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Le armi spuntate di uno Stato

Settecento milioni di euro. Tanto vale, secondo la Direzione investigativa antimafia di Palermo, il patrimonio sequestrato a Giuseppe Grigoli, imprenditore di Castelvetrano in provincia di Trapani, considerato il gestore dei beni del boss latitante Matteo Messina Denaro. Una cifra stellare,…

Tratto da Altreconomia 100 — Dicembre 2008

Settecento milioni di euro. Tanto vale, secondo la Direzione investigativa antimafia di Palermo, il patrimonio sequestrato a Giuseppe Grigoli, imprenditore di Castelvetrano in provincia di Trapani, considerato il gestore dei beni del boss latitante Matteo Messina Denaro. Una cifra stellare, a cui si arriva sommando il valore di 12 società, 220 fabbricati, 133 terreni, uno yacht da 25 metri. È “la caccia ai patrimoni” il fronte più importante della lotta alla mafia. Lo dice Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, una carriera al fianco di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Gian Carlo Caselli; pubblico ministero in processi importanti, come quello contro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e attualmente imputato in appello. “Da anni si chiede un intervento legislativo su questo punto nevralgico”, denuncia Ingroia, “ma invano”.

Perché la normativa è inadeguata, secondo lei?
L’attuale legislazione su riciclaggio, sequestro e confisca dei beni si regge sostanzialmente sull’impianto della legge Rognoni-La Torre del 1982. A suo tempo quel provvedimento rappresentò una svolta epocale, ma da allora la mafia ha mutato le sue strategie. La Rognoni-La Torre fu pensata per colpire soprattutto l’investimento immobiliare, mentre oggi assistiamo a una sempre maggiore finanziarizzazione dei patrimoni mafiosi. Meno edifici, più aziende, partecipazioni societarie, titoli.

Ha in mente qualche provvedimento specifico?
Sul versante strettamente penale andrebbe riformato il reato di riciclaggio. Anche questo si fonda su una struttura ormai vecchia che per esempio non punisce, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, il cosiddetto autoriciclaggio. Oggi l’imprenditore che partecipa all’associazione mafiosa e che si occupa di ripulire il denaro sporco viene chiamato a rispondere soltanto di uno dei due reati. In sintesi: l’associato mafioso non può rispondere del riciclaggio dei proventi dell’associazione di cui fa parte, il che è assurdo e limita molto la possibilità di applicare questa fattispecie di reato.

Un altro aspetto è il recupero di questi ingenti patrimoni da parte dello Stato. Si può fare di più?
Al ministero della Giustizia giace da tempo un progetto della commissione Fiandaca (istituita nel 1998 dall’allora ministro Oliviero Diliberto, presieduta dal giurista Giovanni Fiandaca, nel 2001 produsse una bozza di relazione rimasta lettera morta, ndr), di cui ho fatto parte, per riformare in un testo unico la normativa antimafia. Il testo proponeva tra l’altro una figura nuova: accanto al tradizionale intervento di sequestro e successiva confisca, più idoneo a colpire il patrimonio immobiliare, inseriva il “controllo giudiziale” delle società inquinate dalla mafia. Laddove ci siano prove di infiltrazione, lo Stato si sostituisce alla gestione mafiosa e risana l’impresa. Oggi invece la confisca di un’azienda significa la sua morte e la conseguente perdita dei posti di lavoro. Come molti dei suoi predecessori, il ministro della Giustizia Angelo Alfano si è detto favorevole ad adottare il Testo unico, con gli opportuni aggiornamenti. Speriamo che sia la volta buona.

La parte di patrimonio immobiliare gestita dalle mafie resta comunque rilevante. Lo Stato fa tutto il possibile per riprenderselo?
Occorre intervenire per rendere più snella e rapida la procedura, dal sequestro alla confisca alla riassegnazione per fini sociali. Oggi i tempi sono lunghi, con il rischio che il bene sequestrato deperisca, diventi improduttivo e costoso da riutilizzare.
La procedura è gestita da un commissario provvisorio, la strada è invece quella dell’istituzione di un organismo ad hoc, un’agenzia unica per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

Quali sono i settori di investimento preferiti dagli imprenditori mafiosi?
La nuova tendenza è quella della grande distribuzione e dei centri commerciali.
Lo dimostra il caso Grigoli, ma è una costante di molte indagini condotte negli ultimi anni. La grande distribuzione, tra l’altro, permette a Cosa nostra di proiettarsi sul territorio, anche al di fuori delle aree di insediamento tradizionale e al di là dei confini nazionali. Non sono stati abbandonati, però, i consueti investimenti nell’edilizia e nella sanità.

Tutti noi compriamo nei supermercati, acquistiamo o affittiamo un’abitazione, ci curiamo. Grigoli era concessionario per la Sicilia occidentale di un marchio molto noto, Despar. Vista la consistenza dell’imprenditoria mafiosa in questi settori, ormai anche nel Centro e nel Nord Italia, non rischiamo di diventare finanziatori inconsapevoli della criminalità organizzata?
È sicuramente così. Può essere un motivo di ansia ma anche uno stimolo a valutare più attentamente il contributo che ciascuno di noi può dare alla lotta alla mafia. Spesso i cittadini ci chiedono: “Ma io come posso incidere?”. Il consumo critico è un modo, ma per praticarlo è necessario avere informazioni. Sulla mafia i media dovrebbero fare meno colore e più servizio, raccontando appunto di imprese e realtà economiche colluse, in modo che i cittadini possano orientarsi meglio.

Lei ha recentemente affermato che l’attuale crisi economica potrebbe favorire le mafie. Come?
Le mafie dispongono di una notevole liquidità, ciò che manca agli imprenditori puliti in tempi di crisi. Il crollo della Borsa fa sì che le aziende quotate valgano meno e siano più facilmente scalabili da chi ne ha i mezzi, perciò credo che in questo periodo le autorità di vigilanza dei mercati finanziari debbano prestare un’attenzione particolare. Il problema non è soltanto della Borsa, ma tocca tutto il settore della finanza e delle imprese, anche non quotate, dove Cosa nostra e le altre organizzazioni criminali possono tentare speculazioni. Non dimentichiamo che nel suo processo di finanziarizzazione la mafia ha imparato ad avvalersi di consulenti di buon livello, capaci di suggerire gli investimenti migliori.

L’usura è un altro tipico metodo di scalata alle imprese sane: l’imprenditore che non riesce a restituire il prestito è costretto a cedere l’attività ai mafiosi o a diventarne socio. In tempi di crisi, anche questo gioco potrebbe diventare più facile?

In Sicilia il meccanismo è diverso. Qui l’usura è legata al pizzo. È l’estorsione a creare il rapporto tra imprenditore e mafioso: quando il primo ha bisogno di un prestito che la banca non gli concederà mai, si rivolge al secondo. Il passo successivo è la pretesa del mafioso di diventare socio di fatto dell’azienda. Questo meccanismo era molto più diffuso ai tempi dei corleonesi, ma il loro atteggiamento parassitario e predatorio ha portato a una crisi di consenso verso Cosa nostra. Con le reggenze di Bernardo Provenzano e di Salvatore Lo Piccolo si è attuata una politica di recupero di quel consenso, abbassando l’importo del pizzo. Cosa nostra ha capito che non può strozzare l’economia che la tiene in vita.
Ciò non toglie che la spirale tra pizzo e usura porta non tanto a un controllo, quanto a una compartecipazione stabile del mafioso nell’impresa.

L’ultima relazione approvata il 20 febbraio di quest’anno dalla Commissione antimafia è interamente dedicata alla ‘ndrangheta e alla sua espansione fuori dalla Calabria. Da quello che emerge nelle vostre indagini, il Nord Italia è importante anche per Cosa nostra?
La ‘ndrangheta è in piena espansione territoriale, nel senso che è presente al di fuori della regione d’origine non soltanto con gli investimenti, ma anche con una presenza di uomini sul territorio molto pesante. La strage di Duisburg dell’agosto dell’anno scorso ne è una dimostrazione. Cosa nostra è in una fase di riorganizzazione sul proprio territorio, la Sicilia. Si espande in altre aree più con la mobilità dei capitali che degli uomini.

Abbiamo parlato di leggi che aggrediscano la mafia sul fronte patrimoniale. Secondo lei si potrebbero migliorare le normative anche su altri fronti?

Resta molto importante il 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” per i boss.
È stata discussa in Commissione giustizia una buona riforma appoggiata sia dal centrodestra e dal centrosinistra. Ma perché il 41 bis sia uno strumento davvero efficace e riprenda la sua forza originaria, sarebbe un segnale politico e simbolico forte la riapertura dei penitenziari nelle isole di Pianosa e dell’Asinara. So che gli ambientalisti non saranno contenti, ma quelle strutture attivate dopo le stragi del 1992 garantivano una vera rottura, anche fisica e geografica, tra i mafiosi e il loro mondo. Vennero chiuse dieci anni fa e oggi il 41 bis si sconta nei bracci speciali di alcune carceri che non possono avere la stessa efficacia.
Infine credo che occorrano degli interventi legislativi sulla questione del rapporto tra mafia e politica. L’articolo 416 ter del codice penale, sul voto di scambio, si è rivelato del tutto inadeguato e superato. La norma va resa più efficace prevedendo la punibilità non solo dello scambio tra voto e denaro, ma anche tra voto e altre utilità. Basti pensare che oggi il fatto che un politico garantisca favori in cambio del sostegno mafioso non è previsto come fatto in sé penalmente rilevante.

 

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