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L’alternativa in aula

Come l’altra economia entra in Università. Tra partecipazione studentesca e coraggio dei docenti. Una lenta ma costante transizione

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

Un corso di Sociologia della comunicazione e dei consumi non insegna, necessariamente, a vendere. Alla facoltà di Architettura si può imparare a restaurare, per restituire alla collettività una villa seicentesca senza “valorizzarla” sul mercato. Chi segue la cattedra di Ecologia studierà un monolite di suolo approfondendone la biodiversità, piuttosto che trovare una ragione plausibile per consumarlo. Succede a Bergamo, Gorizia, Milano, in quegli angoli dell’università italiana più vicini all’altra economia, e quindi alla tutela dell’ambiente e della biodiversità, all’economia solidale, al consumo critico, agli stili di vita sostenibili, alla decrescita, al mutualismo solidale, alla cooperazione e alla salvaguardia del patrimonio artistico e culturale.
Abbiamo chiesto a otto ricercatori, docenti e professori di aiutarci a ricostruire natura e dinamiche di questa relazione, talvolta in via di rafforzamento e altre volte assente, debole o in crisi. Come accade, ad esempio, nelle facoltà di Economia. E la spiegazione che dà Mauro Magatti, professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica di Milano, è amara: “Il giovane studente contemporaneo è preoccupato del proprio futuro e quindi non è affatto scontato che abbia voglia di ascoltare l’anti-utilitarismo, la decrescita felice, la responsabilità sociale dell’impresa, la teoria dei beni comuni, il welfare, ovvero discorsi critici nei confronti del pensiero dominante. Che invece garantisce probabilità maggiori di successo professionale. Esiste una minoranza più creativa che è interessata a percorsi di ricerca meno ortodossi, ma questa è immersa in un’epoca in cui il mondo giovanile non ha promosso una spinta significativa sufficientemente forte e riconoscibile che a partire dalla crisi abbia provato ad immaginare percorsi di innovazione concettuale”. Mauro Bonaiuti, che tiene già il corso di Finanza etica e microcredito presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università degli Studi di Torino, sta cercando di costruire un’alternativa progettando quello che sarebbe il primo corso di insegnamento di “economia solidale”: “L’obiettivo -spiega- è quello di affiancare alla necessaria varietà degli approcci anche una critica radicale dei paradigmi economici neoclassici. Per questo puntiamo a coinvolgere le realtà e le reti dell’economia solidale -come il tavolo Res, i Gas, alcune realtà produttive come Iris e Astorflex, il commercio equo e la finanza etica, le mutue autogestione (Mag), le botteghe del commercio equo- per raccogliere le loro esigenze, aspettative, eventuali collaborazioni con il corso anche in termini di contenuti e di esperienze”. Con un altro taglio anche Mario Pianta, dell’Università di Urbino, ha cercato di costruire un ponte insieme a Sbilanciamoci!, nella scuola estiva “Economia com’è e come può cambiare” che alla sua scorsa edizione ha registrato la partecipazione di 120 persone.
Chi misura una crescente sensibilità ai temi come la decrescita, l’economia solidale e il consumo critico è anche Marco Deriu, professore dell’Università di Parma che nel semestre entrante terrà un corso di Sociologia della comunicazione intitolato “Verso una democrazia ecologica? La discussione pubblica e la partecipazione politica di fronte alla crisi ambientale”. “Nell’ambito della comunicazione politica -racconta Deriu- poniamo al centro il dibattito ambientale, le emergenze ecologiche legate al clima, alle risorse, all’acqua, al cibo, all’energia, e come questi temi entrano nella discussione pubblica, e spingono a ripensare forme di democrazia e partecipazione”. La lente di Deriu si sposta anche su quello che definisce il “canone” della ricerca scientifica, che va cambiato. Le pratiche legate ai temi dell’altra economia, secondo lui, obbligano a un ripensamento dei dualismi accademici classici. E cioè quel rapporto verticale tra i “chierici della ricerca e il volgo, la popolazione oggetto della ricerca. Questi temi includono non solo gli specialisti, gli scienziati o i ricercatori, ma anche le comunità colpite dai problemi che abbiamo di fronte. Di natura ecologica, economica e sociale”.

Cambiare si può, anche guardando all’indietro se necessario. Ne è convinto, in materia di formazione degli storici dell’arte, Tomaso Montanari, professore di Storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. “Negli ultimi venti anni -spiega- si è abbandonata la formazione degli storici dell’arte che era valsa per 120 anni. Questi erano umanisti laureati in Lettere con un curriculum storico e artistico maturato nel tempo. La tutela del patrimonio era così strettamente legata alla conoscenza, al rinnovamento del sapere. Questo circuito virtuoso si è rotto quando l’Università, la facoltà di Lettere, ha introiettato il valore della cattiva valorizzazione, intesa come messa a reddito, creando gli indefiniti corsi in Beni culturali. Pensando più a riempire i ranghi invece che formare teste pensanti, abbiamo creato ruoli amministrativi subordinati al potere politico. Già dai tempi della Commissione voluta dall’ex ministro Massimo Bray -prosegue Montanari- ho proposto l’istituzione di una Scuola del patrimonio culturale, incardinata nel ministero dei Beni culturali, aperta per concorso a chi ha già il dottorato di ricerca”. Montanari, che è al lavoro per la creazione della prima cattedra di Storia del patrimonio culturale, è convinto che “sarebbe utile dare vita ad un intero Dipartimento per la difesa del territorio -è in corso un esperimento a Torino- che faccia incontrare geologi, architetti, ingegneri, fisici, esperti di suolo”.

L’esperienza di Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale che insegna al Politecnico di Milano e all’Università degli Studi dell’Insubria, è un po’ più promettente: “Quando ero assegnista al dipartimento di energetica del Politecnico, nei primi anni Duemila -racconta Ruggieri-, l’ufficio dove stavo con i miei colleghi era un sottotetto freddo d’inverno e caldo d’estate. Le condizioni di lavoro erano insopportabili e così pensammo di progettare una ventola che estraesse aria calda e favorisse l’ingresso di aria fresca. Inviammo una lettera al direttore dell’ufficio, che di lì a poco ci ricevette. ‘Perché non mettete un condizionatore?’, chiese. Tentammo di spiegare che la ventola aveva un impatto molto più contenuto e che avevamo scelto questa opzione perché più coerente ai nostri insegnamenti. ‘Capisco, ho una figlia vegetariana’ fu la sua risposta”. A più di dieci anni di distanza, le parole e i temi dei sostenitori “vegetariani” della ventola (un manifesto della sostenibilità) campeggiano sulla homepage di quello stesso dipartimento, www.energia.polimi.it. Non si è trattato di una rivoluzione, come riconosce Ruggieri, ma di una “lenta evoluzione” che ha consentito all’università di diventare via via più sensibile alla tutela e salvaguardia dell’ambiente o al risparmio energetico. Il cambio di approccio è contenuto anche nel nome dei corsi di laurea, che infatti l’hanno cambiato: “Quando mi sono iscritto nel 1989 il mio si chiamava Ingegneria civile per la difesa del suolo e la pianificazione territoriale. Dall’anno successivo è mutato in Ingegneria per l’ambiente e il territorio e poi è diventato Ingegneria ambientale”. Che significa? “Dalla mera applicazione dell’ingegneria civile alla difesa del suolo, dove si ragionava sugli impianti e sulle costruzioni idrauliche in virtù di un approccio prettamente infrastrutturale centrato sulla riduzione tecnologica dell’impatto finale, si è passati a considerare di più le premesse”. Non a caso proprio a Milano è nato il corso di Architettura ambientale, che poi è stato soppresso data l’avvenuta adozione della componente “ambientale” da parte di tutti gli insegnamenti della Facoltà. “Ma se l’attenzione all’ambiente è stata largamente introiettata e inclusa negli ordinamenti -spiega Ruggieri- tutto quel che concerne il ruolo delle comunità, la condivisione dei benefici dovuti al risparmio e all’efficienza energetica attraverso forme ‘nuove’ come distretti o gruppi di acquisto, è ancora un oggetto sconosciuto nei corsi di laurea”. Il tentativo di Ruggieri, quindi, è quello di rafforzare un “approccio integrato”, come dimostra il corso di Progettazione urbanistica che conduce a Milano insieme al professor Paolo Pileri del Dipartimento di Architettura e Studi urbani (Dastu).
Chi, dal 2004, si occupa di consumo critico (e non solo) e cerca di sostenerne i valori e promuoverne le pratiche anche in campo accademico è Francesca Forno, che insegna tra le altre cose Sociologia della comunicazione e dei consumi all’Università degli Studi di Bergamo. “I gruppi di acquisto solidale hanno rivestito uno straordinario ruolo di stimolo per alcuni importanti studi sulle dinamiche del consumo e dell’economia solidale -racconta Forno-. Il mondo accademico, dopo aver dipinto i Gas come ‘attori irrazionali che sprecavano tempo nel prendere decisioni’, li ha rincorsi con alcuni pionieri, non a caso provenienti da università più piccole in grado di captare con più elasticità i fenomeni sociali”. I più recenti dati diffusi dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) fotografano una netta diminuzione a livello nazionale degli immatricolati in Sociologia tra l’anno 2004/2005 (poco più di 3.800) e il 2011/2012 (2.308). Nonostante la disaffezione, l’ateneo bergamasco è stato capace di porsi come motore di alcuni importanti avvenimenti sul territorio: “L’Università -racconta Forno- è stata promotrice di una serie di progetti che hanno previsto la realizzazione di un mercato agricolo, un censimento dei Gas, un corso di formazione indirizzato ad associazioni di volontariato, o la creazione di una mappa della città solidale (pubblicata da Altreconomia). Abbiamo poi portato i produttori del Sud Italia con ‘Sbarchi in piazza’ nelle scuole -e con questo l’annesso tema del lavoro migrante-, e dato vita all’Osservatorio CORES sui consumi, reti e pratiche di economie sostenibili. C’è una tensione costante, priva di una vera programmazione didattica ma più demandata alla motivazione del singolo docente”. Mentre descrive lo “spiazzamento iniziale degli studenti dato dal fatto che nel corso non imparano a vendere ma a conoscere altre forme di consumo”, Forno scorre l’agenda fino al prossimo appuntamento: un seminario sull’introduzione al concetto dello sviluppo sostenibile. “Un insegnante di marketing internazionale, ‘gasista’, mi ha chiesto se poteva assistere alla lezione -in inglese- insieme ai suoi 18 studenti di una scuola superiore di Albino”.

Renato Casagrandi, invece, tiene un corso di Ecologia agli ingegneri ambientali al primo livello del Politecnico di Milano. “Studiamo e raccontiamo ai ragazzi come sono i processi di vita degli ecosistemi, come si produce energia in maniera naturale, illustriamo loro le dinamiche che ci sono tra le diverse specie degli ecosistemi e le dinamiche di popolazione”. Anche Casagrandi percepisce un distacco dell’Università rispetto a questi temi, sottolineando l’insopprimibile tendenza dell’economia a “non rispondere alle regole della natura”. Tra le buone pratiche che mi descrive c’è quella dell’analisi pratica di una “fetta di terreno”, proposta agli studenti con l’obiettivo di mostrare le “inestimabili” ricchezze e proprietà dei suoli.  
È una pratica che condivide quella che Sergio Maffei Pratali, professore di Restauro architettonico e Teorie e storia del restauro presso la sede di Gorizia dell’Università di Trieste, chiama la “terza missione dell’università”, che rappresenta le ricadute sul territorio dell’attività didattica e di ricerca. “A Gorizia -spiega- abbiamo dedicato un laboratorio di restauro a una villa del Seicento abbandonata da 12 anni adottata poi dal Fai e recuperata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia con un finanziamento ad hoc. Oppure abbiamo realizzato, sempre a Gorizia nell’ambito del progetto TerraLab, un primo cantiere sperimentale di autorecupero con tecniche di bio-architettura, e l’edificio verrà inaugurato ad aprile”. È un’eccezione, però. “C’è molta difficoltà da parte del corpo docente di rimettersi in gioco -riflette Maffei Pratali-. Gli strumenti consolidati e di ricerca mostrano tutti i loro limiti, e l’Università preferisce guardare alle imprese e ad un mondo che è lontano e diverso rispetto alla società civile”. Che è considerata ancora un po’ “vegetariana”, un po’ rivoluzionaria.  —

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