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Swaziland, diritti negati

Un quarto della popolazione tra i 15 e i 49 anni vive con il virus HIV. E nelle aree rurali quasi 300mila persone non hanno accesso ai servizi igienici di base, come l’acqua potabile. Reportage dal Paese africano, governato da una monarchia assoluta che attraverso il proprio fondo d’investimento controlla l’economia del Paese -dai media all’industria dello zucchero-

Tratto da Altreconomia 166 — Dicembre 2014

Nomsa vive a Hlane, una delle 385 comunità rurali dello Swaziland, piccolo paese stretto tra Sudafrica e Mozambico. Ogni giorno cammina un’ora per raccogliere 20 litri d’acqua dal fiume Mbuluzi. Come Nomsa e gli altri 4mila abitanti di Hlane, il 79% della popolazione -oltre 980mila persone su 1,2 milioni di abitanti in totale- vive in una comunità. Nel 2014, questa condizione “implica” in un caso su tre anche il mancato accesso diretto e sicuro a servizi primari, come quello all’acqua potabile.
È prassi, ad esempio, nella regione orientale di Lubombo, dove vivono oltre 267mila persone e dove dal 1998 la Ong italiana Cospe (Cooperazione per sviluppo paesi emergenti, cospe.org) è attivo -su acqua, diritti di genere, risorse agricole, sostegno alla società civile e promozione ecoturistica-.
Mentre raggiungiamo il piccolo ufficio rustico di Nomsa, Richard Masimula, coordinatore locale del progetto “Water and sanitation for all” del Cospe, che mi accompagna, mostra -a destra e a sinistra della strada di fango che attraversiamo- le terre di questa parte pianeggiante della regione, il Lowveld, che ospita distese sterminate di piantagioni di canna da zucchero. Una scelta fatta negli anni Settanta dalla monarchia assoluta che governa il Paese, che esprime anche l’attuale re, Mswati III, in carica dal 1986.

Una scelta costata, allora, lo sgombero forzato a intere comunità, ritrovatesi di colpo dalla pianura all’altopiano del Plateau. La comunità di Hlane conosce bene le conseguenze della coltivazione di zucchero, che possono essere riassunte in una cifra, che è 385,4. Tanti sono i miliardi di litri di acqua che ogni anno le due principali aziende attive in questo settore -la Royal Swaziland Sugar Corporation (RSSC) e la Ubombo Sugar Limited (UBS)- distraggono dai più importanti bacini idrici dello Swaziland per poter irrigare ettari di canne. In questi bacini rientra anche il fiume Mbuluzi, dove Nomsa deve spingersi ogni giorno per poter bere. Prima dei suoi diritti, però, la corona ha posto gli interessi della RSSC, che gestisce direttamente e per conto terzi qualcosa come 21.900 ettari di piantagioni, da cui derivano canne destinate ai due stabilimenti di Simunye -a pochi metri da una riserva naturale- e Mhlume. Nel 2014 la produzione del colosso -controllato da un fondo d’investimento nazionale- ha raggiunto 433mila tonnellate di zucchero, il 66% del totale, irrigando le distese con poco più di 230 miliardi di litri. Lo zucchero è la bandiera del Paese: la sua incidenza si riflette sulle esportazioni -il 59% del loro valore nel 2012 era riferibile allo zucchero-, sul prodotto interno lordo -che dipende dallo zucchero per il 18%- e sul numero di impiegati in “agricoltura” -il 35% dei lavoratori, sempre nel 2012-. Dati che non hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita nello Swaziland, dove il reddito medio pro capite supera di poco i 3mila dollari.

Secondo l’agenzia Onu UNAIDS il 27,4% della popolazione tra i 15 e i 49 anni vive con l’HIV (dati 2013). È il più alto tasso a livello mondiale, per arginare il quale il governo centrale ha investito “solo” 33 milioni di dollari nel 2013. E ancora: l’aspettativa di vita si è fermata a 49 anni (dati 2012 della Banca mondiale), il tasso di povertà è pari al 63%, mentre il Paese occupa l’82esimo posto -su 177- nella classifica della “corruzione percepita” stilata nel 2013 da Transaparency International. Ma la cifra che meglio fotografa le condizioni del Paese è quella relativa all’insicurezza alimentare. Nel 2014, secondo la FAO, il 26,1% della popolazione dello Swaziland versa ancora in stato di “denutrizione”: è il dato più alto degli ultimi 12 anni, e ne fa l’unico Paese in controtendenza della regione australe. È un effetto della “rinuncia alle terre” che ha portato il Paese ad importare dal Sudafrica il 75% del cibo che consuma. A Tikhuba, sul Plateau, poco più a Sud rispetto alla cittadina di Siteki, questi numeri si fanno concreti, grazie al racconto di Piero Pelleschi, project manager di Cospe in materia di acqua. Qui c’è una high school di 376 studenti dove la Ong ha messo in sicurezza una fonte di approvvigionamento idrico che prima veniva condivisa con gli animali, e condotto l’acqua a una pompa elettrica che la invia poi a due grandi serbatoi da 10mila litri l’uno, per sgorgare da fontanelle.
È una piccola parte del progetto “Water and sanitation for all”, che grazie anche a un finanziamento europeo contribuirà alla  “costruzione di 69 opere, tra cui 50 pozzi, 13 sistemi di distribuzione, 6 protezioni di fonti e più di 1.200 latrine di tipo ventilato-spiega Pelleschi-. E tutto questo, per un costo complessivo di 1,2 milioni di euro, permetterà di dare accesso all’acqua potabile a circa 30mila persone, mettendo in sicurezza l’intera Lubombo region”.

In un’aula della scuola convertita a magazzino ci aspettano Maka Mathonsi e Make Ndzimandze, due donne che hanno partecipato al progetto “Power” promosso dal Cospe negli anni scorsi, e giunto a conclusione nel luglio 2014. Aveva come oggetto la tutela e la promozione dei diritti di genere in un Paese dove vige ancora la poligamia. “Con questo schema i ricchi sono pochi e sempre più ricchi, mentre il bacino di poveri si è allargato”, ragiona Mathonsi. Elena Gentili, “rappresentante Paese” per il Cospe, mi racconterà il giorno dopo nella capitale Mbabane che “a livello domestico ci sono violenze quotidiane, compresi femminicidi, e pochi mesi fa una legge su questi temi, che era giunta fino all’approvazione del re, è stata bocciata dal monarca, e rispedita al primo livello del processo legislativo”.

A bordo della jeep sulla quale ripartiamo da Tikhuba ci sono anche due -competenti- tecnici della Rural Water Supply Branch (RWSB), il braccio governativo incaricato per conto del ministero delle Risorse naturali e dell’energia di portare l’acqua alle comunità rurali. Il tessuto urbano, invece, è servito a livello domestico dall’impresa parastatale Swaziland Water Services Corporation. Ad ogni tappa del nostro viaggio, in ogni comunità, si preoccupano di verificare che gli standard di fontanelle, protezioni delle fonti e tubazioni siano rispettati. Le indicazioni le ricevono dalla capitale, Mbabane.
È qui che, a un’ora e mezza dalla città di Siteki, incontriamo Nompumelelo Ntshalintshali, “principal development analyst” della RWSB, interlocutore operativo del Cospe. Precisa a proposito degli obiettivi del Paese e del governo (“Puntiamo a raggiungere il 100% di copertura e fornitura di acqua entro il 2022”), è meno puntuale a proposito del budget messo a disposizione dal ministero delle Finanze (“stiamo raggiungendo il livello precedente alla crisi del 2011”). Ma Nompumelelo un dato lo fornisce: l’intera struttura che si occupa di acqua per le comunità, e cioè per l’80% della popolazione, può contare su 200 dipendenti, tra tecnici, analisti, ingegneri, incaricati di raggiungere quelle comunità rurali disperse in fondo a chilometri di strade di fango.
A Ngonini, a Sud della Lubombo e nella distesa del Lowveld, incontriamo il “rappresentante” comunitario (“bucopho”) Bonginkosi Mabaso: “Qui i servizi sono lontani e la maggior parte delle 2.500 persone che costituiscono la comunità deve sobbarcarsi 10 chilometri di cammino per recuperare acqua dal fiume più vicino, caricando l’acqua sui dorsi degli asini”. Da queste parti, infatti, un “water system” ha ceduto, collassando su se stesso e lasciando a secco 160 famiglie. Anche Robert Mabila, “bucopho” di Shewula, comunità che si trova nel punto più alto e suggestivo delle Lubombo mountains, da cui è possibile scorgere Maputo -capitale del Mozambico-, traccia un quadro amaro: oltre 5mila persone, su 11mila che vivono nell’area rurale, non possono contare su un accesso diretto all’acqua, dovendo incamminarsi in percorsi che noi attraversiamo in auto nella nebbia. Ma lo stesso vale nella più arida piana del Lowveld, a pochi chilometri dal confine Sud con il Sudafrica, a Nsubane. Ne chiediamo conto a Mthembeni David Dlamini e Busisiwe Mkhatshwa, referente del “water committee” e “bucopho” della comunità. “Non abbiamo i bagni -spiega  Mkhatshwa-, e  decine di persone non hanno acqua”. Anche qui un guasto operativo può avere conseguenze devastanti, come la condivisione in via emergenziale -ma prolungata- di una pozza d’acqua con mucche e bestiame. Mentre assisto alla scena penso al racconto di Piero Pelleschi sulla piccola subarea della comunità di Mambane, a Sud del Plateau, dove due mesi prima del mio arrivo (a inizio settembre) si è verificato lo scoppio di retrovirus, con quindici casi di diarrea acuta e due morti. Il probabile motivo lo affronto di persona, tornando sul Plateau: Richard Masimula -coordinatore del progetto Cospe- solleva una lamiera appoggiata su alcuni rami, tronchi e qualche spina, che dovrebbero funzionare da recinto per allontanare gli animali. Il sole si riflette su una fonte d’acqua stagnante. Il lavoro del Cospe e dei tecnici della RWSB consentirà di mettere il tutto in sicurezza, applicando dei dischi di cemento sulla fonte, scavando un piccolo letto per tubazioni resistenti e sistemando dei serbatoi in grado di servire con fontanelle comuni 100 famiglie, 2mila persone.

In comunità si lotta per l’accesso all’acqua potabile, e intanto il colosso dello zucchero del Paese -la Royal Swaziland Sugar Corporation- può contare su ben altre risorse. I suoi azionisti sono l’egemone fondo d’investimento nazionale Tibiyo Taka Ngwane (53%) -che sta in altre 22 imprese ed ha asset complessivi per 1,3 miliardi di emalengeni (99 milioni di euro)-, la sudafricana TSB Sugar (26%), il governo della Nigeria (10%), il governo dello Swaziland (7%), la Coca-Cola Export Corporation (2%) e altri (2%). Delle 23 imprese in cui ha investito nel 2012 il fondo sovrano Tibiyo, ben 7 ricadevano nella categoria “sugar cane”. E il Paese non ha soltanto scommesso le proprie terre per dar manforte al settore, ma ha anche scelto di rendersi appetibile fiscalmente per i grandi investitori multinazionali. Come The Coca-Cola Company. Scorrendo le pagine del bilancio 2013 dell’azienda americana fino al paragrafo dedicato alle imposte si legge che Brasile, Costa Rica, Singapore e appunto Swaziland sono i quattro Paesi che le  riserverebbero incentivi fiscali. “I termini di queste facilitazioni -si legge nel bilancio- scadranno tra il 2015 e il 2022. Ci attendiamo che possano essere rinnovati a  tempo indeterminato”. Un auspicio annodato a un interesse: “Le agevolazioni fiscali hanno favorevolmente inciso sulle nostre spese per imposte per 279, 280 e 193 milioni di dollari per gli esercizi 2013, 2012 e 2011”. Il dato non è scorporato, e per questo non è dato sapere a quanto corrisponda “l’incentivo” dello swazilnd. È certo però che alle fortune del conto economico di Coca-Cola non corrispondono quelle di chi abita il Paese e non detiene quote del fondo Tibiyo.

Thabile Ndlovu lavora al diparimento di Chimica dell’Università dello Swaziland, con particolare attenzione alla qualità dell’acqua. Il suo ufficio nell’ateneo di Matshapa, nel distretto industriale del Paese, riesce a contenere a fatica una vecchia lavagna, una scrivania e diverse pile di volumi. Per conto della Facoltà ha appoggiato gratuitamente il progetto del Cospe, andando a prelevare dei campioni per analizzare la qualità dell’acqua. “Tra i fattori d’inquinamento più rilevanti -spiega Thabile- ci sono i pesticidi utilizzati nelle grandi piantagioni di canna da zucchero della Lubombo region”. Ma non è solo un affare idrico. Fabio Olmastroni è un agronomo tropicalista che nel Paese, per il Cospe, coordina il progetto “ProSwazi” a sostegno di una filiera agro-ecologica di produzione di varietà locali di 10 comunità della Lubombo region, si occupa -insieme a Roberta Tanduo, autrice di alcune delle fotografie di questo reportage- dello sviluppo di reti di ecoturismo gestite direttamente dalle comunità, e cerca di sostenere il sindacato nazionale dei contadini, oggi organico al ministero dell’Agricoltura. “Il sistema di produzione di queste grandi imprese dello zucchero non prevede solo la gestione diretta delle terre -spiega Fabio-, ma anche dei contratti con i contadini, ai quali le compagnie offrono input produttivi, acquisti certi e assistenza tecnica in cambio della dismissione di coltivazioni diverse dallo zucchero”.
Una tendenza difficilmente reversibile, agevolata dall’assenza di politiche in grado di offrire alternative, e che secondo Fabio potrebbe mettere in ginocchio il Paese una volta crollato il prezzo della materia. “Dopo quarant’anni di monocoltura -conclude Fabio- quei terreni non hanno più niente di vivo. Producono ancora perché ogni anno sono ‘pompati’ con fertilizzanti e pesticidi. Servirebbero dieci anni di riposo e rigenerazione”.

Ma contestare le scelte del governo è rischioso. In estate un giornalista e un avvocato per i diritti umani sono stati arrestati a seguito di un articolo pubblicato su un giornale nazionale. Due anni di carcere senza cauzione, dopo 115 giorni di processo. Il multipartitismo, concepito in teoria, non è praticamente garantito e Tucoswa, l’organizzazione che racchiude le “trade unions”, è stata dichiarata illegale a metà ottobre. Le licenze per emittenti radio-televisive non sono riconosciute se non discrezionalmente, e i due principali quotidiani sono riconducibili all’élite di governo -come il quotidiano The Swazi Observer, detenuto al 100% dall’onnipresente fondo sovrano Tibiyo-. E se il 27 giugno 2014 gli Usa hanno deciso di negare al Paese la possibilità di adire all’African Growth and Opportunity Act (AGOA) -provvedimento di natura commerciale che dovrebbe “sostenere” le economie del continente-, adducendo tra le cause anche i ritardi in tema di diritti politici e civili, l’Unione europea, un mese più tardi, ha invece ratificato con il Paese gli accordi di partenariato Epa, centrati soprattutto sull’esportazione “tax free” di prodotti. Tra questi, è ovvio, spicca proprio lo zucchero. —

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