Ambiente / Opinioni

La transizione ecologica non è un capro espiatorio

L’aumento del prezzo dell’energia non è dovuto alle rinnovabili ma alla dipendenza dal gas fossile. E il nucleare non è un’alternativa. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 246 — Marzo 2022
© Jason Blackeye, unsplash

La ricerca del capro espiatorio è una pratica ben nota in politica e in tanti diversi ambiti. Non è sorprendente che si stia cercando di dare la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia alle rinnovabili, alla transizione ecologica o più in generale agli ambientalisti (e non può mancare Greta Thunberg). Non si tratta solo dei giornali che vivono nel mondo parallelo, quelli che fino all’altro ieri negavano l’esistenza del problema climatico o della sua gravità. Per Luca Ricolfi, come si legge in un articolo pubblicato su Repubblica il 28 dicembre 2021, l’aumento dei prezzi e dell’inflazione sarebbe dovuto alla “rivoluzione green”. Invece per il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani la colpa è degli “ambientalisti radical chic peggiori della catastrofe climatica” o del fatto che non estraiamo maggiori quantità di gas in Italia. 

Vale la pena ricordare che i motivi dell’aumento delle bollette dell’elettricità e del gas sono piuttosto chiari e sono dovuti in larga parte all’aumento del costo del gas, che dall’autunno 2021 ha raggiunto prezzi mai registrati negli anni precedenti: nel dicembre 2021 era pari a circa 115 euro/MWh, quando solo 8-10 mesi fa il costo era di 20-25 euro, meno di un quarto. Essendo il gas usato per produrre più del 40% dell’energia elettrica nazionale, l’aumento del suo prezzo determina un aumento del prezzo dell’energia. Anche il costo dei crediti di CO2 nel mercato dell’emission trading europeo è aumentato: ha ormai raggiunto i 100 euro a tonnellata (25 volte il costo di cinque anni fa) ma l’impatto sul costo dell’energia elettrica di questo aumento è circa un quarto di quello dovuto all’aumento del gas.

I motivi dell’aumento del gas sono diversi e concomitanti. Ci sono fattori legati alla pandemia da Covid-19, come la riduzione dell’offerta sui mercati internazionali a causa dei problemi nati durante i vari lockdown (per esempio, meno manutenzioni per alcuni impianti; problemi in alcuni snodi di trasporto) o la forte richiesta di gas naturale in Europa per la ripresa post pandemia. Ulteriori cause sono legate a politiche energetiche di altri Paesi: la maggiore richiesta di gas dalla Cina, per compensare il minore uso di carbone necessario per ridurre l’inquinamento dell’aria, la maggiore richiesta dalla Francia per la riduzione di produzione di elettricità dal nucleare, la minore produzione di gas in Norvegia, Russia e anche in Europa. Contano anche fattori geopolitici, come la decisione tedesca di rimandare l’apertura del nuovo gasdotto del Baltico (North Stream 2) o le tensioni sul confine Russia-Ucraina (tensioni poi sfociate in un conflitto con l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, ndr) Infine ci sono fattori tecnici come il meccanismo usato nelle Borse europee per fissare ogni giorno il costo dell’elettricità, basato sul costo marginale, che non permette di godere appieno dei benefici dei minori costi dell’energia rinnovabile.

La produzione di elettricità da fonti rinnovabili oggi costa infatti meno di quella da gas naturale per cui se entrassero in funzione tanti nuovi impianti eolici e solari avrebbero l’effetto di diminuire il costo dell’elettricità. Ma questo richiede del tempo per cui molti analisti ritengono che la riduzione del prezzo arriverà probabilmente in primavera, quando calerà la domanda invernale europea, e i “colli di bottiglia” e le tensioni nelle forniture dovrebbero attenuarsi. Già oggi i Paesi che producono tanta energia rinnovabile (come Danimarca, Svezia, Norvegia) e riescono a ridurre ai minimi termini l’uso del gas, hanno prezzi dell’elettricità più bassi. 

Non ha molto senso neppure dare la colpa agli ambientalisti o al “No” al nucleare di 11 o 25 anni fa. Al momento la produzione di elettricità da nucleare è molto più costosa di quella rinnovabile, e in ogni caso la costruzione di questi impianti richiede tempo. Una maggiore produzione italiana di gas avrebbe un effetto trascurabile su questa tendenza perché il gas nazionale è poco e sarebbe comunque venduto ai prezzi di mercato. E non è un caso che lo scorso dicembre l’Italia abbia esportato parte della sua produzione. Insomma questioni difficili, molto meglio cercare al più presto un signor Malaussène che se ne assuma la colpa; e che magari, come scriveva Daniel Pennac, pianga in modo convincente.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Sex and the Climate” (peoplepub, 2022)

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