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Latte macchiato

Venerdì 6 febbraio gli allevatori di Coldiretti scenderanno in piazza "in difesa del latte made in Italy". I prezzi del latte crudo alla stalla, infatti, continuano a scendere. Come previsto, la fine del regime trentennale delle quote di produzione colpisce l’anello debole della filiera. Perché sulle stalle italiane incombe un rischio-speculazione. Il nostro approfondimento del dicembre 2013

Tratto da Altreconomia 155 — Dicembre 2013

Dal 2015 -anno dell’Expo che si terrà a Milano centrato sull’alimentazione- il nostro Paese rischia di rimanere senza latte. È prevista per il 31 marzo 2015, infatti, la fine del regime del contingentamento di produzione introdotto 30 anni fa dalla Commissione europea (le cosiddette “quote latte”) e la conseguente apertura al mercato. Un altro colpo per il più rilevante settore alimentare italiano, quello lattiero -il cui valore stimato prudenzialmente nel 2009 era di 15 miliardi di euro-, che già oggi sta ipotecando il suo primo anello della filiera, gli allevatori. Quelle stesse aziende di allevamento di bovino da latte che, stando al Sesto censimento dell’agricoltura condotto dall’Istat nel 2011, risultano essere 50.337 (nel 1993 erano 140.878, dati Eurostat), con una media di 32 capi ciascuna, e concentrate per il 64,9% a Nord. Nel 2012 sono state capaci di “consegnare” 10,8 milioni di tonnellate di latte, di cui il 41,5% solo in Lombardia.
 
L’eredità delle quote.
Le quote latte sono state introdotte in Europa su indicazione del Consiglio dei ministri dell’Agricoltura della Comunità nel 1984. L’obiettivo era quello di garantire un prezzo “protetto” ai produttori scongiurando il rischio di sovrapproduzione. Il Paese che avesse “splafonato” rispetto alla propria quota nazionale assegnata, oltrepassando il limite posto misurato in tonnellate di latte annue prodotte, ne avrebbe risposto in sede europea: pagando multe salate.

Dalla sua nascita alla vigilia dei 30 anni, però, il sistema quote ha mostrato più di una criticità. A partire dagli inizi. Chi all’epoca trattò per conto del nostro Paese (il ministro dell’Agricoltura era Filippo Maria Pandolfi) non si accorse ad esempio che la cifra concordata con la Commissione (8,23 milioni di tonnellate di latte conferito ogni anno) era pesantemente al di sotto del regime produttivo italiano, di oltre 12 punti percentuali. Vizio d’origine -costato all’erario 1,8 miliardi di euro- che ha caratterizzato tutta la vicenda “quote”, giunta a una svolta in occasione della campagna lattiera del 1995/1996. Da quel momento, infatti, le responsabilità del superamento della quota nazionale (le multe) si sono spostate dalle spalle dell’erario direttamente a quelle dei produttori “eccedentari”, che violano la soglia fino all’annata 2008/2009, accumulando sanzioni per 2,53 miliardi di euro circa.

Il bilancio del sistema l’ha tracciato la Corte dei Conti che, nel dicembre 2012, ha dedicato al tema un’indagine specifica: “La confusione nella determinazione dell’esatta produzione di latte a livello nazionale per l’inattendibilità dei dati forniti dall’amministrazione e dalle categorie di produttori, […] la persistente assenza di volontà politica nell’affrontare e risolvere il problema dei recuperi e il lungo periodo di carenza dei controlli” sono costati all’Italia, secondo la Corte, oltre 4,4 miliardi di euro. Tradotto: gli allevatori “furbi”, violando le quote, avrebbero danneggiato il Paese. Un ritornello tanto conosciuto quanto “stonato”.
 
I numeri scremati.
 A smentirlo è un processo in corso a Roma che ha smontato i dati su cui si è basata la Corte dei Conti, e una buona fetta dell’opinione pubblica italiana, per giudicare il “sistema quote”. Il nostro Paese infatti non ha mai “splafonato” la quota nazionale complessiva, vedendosi quindi contestare una multa inesistente pari a 2,6 miliardi di euro per le annate comprese tra il 1995-96 e il 2008-09. Un danno enorme per gli allevatori e i contribuenti italiani frutto di un “mero errore di natura contabile”, secondo il Gip Giulia Proto, che il 15 novembre di quest’anno ha confermato l’archiviazione per truffa contestata ad alcuni funzionari dell’Agenzia governativa per le erogazioni in agricoltura. L’Agea è quella che avrebbe dovuto quantificare la produzione nazionale comunicandola successivamente alla Commissione europea. Un “errore” che sarebbe stato poi aggiustato attraverso l’alterazione dei "criteri di calcolo del numero dei capi potenzialmente da latte”, e cioè un algoritmo. Un “trucco” che secondo il Gip “merita approfondimento”: avrebbe infatti innalzato innaturalmente il “limite massimo di età passiva da 120 mesi dell’animale a 999 mesi (ossia 82 anni di età)”.  

Un clic che è valso almeno 2,6 miliardi di euro e che ha spinto il Gip Proto a restituire gli atti al pubblico ministero specificando che “se è vero che non può ipotizzarsi il reato di truffa non altrettanto può dirsi in ordine al reato di falso”. Ciò significa che il nostro Paese non ha un quadro esatto di quanto latte sia stato prodotto negli ultimi anni, risultando peraltro il Paese comunitario con la più ampia forbice tra quota assegnata e consumi interni: già nel 1997 la produzione copriva soltanto il 57% dei consumi, lasciando il restante 43% a latte di provenienza estera. Il tempo ha dato quindi ragione il Comando carabineri delle Politiche agricole e forestali coordinato dal tenente colonnello Marco Mantile, accusato al tempo della sua indagine (2010) dal ministero competente di aver determinato soltanto ritardi nei pagamenti delle rate.

Confusione che non è dunque colpa degli allevatori, che si sono visti contestare quantità mai prodotte a copertura probabilmente di un’ingente quota proveniente dall’estero, in nero, a prezzi stracciati e non sottoposta a vincoli qualitativi. “Le quote hanno avuto soltanto l’effetto di dividere il mondo agricolo”, riflette amaramente Paolo Cova, medico veterinario e deputato del Partito democratico -tra i pochissimi a sollevare il tema in aula-, mentre ci accompagna da alcuni allevatori delle province di Milano e Pavia, da Carpiano (Mi) a Landriano (Pv). C’è chi ha chiuso l’attività perché strangolato, chi ha comprato -fidandosi- le quote, chi le ha affittate, chi non le ha mai pagate perché insospettito ed è finito a processo (e domani farà ricorso). Un disastro che ha la forma delle 500mila vacche perse in Italia nel giro di 9 anni, perché non più mantenibili, di cui 60mila solo nella provincia di Lodi. E una beffa per gli allevatori, i quali, secondo Cova, “non hanno sostanzialmente avuto alcun beneficio dalle quote”. A partire dal prezzo, specie quello riconosciutogli dall’industria.

La legge del più forte.
Osservando il quadro storico dei prezzi del latte crudo alla stalla in Lombardia elaborato dal centro analisi Clal, il tempo pare non essere trascorso. Nel 1996 un litro di latte era valutato 40 centesimi. Nel 2013, poco meno di 42 centesimi. È il caso di Rino, allevatore pavese che incontriamo a pochi chilometri da Bascapè (Pv). Nella sua cascina ha più di 100 vacche. In una mano ha una fattura intestata a uno dei più importanti acquirenti di latte crudo al quale “conferisce”: è Italatte spa, interamente posseduta da Gruppo Lactalis Italia spa, a sua volta in pancia a B.g.i. sas, società di diritto francese che fa riferimento al gruppo Lactalis -lo stesso che detiene l’83% di Parmalat spa-.
Con dodici dipendenti, 416 milioni di euro di fatturato e 7,5 milioni di euro di dividendi, Italatte ha acquistato nel 2012 qualcosa come 794 milioni di litri di latte, che, una volta trasformato, ha rivenduto per il 95% alla consociata Egidio Galbani spa (sempre galassia Lactalis, con marchi come Galbani, Invernizzi Cademartori, Locatelli). “Mille litri per 420 euro complessivi”, si legge sulla fattura di Rino, che è poi il frutto dell’accordo stipulato il 30 luglio scorso dalla società con due associazioni di categoria lombarde, Cia e Confagricoltura, contestato aspramente da Coldiretti Lombardia. Nell’altra mano stringe due foglietti scritti a penna: “Voglio dimostrarti perché non ci sto dentro”, dice. “Tra fecondazione, reflui, ammortamento della nuova stalla, corrente, manodopera e i costi alimentari, ogni vacca mi costa 10,8 euro al giorno, e considerando che ciascuna produce 25-30 litri di latte al giorno -prosegue- puoi capire quanto sia sottile o inesistente il margine”. Del resto, il rapporto contrattuale tra produttore e acquirente è strutturalmente sbilanciato, fosse anche solo per la natura del prodotto, che è fresco e per questo deperibile. E il potere di contrattazione dell’industria è contenuto in una raccomandata che il colosso Italatte spa ha spedito nella primavera di quest’anno ad alcuni allevatori lombardi. L’acquirente non propone un prezzo, lo “conferma”: “Con l’intento di mantenere un rapporto duraturo e garantire continuità, confermiamo quindi un prezzo di 400 euro per mille litri di latte”. “È una battaglia impari -ragiona Cova- perché il prezzo lo stabilisce il più forte e se non ti trovi d’accordo, il tuo latte lo puoi pure tenere”. Caso emblematico è ancora quello di Italatte spa. Nel 2012 i “costi per materie prime” (il latte) hanno toccato quota 400,4 milioni di euro; il 39% del valore, però, equivale a latte acquistato internamente dalla consociata francese Groupe Lactalis SA. In questo modo, recita la relazione sulla gestione 2012, Italatte ha la “garanzia della disponibilità del latte per tutto l’anno, indipendentemente dalla stagionalità” e forse anche dalle pretese degli allevatori. Che sono coloro che potrebbero -poi- vedere scambiare quello stesso latte (il cosiddetto latte “spot”) a 52/53 centesimi di euro al litro. “Se riuscissimo a convincere gli industriali a riconoscere almeno 5 centesimi in più rispetto alla media dei prezzi attuali -spiega Cova, a sostegno della sua proposta di un tavolo del latte presso il ministero delle Politiche agricole- garantiremmo quasi 400 milioni di euro in più all’anno al settore, permettendo agli allevatori di respirare”. Il suo calcolo è interessante: “La differenza tra il valore riconosciuto al latte alla stalla e il latte spot è pari a circa 15 centesimi. Moltiplicando questa cifra per la produzione mensile otteniamo, su un anno, 1,5 miliardi di euro circa, che oggi è diretto all’industria e non ai produttori”. Motivo per cui “occorre riequilibrare i rapport -conclude Cova-, perché la pastorizzazione e l’impacchettamento del latte sono passaggi ‘non fondamentali’, e non è giusto che il consumatore italiano trovi quel litro di latte al supermercato a 1,5 euro, con un ricarico del 300% rispetto al primo passaggio”. Per far questo la commissione Agricoltura della Camera dei Deputati ha approvato a metà settembre una risoluzione che impegna il governo a “convocare un tavolo tra industriali e allevatori per giungere alla definizione di un prezzo del latte bovino equo”. Opzione che è già stata rigettata da Assolatte, che riunisce le principali aziende della trasformazione del latte.

Il latte (è già) sul mercato. È in questo scenario che deve leggersi la fine del fallimentare sistema delle quote, prevista nel 2015. Il provvedimento è nell’agenda della Commissione europea fin dal 2003, ed è stato di nuovo ratificato il 26 giugno 2013, in sede di riforma della nuova Politica agricola comune (Pac). Il mercato, in parte, è già qui: senza le quote, infatti, non potrà che vedersi istituzionalizzata e riconosciuta una dinamica già in corso, con l’aggiunta di una marcata volatilità dei prezzi, dell’ingresso di strumenti finanziari (i future) che in passato hanno già offerto più di una prova speculativa, com’è chiarito nell’intervista qui a fianco al professor Gabriele Canali, e una produzione estera destinata a crescere (dal gennaio all’agosto di quest’anno la Francia ha consegnato 16 milioni di tonnellate di latte, l’Olanda 8,2 e la Germania 20; l’Italia 7,3 milioni di tonnellate).
Una strada che, seppur da regolare, è obbligata, secondo il presidente della commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo ed ex ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro (Pd), che del processo a Roma sull’algoritmo truccato preferisce non parlare (“Posso solo dire che latte in più c’era”): “Al mercato non ci si sostituisce -racconta ad Ae De Castro-, bisogna gestirlo, perché tutte le volte che la politica ha fatto il prezzo ha fatto disastri”. Come perdere il latte. —
 

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