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Interni

Le fatiche dell’agenzia

Nato nel 2010, l’ente che gestisce il patrimonio mafioso non ha risorse sufficienti. E torna a proporne la vendita ai privati —

Tratto da Altreconomia 150 — Giugno 2013

Il terreno in capo a Ciro Corona e alla cooperativa “(R)esistenza” è uno dei 1571 beni immobili confiscati alla criminalità organizzata della Campania. Giunge dopo Sicilia, con i suoi 4.892 sigilli, e Calabria (1.650). Cambia poco alla voce “aziende”, dove dal terzo posto risale al secondo, con 347 unità contro le 623 siciliane. Se a contare ci vuol poco: 11.238 immobili sottratti alle mafie a fine 2012 -di cui 1.945 solo nella città di Palermo, seguita da Reggio Calabria (250) e Milano (230)- e 1.708 aziende, a gestire è richiesto uno sforzo in più. E quel che emerge dall’ultima relazione annuale firmata dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (www.benisequestraticonfiscati.it) è che l’ente preposto a dar valore e nuova vita alle ricchezze delle cosche non ha ossigeno per camminare. Non un fatto secondario, in un Paese dove la regione più ricca, la Lombardia, si conferma quinta per numero di immobili confiscati, dopo Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, e terza -davanti alla Calabria- per aziende. E dove il baluardo normativo contro la criminalità, il Codice antimafia -messo a punto dal nuovo ministro dell’Interno nonché vicepremier, Angelino Alfano, e dal neo governatore lombardo, Roberto Maroni- mostra tutte le sue incertezze; tanto da costringere la stessa Agenzia a discuterne “l’effettiva efficacia”. Le “criticità” che riguardano la gestione degli immobili e delle aziende confiscate -stando alle 49 pagine della relazione- sembrano condannate a rimanere endemiche. Leggasi, per i primi, le ipoteche bancarie, le confische in quota indivisa e il pessimo stato di manutenzione. Per le seconde, il dietrofront del sostegno bancario, l’azzeramento delle commesse e l’innalzamento dei costi di gestione (i cosiddetti “costi di legalità”).
Inciampi posti lungo il percorso che hanno spinto l’Agenzia con sede a Reggio Calabria e presieduta dal prefetto Giuseppe Caruso, a riconoscere che “lo sforzo del legislatore non appare sufficiente a garantire efficacemente lo svolgimento di tutte le complesse attribuzioni che il codice assegna all’Agenzia”. Il punto, però, è che la soluzione proposta -oltre a specifici fondi a rotazione alimentati da contributi statali- ritorna ad essere la vendita ai privati dei beni confiscati, ritenuta l’unica strategia vincente per recuperare risorse, dismettere costi inutili, allargare la pianta organica. Un aspetto che, nella relazione 2012, l’Agenzia annuncia di voler sottoporre al nuovo esecutivo guidato dal premier Enrico Letta, dove il ministero della Giustizia è occupato dall’ex ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri. La stessa che nel maggio 2012 dichiarava che “non dobbiamo aver paura di mettere in vendita i beni confiscati”. Il mantra dell’alienazione, però, resta indefinito. Senza alcun riferimento ai tempi e agli strumenti individuati per impedire che il bene intraprenda vie poco raccomandabili (sul punto la Cancellieri dichiarò: “Vorrà dire che saranno nuovamente  sequestrati e confiscati e lo Stato ci guadagnerà due volte”). Ed è la genericità l’autentica cifra della relazione 2012, al di là della mera enumerazione degli immobili (come detto, 11.238, l’82% dei quali concentrati a Sud) e delle aziende (1.708, di cui 477 attive in costruzioni e 173 in alberghi e ristorazione). Oltre al capitolo “alienazione ai privati”, infatti, anche la parte dedicata alle ipoteche bancarie (vedi Ae 134, gennaio 2012) resta accennata. Dei 3.995 immobili che ancora permangono in gestione all’Agenzia, 1.666 risultano ipotecati. Ma non è dato sapere dove siano concentrati e quali siano i principali istituti coinvolti, o le azioni messe in campo per verificare la buona fede del creditore. E, soprattutto, non è possibile conoscere quanti dei beni confiscati destinati agli enti locali, alle prefetture o alle associazioni, risultino gravati da pretese bancarie. Un dato che è difficile reperire, non fosse altro per il rischio di dover riconoscere un errore di sistema: aver scaricato sugli enti locali il fardello, con quel che ne consegue. Pretendere un’analisi del genere è comunque utopistico, dato che di 1668 immobili dei circa 4mila in gestione, non si hanno -ad oggi- informazioni sullo stato di manutenzione. Come fossero fagocitati in un buco nero. Additare l’Agenzia -e la sua struttura- come unica responsabile del buio sarebbe comunque ingiusto. L’Agenzia, che doveva essere il fiore all’occhiello dell’azione di Roberto Maroni come ministro dell’Interno, può contare infatti su 30 unità fisse di personale, e solo da poco su 100 “mobili”. Distribuite in cinque sedi, di cui una ancora da inaugurare (Napoli). Anche se la principale, che sta a Reggio Calabria, è del tutto “insufficiente ad accogliere le numerose unità di personale che dovranno essere ivi allocate”.
E la mafia ringrazia. —

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