno di voti in parlamento.

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