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L’argomento a piacere

A Milano i meccanici del futuro usano l’open-source e le stampanti 3D, a Macerata gli agrari praticano l’agricoltura bio. Il nostro viaggio nella “buona scuola”

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

Sono le 13, e gli studenti del secondo anno del corso di Operatore meccanico sono in classe dalle 8, ma ascoltano attenti il professor Oreste Meles. Dietro di lui un proiettore manda le immagini di un power point, una lezione sull’utilizzo delle stampanti 3D. E accanto a Meles, che guarda la classe, c’è una vera stampante che consente di creare oggetti tridimensionali, intenta a riprodurre il prototipo di un pezzo meccanico, “la replica di uno che avevamo realizzato con gli studenti utilizzando un tornio -racconta Meles-: prima lo abbiamo ‘disegnato’, poi abbiamo impostato le caratteristiche di stampa, posizionato il rotolo di PLA (polilattato), e infine abbiamo dato l’ok”. Mentre trascorrono  40 minuti e il pezzo si compone, uno strato dopo l’altro, prima la maglia interna poi i contorni, e restano due buchi (che verosimilmente dovranno ospitare delle viti), Meles parla ai futuri meccanici: “La stampante 3D per il momento non viene utilizzata in produzione, ma solo nella fase di realizzazione di prototipi. C’è un aspetto importante, di cui potete tenere conto: quando realizziamo un pezzo al tornio, agiamo per sottrazione, creando scarti; se invece lavoriamo con una stampante 3D, utilizziamo un metodo ‘additivo’, perché aggiungiamo uno strato sopra l’altro”. Meles insegna al Centro Padre Piamarta, uno dei quattro gestiti in Italia dall’Associazione di formazione Giovanni Piamarta (www.afgp.it). È a Nord-est di Milano, a due passi dalla tangenziale Est e dal Parco Lambro. È una “scuola” di periferia, dove il 70 per cento degli studenti sono giovani figli di genitori stranieri, molti dei quali extracomunitari. Qui, con Oreste insegna Alberto Salioni, che è abbonato ad “Altreconomia”. È dopo aver letto il nostro libro “Maker A-Z”, sul fenomeno delle stampanti 3D, che ha pensato di procurarsene una, coinvolgendo anche Meles. Nel suo corso, di riparazione sui veicoli a motore, vedo tre ragazzi intenti a “costruire” una scheda elettronica Arduino, che è open source e utile per creare rapidamente prototipi. “Questi ragazzi hanno l’intelligenza nelle mani -dice Alberto-: il metodo d’insegnamento migliore, è quello che replica il modello laboratoriale”.
La formazione professionale  non viene coordinata dal ministero dell’Istruzione, ma dipende dalle Regioni. Il percorso curricolare si basa su Unità d’apprendimento (UA), mi spiegano Meles e Salioni. “L’innovazione che abbiamo portato introducendo la stampante 3D e Arduino è frutto quini di una sensibilità ‘privata’ di due docenti -raccontano-, ma è importante sottolineare come la direzione scolastica l’abbia accettata, e finanziata, intravedendo la possibilità di una risposta sul piano della formazione degli studenti che s’iscrivono a questa scuola. Sappiamo, poi, che non tutti i meccanici uscendo dal centro lavoreranno in officine che utilizzano stampanti 3D, ma è fondamentale che ne conoscano l’esistenza e il funzionamento”.

Nel caso di una scuola che si finanzia ed esiste solo a fronte di un adeguato numero di iscrizioni, come un centro di formazione professionale, la “novità” di una stampante 3D può rappresentare anche una strategia per raccogliere più adesioni. Per un istituto agrario, invece, l’innovazione -e un’attenzione al contesto in cui i futuri periti agrari si troveranno ad operare- è rappresentato oggi dall’agricoltura biologica. A Macerata, nelle Marche, l’Istituto agrario negli anni scolastici 2013/2014 e 2014/2015 ha aperto, rispettivamente, 10 e 11 sezioni delle classi prime, invece di 4 o 5 come avveniva in media negli anni precedenti. 
Sergio Benedetti insegna Produzioni animali ed è anche il coordinatore delle attività dell’azienda agraria interna all’Istituto, oltre 50 ettari di superficie agricola con un allevamento di circa 30 bovini di razza Marchigiana, il tutto certificato biologico dalla fine degli anni Novanta (www.itagaribaldi.it/lazienda-agraria): “A livello curricolare non esiste una materia specifica né un testo in cui si parli di agricoltura ‘bio’. Per quanto riguarda le materie tecnico-professionali, come la zootecnia, sui testi di riferimento non esiste nemmeno il biologico. Inoltre, dopo l’ultima riforma abbiamo due ore a settimana di zootecnia, invece di cinque. Come se fosse l’educazione fisica” racconta.
I nuovi programmi ministeriali rendono difficile coniugare l’insegnamento teorico a quello pratico: “I programmi sono vastissimi, con scarsa attenzione alle materie professionali. Le esercitazioni dovrebbero riguardare solo le classi 3°, 4° e 5°”. In campo, tra vigneto, oliveto e seminativi, gli studenti scoprono quali sono i metodi e i prodotti utilizzabili per ottenere la certificazione biologica, le rotazioni e tecniche di lavorazione leggere del terreno.
Il professor Benedetti, che è stato per molti anni ispettore per una delle realtà che certificano la produzione biologica, assicura che non avrebbe accettato di coordinare l’azienda agricola dell’Istituto se non fosse stata certificata. “Ho lavorato per anni a Finale Emilia, in provincia di Modena: nella Bassa, dove c’è molta frutticoltura, insegnavano che per curare pero e melo erano necessari fino a trenta trattamenti all’anno”.

L’Istituto agrario che promuove l’agricoltura del futuro, quella attenta all’ambiente, “non prende una lira dal ministero dell’Istruzione, nessun sostegno”. Inoltre, nonostante l’azienda agricola sia un’impresa a tutti gli effetti, essa non ha accesso nemmeno ai finanziamenti regionali del Piano di sviluppo rurale “perché la dirigente scolastica, che è formalmente la titolare, non è una coltivatrice diretta: siamo considerati un’azienda non a titolo principale”.

La scuola italiana, e soprattutto l’istruzione superiore, non paiono particolarmente vocate ad aprire lo sguardo e la capacità di lettura critica dello studente. “Gli unici testi che trattano temi legati all’intercultura, o alla globalizzazione, sono quelli di geografia, materia che però è prevista nei curricula solo nelle scuole primarie e nelle secondarie di primo grado. Inoltre, il modo in cui questi temi sono trattati è molto ‘povero’, e pare più una rassegna di ‘sfighe’ che un’analisi approfondita ed efficace. Mancano materiali didattici adeguati” racconta Marina Medi, formatrice con oltre vent’anni d’esperienza all’interno del Centro di ricerca sull’educazione allo sviluppo (CRES) promosso alla fine degli anni Ottanta dalla Ong Mani Tese (www.manitese.it/educazione).
“Per anni e anni abbiamo fatto formazione nelle scuole, rivolta agli insegnanti, producendo anche materiali che erano, di fatto, dei libri di testo che venivano comprati e utilizzati dai docenti. Negli ultimi dieci anni, dalla ‘crisi’ in avanti, la situazione è molto peggiorata: oltre a un taglio dei finanziamenti, sono diminuite anche le ore di formazione e aggiornamento che un insegnante può fare, perché ha più ragazzi in classe e la scuola non ha più i soldi per pagare i formatori”.

Oggi, spiega Medi, ci sono ancora risorse “per realizzare i ‘progetti d’istituto’, cioè nell’ambito del Piano dell’offerta formativa (POF). Questo, però, comporta la sostituzione degli insegnantida parte di operatori di associazione e Ong che affrontano questi temi con le classi”. —

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