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Land grabbing, il ruolo e le responsabilità dell’Unione europea

Un report dell’Ong FIAN mette in fila interessi e ricadute degli “affari di terra” delle aziende comunitarie impegnate all’estero. In particolare in Africa. Anche l’Italia spicca tra i Paesi coinvolti, con oltre 620mila ettari controllati direttamente da imprese nazionali

“Questa terra è nostra!”. Nel 2013, la comunità indigena Sawhoyamaxa in Paraguay
ha rioccupato le proprie terre che erano finite nelle mani di un soggetto tedesco - © FIAN
“Questa terra è nostra!”. Nel 2013, la comunità indigena Sawhoyamaxa in Paraguay ha rioccupato le proprie terre che erano finite nelle mani di un soggetto tedesco - © FIAN

L’Unione europea gioca un ruolo chiave nella corsa globale alle terre che minaccia i diritti dei popoli: il land grabbing. A inquadrare la responsabilità del Vecchio continente è il report “Land grabbing e diritti umani: il ruolo degli attori europei all’estero”, curato nella primavera 2017 dalla Ong “FIAN International” (http://www.fian.org/).
Prima di ricostruire i casi e le responsabilità -azienda per azienda, Paese per Paese-, gli autori ripropongono una definizione del fenomeno: “Il land grabbing -si legge- è l’acquisizione del controllo di vaste porzioni di terra e di altre risorse naturali attraverso un ventaglio di modalità che coinvolge anche l’uso di capitale su larga scala”. Una volta “catturata”, attraverso cinque modalità descritte dal rapporto, la terra può cambiare la propria destinazione d’uso, il più delle volte piegata a logiche estrattive o di coltura intensiva.
Questo meccanismo può incidere sui diritti umani delle popolazioni autoctone. Il rapporto cita quattro casi di scuola: l’espulsione dalle terre, lo sfruttamento della manodopera a basso costo a danno di chi è stato spossessato dei terreni, la negazione del diritto d’accesso per il raggiungimento di risorse vitali (acqua, foreste, terre), la mancata “redistribuzione terriera” a titolo di indennizzo per gli espulsi.

Misurare gli impatti del land grabbing non è facile. È raro, infatti, che la violazione dei diritti avvenga con carte bollate o ricevute. Può accadere, ad esempio, che gli espropriati non lo siano stati mai formalmente. O che l’accesso sia regolato in teoria ma negato nella pratica.
Sta di fatto che le aziende europee impegnate all’estero in “affari di terra” sono diverse. Dati Land Matrix 2015 alla mano, integrati dalle informazioni raccolte da FIAN, l’Italia è in una posizione alta della classifica. È terza -dopo Regno Unito e Francia- sia per superficie commercializzata -oltre 615mila ettari-, sia per numero di aziende -dopo Regno Unito (60), Olanda (18)-, con 17 realtà -da ENI, in Angola, Congo, al Gruppo Maccaferri, in Mozambico-, identico livello della Francia. Il continente dove si concentra il maggior numero di trattative è l’Africa (60%), seguito da Asia e America (Latina).

Si diceva delle cinque modalità che danno corpo e movimento al land grabbing europeo. La prima consiste nel meccanismo classico della singola impresa con sede nell’Ue che opera in autonomia. Può essere una banca o una compagnia impegnata in operazioni d’investimento, o un’azienda estrattiva o un compratore dei beni derivanti da quella terra. È il caso della tedesca Neumann Kaffee Gruppe (NKG). Nel 2001, gli abitanti di quattro villaggi del distretto di Mubende, in Uganda, furono brutalmente costretti ad abbandonare oltre 2.500 ettari delle loro terre. Il governo del Paese aveva stipulato un accordo con NKG affinché lì potesse esser trasferita la Kaweri Coffee Plantation Ltd -marchio in pancia alla tedesca-, con una clausola di “non abitabilità” dell’area dietro compensazione per gli sfrattati.
Di quel compenso, però, nemmeno l’ombra, nonostante un lunghissimo processo che ha visto coinvolto anche il “punto di contatto nazionale” dell’OCSE che si occupa del rispetto delle linee guida internazionali sul “comportamento” delle multinazionali.
Il secondo meccanismo approfondito nel dossier è quello della “finanziarizzazione” della terra, dove soggetti finanziari, non sempre manifesti, talvolta anche nella forma dei fondi pensione, investono ingenti risorse nel comparto. Basti pensare che nel 2014 gli asset delle pensioni private gestiti nei soli 34 Paesi dell’OCSE ammontavano a 38mila miliardi di dollari.
Anche qui c’è un triste “caso” europeo. Quello del fondo pensione olandese ABP e dell’acquisto di 45mila ettari in Mozambico da parte della Chikweti Forests of Niassa, sussidiaria di un fondo partecipato per oltre il 54% da APB. Le coltivazioni imposte di pini ed eucalipti hanno comportato “gravi impatti” a danno delle popolazioni locali, illuse dalla promessa di Chikweti di garantire 3mila posti di lavoro (mai mantenuta).

Una contadina "pulisce" un'area in cui verrà insediata una piantagione nella provincia di Niassa, in Mozambico - © FIAN
Una contadina “pulisce” un’area in cui verrà insediata una piantagione nella provincia di Niassa, in Mozambico – © FIAN

Poi c’è la forma del PPP, che sta per public-private-partnership. Quando cioè pubblico e privato agiscono insieme, condividendo -sulla carta- rischi e successi. Ma non sempre il risultato è felice. Lo dimostra quanto accaduto in Zambia. Agrivision Zambia è un pezzo della Africa Agrivision, domiciliata alle Mauritius. Nel 2009, la compagnia stipula un accordo con il governo dello Zambia fondato su agevolazioni fiscali e benefici per l’export. Al 2016 questa acquista oltre 18mila ettari di terra. I conflitti con le comunità locali, però, sono fortissimi, e i posti di lavoro messi sul tavolo a titolo di contropartita sono un miraggio (208, di cui buona parte precaria, su 1.639 ipotizzati).
Nel 2011 entra in gioco il pubblico. Il fondo “African Agricultural Trade and Investment” (AATIF) investe 10 milioni di dollari in Agrivision Zambia. Il punto è che AATIF -con sede in Lussemburgo, Paese a fiscalità agevolata- è partecipato dal Governo tedesco, dalla banca tedesca per lo sviluppo, da Deutsche Bank e dalla stessa Commissione europea.
Dopodiché c’è il caso delle istituzioni finanziarie di sviluppo che battono “bandiera” comunitaria. Si tratta di banche, fondi, talvolta partecipati dai governi che a parole sono impegnati in politiche di sostegno allo sviluppo. E infine c’è il caso degli accordi internazionali tra Unione europea e singoli Paesi. Il fallimento della politica europea degli “EBA” -Everything but Arms, 2001, mediante i quali le importazioni Ue dai Paesi “in via di sviluppo” erano duty-free e quota-free- è sintetizzato dal “caso Cambogia”, dove la mono-coltura della canna da zucchero è letteralmente esplosa (da zero interessa oggi 100mila ettari) grazie a questo “sostegno” commerciale. Un caso simile a quello dello Swaziland che abbiamo raccontato in questo nostro reportage.

Ma l’Unione europea non sembra preoccupata, nonostante obblighi internazionali e la stessa Convezione europea dei diritti umani impongano il rispetto dei diritti anche oltre i confini “politici” dell’Europa. Ed è il motivo per cui FIAN ha lanciato sette “raccomandazioni” dirette alle istituzioni comunitarie: tra queste, riconoscere gli impatti del land grabbing e prevedere precise linee guida sul punto, rivedere accordi sottoscritti con la lente dei diritti umani, fare in modo che gli attori imprenditoriali con base in Europa siano effettivamente “controllati”, difendere gli attivisti per i diritti umani e rafforzare il ruolo di monitoraggio del Parlamento europeo.

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