Economia

L’amianto punta a Sud

In totale riserbo, il Canada esporta ancora il minerale killer nei Paesi più poveri, come l’India, dove viene lavorato anche a mani nude. L’Italia, che lo ha messo al bando nel 1992, non affronta il problema della bonifica delle aree inquinate. Ci prepariamo così al picco delle morti, nel 2020

Tratto da Altreconomia 98 — Ottobre 2008

L’amianto uccide, ma non diciamolo troppo in giro. È vero che in Europa e negli Stati Uniti d’America lo sanno tutti e nessuno lo usa più da 15-20 anni, ma nel resto del mondo ci sono tanti Paesi ansiosi di uscire dalla povertà costi quel che costi, sia pure la vita di molti. È uno scandalo internazionale con un protagonista insospettabile: il Canada, considerato un campione di pacifismo ed ecologia. Il Canada è l’unico Paese del salotto buono delle democrazie industriali ad estrarre ed esportare ancora oggi il minerale responsabile di centinaia di migliaia di morti. L’amianto, infatti, è bandito in 40 Paesi, compresi tutti i 27 membri dell’Unione europea e il Giappone, mentre negli Stati Uniti è sottoposto a severissime limitazioni.
Il governo di Ottawa tiene sotto chiave da più di sei mesi un rapporto commissionato a un gruppo di studiosi, chiamati a giudicare, con gli ultimi dati scientifici alla mano, quanto l’amianto crisotilo estratto in Canada fosse dannoso per la salute. Il crisotilo, detto anche amianto bianco, è la più diffusa varietà del minerale. Il gruppo di sette scienziati, presieduto dal britannico Trevor Ogden, direttore della rivista di Igiene del lavoro dell’Università di Oxford, ha consegnato il rapporto a metà marzo. Gli accordi prevedevano che il governo lo avrebbe reso pubblico “il prima possibile”, e nel frattempo gli esperti avrebbero dovuto mantenere il segreto. Sono passati ormai sei mesi e del rapporto si è persa ogni traccia. La questione è arrivata anche in parlamento, alla Camera dei Comuni. Il 27 maggio è intervenuto il deputato Pat Martin, del New Democratic Party, il partito progressista attualmente all’opposizione. L’amianto, ha detto, è “il maggiore killer industriale della storia”, compreso quello che il Canada “sparge nel Terzo mondo e nei Paesi in via di sviluppo”. Martin ha sollevato la questione del rapporto insabbiato: “Il ministro della Sanità”, ha detto, “ci sta seduto sopra perché non vuole che il Canada sia messo ulteriormente in imbarazzo dal fatto che sta inquinando il mondo di amianto”. La risposta dell’interessato, il conservatore Tony Clement, è stata laconica: “Abbiamo ricevuto il rapporto, lo stiamo studiando”. Uno studio che dev’essere “matto e disperatissimo”, visto che è passata anche l’estate senza che nulla accadesse.

Che cosa dice il rapporto? Lo racconta ad Altreconomia l’unica esperta italiana presente nel gruppo di studio: Bice Fubini, docente di chimica all’Università di Torino e direttore del centro interdipartimentale “Giovanni Scansetti” per lo studio degli amianti e degli altri particolati nocivi. “Rispetto la richiesta di riservatezza, tuttavia mi sento di dire che il rapporto rispecchia ciò che la comunità scientifica già sa. E cioè che esiste un consenso quasi generale sul fatto che l’amianto crisotilo provochi l’asbestosi e il cancro polmonare, mentre ci sono valutazioni diverse sul mesotelioma pleurico”. L’asbestosi (asbesto è un sinonimo di amianto) è una malattia simile alla silicosi dei minatori: la polvere di amianto si deposita nei polmoni e ne riduce la funzionalità. Il mesotelioma pleurico è un tumore la cui unica causa conosciuta è l’inalazione di fibre d’amianto. È inguaribile e continua a fare strage tra i lavoratori esposti all’amianto: in Italia, per esempio, gli operai della Eternit di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, o dei cantieri navali di Monfalcone, in provincia di Gorizia. A Casale, dove fino agli anni Ottanta le fibre killer hanno contaminato tutta la città, il mesotelioma ha colpito molti cittadini che non hanno mai messo piede in fabbrica, dal bancario alla casalinga. “Riguardo al mesotelioma -continua Fubini- c’è chi sostiene che il crisotilo puro non possa provocarlo, ma è un’obiezione accademica perché il crisotilo chimicamente puro in natura non esiste. È sempre contaminato, ad esempio da ioni di ferro che ne attivano le proprietà patogene”. Anche l’amianto canadese, insomma, uccide.
Certo che i rischi si riducono se vengono adottate le dovute precauzioni, per evitare che i lavoratori respirino le fibre o che queste si disperdano nell’ambiente.
Questo succede in Canada, ma non nei Paesi dove va a finire l’amianto canadese. Non succede in India, ad esempio, dove “viene lavorato in casa da donne che non usano alcun tipo di protezione”, afferma Bice Fubini. In occasione della giornata mondiale della salute, il 7 aprile 2008, un gruppo di associazioni guidato da “The other media” di Chennai ha diffuso un appello per fermare le esportazioni canadesi di amianto “in India e nel Sud globale”. Il documento stima in 100mila i lavoratori quotidianamente esposti nel subcontinente, lavoratori “disperatamente poveri, che si stanno ammalando e stanno morendo a causa del crisotilo canadese”.
In Canada è attiva l’organizzazione “Ban Asbestos” (www.bacanada.org), animata anche da vittime dell’amianto e da loro familiari, che reclama la completa messa la bando del minerale. Sta in buona compagnia: la Canadian Cancer Society è arrivata alla stessa conclusione dopo uno studio durato 18 mesi. Il rapporto non potrà restare sepolto in eterno, ma gli scienziati coinvolti sospettano che ci sia ancora un po’ da aspettare. Almeno fino alla fine di ottobre, quando si riuniscono a Roma i rappresentanti dei 122 Paesi che aderiscono alla Convenzione di Rotterdam sui prodotti chimici pericolosi, promossa dall’Onu.
La Convenzione non è una lista nera, ma una lista grigia. Se una sostanza entra a farne parte, per esportarla in un Paese straniero è necessario fornire al suo governo un sostanzioso volume di informazioni sulle caratteristiche, i potenziali rischi, le precauzioni da adottare, le restrizioni all’utilizzo. L’ingresso del crisotilo nella lista grigia è stato messo all’ordine del giorno nel 1998, nel 2003, nel 2004, nel 2006 e nella riunione di Roma, in programma dal 27 al 31 ottobre al palazzo della Fao. I Paesi favorevoli sono ormai un centinaio, ma la resistenza di un pugno di oppositori ha finora bloccato tutto. Capofila, naturalmente, il Canada. Da qui il sospetto che i suoi rappresentanti preferiscano sedersi al tavolo dei lavori senza dover discutere le imbarazzanti conclusioni degli esperti incaricati dal loro stesso governo.
Infine, il 14 ottobre in Canada ci sono le elezioni anticipate, e anche i minatori votano. Qui arriva il paradosso: l’amianto non è un pilastro dell’economia canadese. La produzione nazionale annua è di circa 175mila tonnellate, poca roba confronto a 1 milione e 120mila tonnellate estratte in Russia, 350mila in Cina, 240mila in Kazakistan, 230mila in Brasile. I lavoratori occupati non sono più di 700 in tutto, concentrati intorno all’unica miniera rimasta in piena attività: la Bell Mine di Thetford, nel Quebec, non lontano da una città chiamata addirittura Asbestos, ormai ricordo di antichi fasti. La miniera è controllata dalla Lab Chrisotile, guidata dal ventisettenne Simon Dupéré, ultimo rampollo della famiglia proprietaria. Nonostante le energie profuse dal giovane Dupéré e l’orgoglio degli ultimi minatori pronti a difendere la bontà del prodotto (“se usato in modo appropriato”, dicono), il business è in netto e costante declino.
Vale la pena, per il Canada, passare da Paese canaglia per così poco?

Il killer nel sottotetto

I bambini non si erano nemmeno ambientati che il nido “Le costellazioni” è stato chiuso. Chiuso per amianto. È successo a Varese il 19 settembre, ma è solo l’ultimo di tanti casi. Nel tetto è saltato fuori uno strato di eternit, la miscela di cemento e amianto molto utilizzata in edilizia fino agli anni Settanta e oltre (vedi box). La bonifica durerà tre mesi e costerà 130 mila euro. Il Comune, intanto, ha deciso di avviare un’indagine su tutti gli edifici scolastici. In Italia l’amianto è vietato per legge dal 1992, ma non è un problema del passato. È un problema del presente e del futuro, per più di un motivo. Robusto, ignifugo, isolante, economico e facile da lavorare, il minerale fibroso ha goduto di larghissima diffusione.
Le bonifiche condotte sono state parziali e hanno lasciate rilevanti quantità in scuole, ospedali, condomini, case rurali, fabbriche, navi, aree dismesse, discariche abusive. Inoltre il mesotelioma pleurico, la più letale delle malattie provocate dall’amianto, ha un tempo di latenza di molti decenni: le fibre possono dormire a lungo nei polmoni di chi le ha respirate prima di scatenare il tumore. Studi epidemiologici dicono che il picco delle patologie e delle morti, in Italia e nei Paesi che hanno vietato l’uso del minerale dagli anni Ottanta-Novanta, si toccherà intorno al 2020. Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti per amianto in Italia sono stati finora almeno 3.670. Un dato minimo: il Registro, infatti, ha iniziato a funzionare nel 2004, e non in tutte le Regioni. Migliaia di altri casi, specie nei decenni passati, sono sfuggiti alle statistiche.
Verso le vittime dell’amianto “lo Stato ha un debito morale, sociale ed economico incommensurabile”, afferma il senatore del Pd Felice Casson, primo firmatario di un nuovo disegno di legge (n. 173) sull’argomento. Il ddl tocca i nodi ancora irrisolti, 16 anni dopo la messa al bando: tutela sanitaria dei malati, risarcimenti e, appunto, bonifica del territorio. “È il problema fondamentale”, spiega Casson. “Solo alcune Regioni e alcuni Comuni hanno soddisfatto gli obblighi previsti dalle leggi precedenti, e neppure in modo completo”. Risultato: non esiste ancora una mappa dei siti da bonificare. “Il lavoro è immane, ma dobbiamo cominciare almeno dagli edifici pubblici: scuole e ospedali. I rischi sono troppo grandi. Una sola fibra inalata può provocare il mesotelioma”. È da prima del divieto totale che lo Stato prova a imporre alle Regioni un censimento dei siti contaminati da amianto: già nel 1986 una circolare del ministero della Salute chiedeva di verificare la presenza del materiale in scuole e ospedali. Di legge in legge, di decreto in decreto, si sono alternate le parole “mappatura” e “censimento”: lo stesso obbligo, sistematicamente disatteso. L’ultimo decreto chiede la “mappatura” ed è il numero 101 del 2003. Cinque anni dopo, solo un pugno di Regioni ha “mappato”: l’Emilia-Romagna, la Lombardia, la Toscana, il Piemonte, quest’ultimo più sulla presenza in natura che nei manufatti umani. Nel resto d’Italia, specie nel Centro-sud, nulla o quasi. L’Emilia-Romagna è giudicata un’eccellenza in materia. Un lavoro pluriennale di questionari e sopralluoghi: prima, a cura delle Usl, per censire la presenza di amianto friabile; poi, nel 2003, la mappatura -coordinata dall’Agenzia regionale per l’ambiente- che ha permesso di individuare ulteriori 1.178 siti dove l’amianto era ancora presente. “Abbiamo cominciato le bonifiche nel 1996 e gli interventi più urgenti sono stati completati”, racconta Orietta Sala, specialista del Centro regionale amianto dell’Arpa. “Nel 2003, i siti ad alto rischio per la salute, però, non erano molti”. Il rischio è alto dove l’amianto è friabile, perché sono le fibre disperse nell’aria ad aggredire i polmoni, e dove il passaggio di persone è intenso, come negli edifici pubblici. “Un tetto in eternit può restare integro a lungo, mentre l’amianto spruzzato diventa più facilmente ‘volatile’”, continua Sala. L’amianto veniva spruzzato per ottenere l’isolamento termico e acustico di ambienti e apparecchiature. “Lo abbiamo trovato in particolare in cinema e teatri, e in genere in tutti gli edifici per i quali le norme antincendio erano più severe, come le biblioteche, le scuole, gli ospedali, le chiese”. L’amianto era considerato una benedizione in luoghi caldi e rumorosi come certe fabbriche, “soprattutto in fonderie, industrie chimiche e zuccherifici”. Nei condomini privati, il posto più sensibile è il locale caldaia. La spesa per rimuovere l’amianto da tutti i 1.178 siti censiti in Emilia-Romagna è stimata in circa 20 milioni di euro. Ma qui arriva, secondo molti operatori del settore, la nota dolente: le discariche. In Italia pochissime possono accogliere la fibra killer. La più importante è Barricalla, alle porte di Torino, dove vengono interrati rifiuti industriali speciali e pericolosi. Una buona parte dell’amianto smaltito regolarmente prende il treno per la Germania, seguendo la rotta tracciata dai rifiuti comuni. Quello “irregolare” si accumula giù dai dirupi, lungo i torrenti e sulle spiagge. L’8 settembre la Guardia di finanza ha trovato oltre 300 lastre di eternit in una discarica abusiva sulla riva del fiume Volturno a Capua (Ce).
Le lastre, hanno annotato i finanzieri, si trovavano “in stato di disgregazione”.

La portaerei dei veleni
Sulle navi, l’amianto era spesso imposto dalla legge per motivi di sicurezza: isolava, coibentava, opponeva una barriera a eventuali incendi altrimenti fatali.
Doti ancora più apprezzate sui vascelli da guerra. È esemplare la storia della portaerei francese Clemenceau (nella foto), raccontata nel libro di Enrico Bullian Il male che non scompare (Il ramo d’oro, Trieste 2008). Dopo quarant’anni di servizio, nel 1997 la Marina ne decise il disarmo. Scartata l’idea iniziale di inabissarla nel Mediterraneo, il governo francese affidò la bonifica delle 200 tonnellate di amianto presenti a una società spagnola, che a sua volta subappaltò il lavoro a un’azienda turca. Nel 2004 la Grecia rifiutò il passaggio nelle proprie acque territoriali, e la nave tornò in Francia, a Tolosa. Cominciarono i lavori, questa volta con una ditta tedesca, ma la popolazione locale insorse.
Il 31 dicembre 2005, con ancora metà dell’amianto addosso, la Clemenceau fu agganciata da un rimorchiatore e fece rotta verso l’India. Obiettivo Alang, nel Gujarat, un ex villaggio di pescatori specializzatosi nello smontaggio di carcasse in disarmo, per lo più a mani nude. Sull’onda di una campagna di Greenpeace, il 13 febbraio 2006 la Corte suprema indiana decise di respingere la vecchia portaerei. Dopo un inutile viaggio di 18 mila chilometri, la Clemenceau invertì la rotta e terminò la sua ultima odissea nel porto francese di Brest. Dove tuttora resta ad arrugginire, perché nessuno vuole farsi carico dei suoi veleni.  

L’Eternit in tribunale
È il maxiprocesso all’amianto: 2.969 vittime, tra morti e malati, tutte riconducibili all’attività dell’Eternit, l’azienda svizzera che inventò l’omonimo composto di cemento e amianto, attiva in Italia fin dai primi anni del Novecento. Il procedimento è stato istruito dal procuratore aggiunto
di Torino Raffaele Guariniello, specialista in reati ambientali e del lavoro. Gli avvisi di chiusura indagini sono stati inviati il primo agosto 2007 e le richieste di rinvio a giudizio potrebbero arrivare da un momento all’altro. A fronte di tante vittime, gli imputati sono soltanto due: Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, il barone belga la cui famiglia acquisì un’importante quota di proprietà della Eternit italiana, e Stephan Schmidheiny, l’erede della famiglia svizzera che ha fatto la storia del marchio, oggi filantropo e rappresentante Onu per “lo sviluppo sostenibile”. L’accusa, per loro, è di disastro doloso (più grave, dunque, del colposo che di solito si contesta in casi del genere) e omissione dolosa di misure di sicurezza. Il procedimento coinvolge tutti gli stabilimenti Eternit che hanno operato in Italia: Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli (Napoli) e Siracusa, oltre all’impianto svizzero di Niederurnen, dove lavorarono molti italiani.

In miniera con Primo Levi
“In una collina tozza e brulla, tutta scheggioni e sterpi, si affondava una ciclopica voragine conica”. Così, nella raccolta Il sistema periodico, Primo Levi descriveva la miniera di Balangero, nelle valli di Lanzo, in provincia di Torino, dove lavorò come chimico prima di essere deportato ad Auschwitz.
Balangero è la più grande cava di amianto a cielo aperto d’Europa. Sfruttata dagli anni Venti ai primi anni Novanta, oggi è il teatro di un gigantesco intervento di bonfica: su un’estensione montuosa di 310 ettari ci sono 65 milioni di tonnellate di pietre e fanghi contenenti amianto. Impossibile portare via tutto, e per metterlo dove, poi? “Abbiamo consolidato e messo in sicurezza le due grosse frane di scarti di lavorazione”, racconta Massimo Bergamini, direttore di Rsa, la società pubblica responsabile della bonifica, controllata dalla Regione Piemonte e dagli enti locali interessati, “ma sono aree che non potranno mai essere restituite all’uso pubblico”. Sul resto della superficie, gli interventi sono stati di rinaturalizzazione, con l’apporto di terreno e piante. Dal 1992 a oggi la bonifica è costata 26 milioni di euro, e altri 21 sono stati stanziati a fine 2007. Che cosa diventerà Balangero? “Il nostro progetto punta all’energia rinnovabile, in particolare a un impianto fotovoltaico da 4,5 megawatt. E pensiamo anche a un museo che recuperi la memoria storica del luogo, incentrato sulla figura di Primo Levi”.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia