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La stangatina mascherata

Nelle molteplici stravaganze che compongono la Legge di Stabilità, divenuta ormai un omnibus di vecchio stampo, figura anche un pezzo importante di riforma fiscale che certo non farà piacere ai contribuenti.

Senza una vera discussione politica, soprattutto in assenza di un dibattito parlamentare vero e proprio che ridefinisca le funzioni e le prerogative degli enti locali, si è proceduto a inserire nella manovra di fine anno, tramite emendamenti, il trasferimento dell’Imu ai Comuni e alcune modifiche significative alla Tares, la nuova tassazione che sostituirà Tarsu e Tia.
In entrambi i casi si tratta di modifiche dell’impianto tributario che rischiano di provocare un aumento non banale della pressione fiscale complessiva. Nel caso della Tares, infatti, la nuova tariffa dovrà coprire per intero i costi della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, a cui si aggiungerà una “maggiorazione”, destinata a coprire una parte dei cosiddetti servizi indivisibili -ad esempio l’illuminazione pubblica- che non saranno più finanziati con i trasferimenti statali. Tale maggiorazione dovrebbe partire dall’importo base di 30 centesimi per metro quadro per raggiungere i 40 centesimi sulla base delle decisioni prese dai sindaci.

Nell’insieme, l’incremento del gettito fiscale dovrebbe essere pari a circa 1 miliardo di euro, ma gli aumenti per i contribuenti saranno più o meno significativi in relazione all’attuale grado di copertura dei costi del servizio per i Comuni che applicano la Tarsu -che sono 6.700 sui circa 8mila Comuni italiani- e all’entità dell’incremento della maggiorazione, deliberata dai singoli consigli comunali. In altre parole, la Tares produrrà un importante aumento della tassazione che potrà essere ulteriormente appensantita -in maniera più o meno avvertibile a seconda delle scelte degli enti locali-.

A questo primo, concreto, pericolo di “stangatina”, si affiancano le ricadute della nuova disciplina dell’Imu, interamente trasferita ai Comuni. Dal prossimo anno l’intero gettito dell’imposta -stimato per il 2012 fra i 22 e i 24 miliardi complessivi- resterà nelle casse degli enti locali, che cesseranno però, dopo una brevissima fase transitoria, di disporre dei trasferimenti statali dell’attuale Fondo di riequilibrio, già martoriato in maniera pesante negli ultimi anni. In realtà, la norma inserita nella manovra prevede che allo Stato continui ad essere pagata l’Imu sui fabbricati di classe D, capannoni, opifici e alberghi, su cui verrà applicata l’aliquota dello 0,76, maggiorabile però dai singoli Comuni per un massimo dello 0,3.
In termini complessivi, solo questa voce significa un gettito di circa 4,5 miliardi di euro all’anno. Ancora una volta, dunque, il livello della pressione fiscale dovrebbe tendere “naturalmente” a crescere perché il prelievo locale dovrà sopperire al taglio totale dei trasferimenti -circa 4,8 miliardi di euro nel 2013- e quindi le aliquote stabilite dai consigli comunali dovranno rendere le entrate locali di fatto autosufficienti.

Trovarsi a navigare, improvvisamente, nel mare sconosciuto della autosufficienza tributaria, senza alcuna rete di protezione, costituita dai trasferimenti statali, potrebbe indurre molte amministrazioni a concepire aliquote di “sicurezza” in origine almeno più alte rispetto alle attuali. Esiste quindi una reale prospettiva di un aumento della pressione fiscale praticata dalle amministrazioni locali, che non è accompagnata dalla garanzia di una riduzione parallela del carico fiscale esercitato dallo Stato centrale, alleggerito dall’onere dei trasferimenti, ma alle prese con l’esplosiva condizione del debito pubblico.
In altre parole, di fronte ad uno stock di debito che ha superato i 2 mila miliardi di euro, la ricetta Monti prosegue lungo la strada dell’aumento delle entrate per ricomporre l’avanzo primario, bruciato ancora dal conto interessi che è stimato nel 2015, secondo Bankitalia, in 105 miliardi annui.

Oltre a ciò la riforma fiscale varata con una serie di emendamenti alla Legge di stabilità presenta due ulteriori problemi.
Il primo è costituto dal già accennato varo di un federalismo zoppo, privo cioè di qualsiasi reale meccanismo di riequilibrio tra zone ricche e zone povere che ha sempre caratterizzato ogni ipotesi di decentramento fiscale. Il secondo è rappresentato dall’ulteriore indebolimento della certezza del contribuente; anche la Tares, pagata in quattro rate, prevede un mega-conguaglio a fine anno sulla base delle decisioni prese dalle varie amministrazioni comunali. La necessità di finanziare un debito pubblico che non accenna a smettere di crescere sta snaturando troppi aspetti del normale funzionamento della macchina statale, centrale e periferica.
 

*Università di Pisa
 

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