Interni

La spesa dentro

In carcere il vitto è scarso. Le poche aziende che gestiscono le mense, con appalti “top secret”, a volte controllano anche gli spacci interni, dove i prezzi superano quelli “di mercato”

Tratto da Altreconomia 133 — Dicembre 2011

Dimenticate le carceri dei film di Hollywood, dove i detenuti in divisa a righe mangiano seduti insieme in maxi-mense, guardati a vista da secondini armati fino ai denti. In Italia, gli oltre 67mila ospiti delle patrie galere mangiano chiusi in cella. Passano i “carrelli”, un po’ come negli ospedali per intenderci, e da grossi contenitori gli addetti ai lavori, i cosiddetti “portavitto”, versano ad ognuno il menù del giorno nelle “gavette”, ciotole di metallo che ogni recluso ha in dotazione dal suo ingresso in carcere. Secondo la legge il vitto, o la casanza, come viene chiamato dai detenuti il “cibo della casa”, dovrebbe costituire “un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima” (art. 9 dell’Ordinamento Penitenziario). Nel 2010 la spesa del ministero della Giustizia per il vitto è stata di quasi 98 milioni di euro, pari al 30% del totale stanziato per il mantenimento della popolazione carceraria: in altre parole 121,67 euro al mese a detenuto, 3,92 euro al giorno a testa, che dovrebbero garantire colazione, pranzo e cena perlomeno decenti.
Un budget che per altre mense è “ampiamente sufficiente” a garantire un livello di vitto soddisfacente, come ha spiegato ad Ae una delle più grandi aziende di ristorazione del Paese. In carcere, invece, la musica cambia e il cibo non basta a sfamare i detenuti. “Da anni ricevo lettere di detenuti che si lamentano del vitto -spiega Riccardo Arena, che dal 2002 conduce su Radio Radicale il programma “Radio carcere”, seguitissimo anche dai detenuti, che gli scrivono una media di 200-300 lettere alla settimana-. È una condizione generale della maggioranza delle carceri italiane, ma negli ultimi tempi, con l’aumento della popolazione carceraria, il peggioramento è palpabile. E la parola fame si fa sempre più presente nelle lettere che ricevo”. Il “menù” varia da carcere a carcere, “ma spesso le segnalazioni che mi arrivano parlano di minestre annacquate anche d’estate o di pranzi formati da wurstel o uova. In alcuni carceri poi la domenica non si cena proprio”.
Chi ha ancora fame -chi può- si arrangia: tramite la famiglia (vedi box a p. 28) o comprando di tasca propria cibo extra al “sopravvitto”, una sorta di spaccio interno -previsto dalla legge dell’Ordinamento Penitenziario (al solito art.  9)– presente in ogni carcere italiana, a cui il detenuto accede compilando un paio di volte alla settimana una sorta di lista della spesa, attingendo il denaro dal proprio libretto carcerario. Si può comprare di tutto: dalla pasta alle bombolette del gas, dagli assorbenti alla carta igienica. Tutto a prezzi che non dovrebbero essere superiori a quelli praticati “fuori” dice la legge, anche se ciò spesso non accade: capita che un pacchetto di caffè acquistato in carcere sia più caro dello stesso prodotto al supermercato di fronte alle struttura (vedi box a fianco). Il problema è che in questo negozio dietro le sbarre il mercato non c’è: il detenuto invece è un cliente qualsiasi. “È uno dei più affidabili -spiega Ornella Favero, direttore di Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di reclusione di Padova e dall’Istituto di Pena Femminile della Giudecca (ristretti.it)- visto che compra quello che gli viene offerto al prezzo stabilito e non può certo lamentarsi o cambiare supermercato. Si fa affidamento su questo per sfamare le persone, altrimenti il cibo non basterebbe -denuncia Favero-. Spesso le aziende che gestiscono il vitto sono le stesse che hanno in gestione il sopravvitto: in altre parole che il vitto non basti ha come diretta conseguenza che i detenuti che se lo possono permettere acquistino al sopravvitto, con un guadagno doppio per le imprese”.
Per ricostruire la trama degli interessi e i nomi di chi lucra sull’appetito dei detenuti il ministero non ci è stato d’aiuto. Come ha comunicato il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) ad Ae, infatti, dal 2007 le opere, i servizi e le forniture destinati alle attività “dell’amministrazione della giustizia”, “nei casi in cui sono richieste misure di sicurezza o di segretezza”, possono essere eseguiti “in deroga alle disposizioni relative alla pubblicità delle procedure di affidamento dei contratti pubblici” in base al Codice degli Appalti. In altre parole importi, nomi e altri dati sono top-secret. 
I bandi sono realizzati dal ministero della Giustizia attraverso i 16 Prap (sta per Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria) competenti per territorio  -“possono essere biennali o triennali, a volte anche di un anno solo”, ci ha spiegato il ministero– e riguardano la fornitura di generi alimentari per il mantenimento della popolazione carceraria.
È solo dando un’occhiata ad alcune delibere della Corte dei Conti che è possibile farsi un’idea del loro valore. La fornitura alimentare agli istituti penitenziari di Pavia, Vigevano e Voghera dal 1° aprile 2003 al 31 dicembre 2004, ad esempio, valeva 1 milione di euro; 1.835.149,67 euro le forniture alimentari agli istituti penitenziari di Monza e Milano Opera; 2.402.430,82 euro la forniture alimentari agli istituti penitenziari di Lodi, Milano San Vittore e Bollate.
Milioni di euro, in un “mercato caratterizzato da un elevato livello di stabilità e di solidità”, come si legge anche nell’ultimo bilancio depositato della Saep spa, che fa capo alla Tarricone Holding srl, il cui capitale sociale è dei fratelli Vito, Giuseppe, Carlo, Fabrizio e Federico Tarricone. La società gestisce vitto e sopravvitto di 29 carceri italiane, tra Abruzzo, Lombardia, Basilicata e Sardegna. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia ed elaborati da Ae, in queste strutture vive una popolazione carceraria di poco meno di 10mila persone: in altre parole la Saep in Italia sfama circa un detenuto su sei. La società ha dichiarato nel 2009 utili per 3 milioni di euro. Per i ricavi da servizio di vitto si parla di 11.333.492 di euro di fatturato. Col sopravvitto Saep raggiunge un fatturato totale di 22.642.833 euro (+13% rispetto all’esercizio precedente).
Il quartier generale dei Tarricone è nella terza regione con meno detenuti d’Italia, la Basilicata. Più precisamente a Balvano, duemila anime in provincia di Potenza, uno dei borghi travolti dal terremoto dell’Irpinia del 1980. La Saep nel 2009 ha riportato buoni risultati, scrive l’azienda nel suo bilancio, raggiunti anche grazie al “trend rialzista” della popolazione penitenziaria, segnalato tra gli “effetti positivi” che “hanno determinato miglioramenti economici e patrimoniali per l’azienda”. La Saep tra il 2008 e il 2010 ha preso in leasing macchine di lusso per un valore totale di oltre 714mila euro iva esclusa -tra cui due Mercedes, una Bentley Continental Flying Spur, una Porsche 911 Turbo, una Maserati Granturismo e una Quattroporte 4.2.
Saep è solo una delle dodici società controllate dalla Tarricone Holding srl. I cinque fratelli infatti si occupano anche della gestione di alcune sale Bingo autorizzate Aams e di “una piattaforma informatica strumentale alla raccolta del gioco a distanza per l’esercizio del poker telematico”. Nel 2008, per 41 milioni di euro, i Tarricone cedono a Lottomatica il 100% di Toto Carovigno spa, titolare del marchio Totosì, che nel 2007 aveva registrato una raccolta di circa 150 milioni di euro.
Ma sul mercato c’è anche chi opera da parecchio tempo, qualcuno addirittura dal 1930. La ditta guidata da Lamberto Berselli per esempio che, in pieno Ventennio, “vinse per la prima volta l’appalto per il mantenimento dei detenuti nelle carceri, indetto dal ministero di Grazia e Giustizia”, come riporta il Corriere della Sera. Il figlio Arturo, imprenditore scomparso alcuni mesi fa, era soprannominato “il re del buffet”: “Nel 1953 prese in gestione quello della stazione Centrale di Milano, poi quello dell’aeroporto di Ciampino, della stazione Garibaldi, dell’Expo di Bruxelles nel ‘58, di alcuni dei più celebri hotel a cinque stelle e ristoranti”, ricostruisce il Corriere in un necrologio a lui dedicato.
Oggi la Arturo Berselli & c. spa, che ha sede legale a Milano, secondo quanto si apprende dall’ultimo bilancio,  ha sedi operative all’interno di 20 carceri, sparse tra Umbria, Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna dove, secondo i calcoli di Ae, vive complessivamente una popolazione carceraria di oltre 7.500 persone. Un business che nel 2010 ha registrato quasi 18 milioni di euro di fatturato, per utili che hanno superato il milione di euro.
Un altro nome è la “centenaria” ditta di Claudio Landucci che, come riporta il Tirreno, “vanta contratti firmati da storici ministri del calibro di Giorgio Sidney Sonnino e Francesco Crispi”. L’attuale titolare è Claudio Landucci, che in passato è stato anche al vertice dell’Associazione nazionale appaltatori istituti di pena (Anafip), e ha iniziato ad “occuparsi personalmente dell’azienda durante gli anni 70 gestendo le carceri minorili”. Oggi è presente in tutte le carceri della Liguria (a Marassi, a Pontedecimo e a Chiavari da circa vent’anni), ma in totale unità locali attive all’interno di 16 carceri italiane, tra cui due in Veneto e diversi istituti dell’Emilia Romagna, per un totale di popolazione carceraria che, secondo i dati del Ministero ed elaborati da Ae, sarebbe di circa 4.500 persone. Tre aziende, insomma, danno da mangiare a un terzo dei detenuti italiani. —

La protesta di Padova apre uno squarcio
Il mercato non c’entra
Prezzi uguali a fuori, e per ogni bene libera scelta tra più opzioni. La legge sul “sopravvitto” c’è, ma è largamente disattesa — Federica Seneghini

Sul prezzo dei prodotti venduti al sopravvitto la legge (del 1975) parla chiaro: “I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto”. La realtà invece è un po’ diversa, visto che spesso i prezzi dentro sono più alti: “A Padova il latte intero dentro costa 1,25 euro, all’IN’s 0,79; la carta igienica 3,44 euro, al Billa 2,59. E poi in carcere non si può scegliere, così spesso i prodotti offerti non sono le soluzioni più economiche presenti sul mercato -racconta Ornella Favaro di Ristretti Orizzonti-. Le bombolette del gas per esempio costano in molte carceri 1,20 euro – la marca più cara – mentre il mercato “libero” ne offre a 0,90 euro (Campingaz) o 1 euro (Oxiturbo). Fino a qualche tempo fa l’unico riso in vendita a Padova era lo Scotti a 2,98 euro: dopo le nostre proteste è stato introdotto il riso vialone nano Pasini a 1.85 euro”. Neanche a parlare di offerte speciali o sconti. “E i prodotti in vendita sono spesso prossimi alla scadenza, anche quelli che hanno una durata di vita lunghissima, come le merendine, vendute comunque a prezzo pieno”.
Nel 2007 Carte Bollate, il giornale dei detenuti del carcere milanese, aveva fatto un’inchiesta sui prezzi del sopravvitto. E anche in quel caso si era scoperto che quasi tutti i prodotti presi in esame erano più cari in carcere che alla vicina Esselunga, come il petto di pollo (+44,5%), la rucola (+130,5%) o il pan carrè (+40,62%).
Un controllo dei prezzi andrebbe fatto. “La direzione richiede mensilmente all’autorità comunale informazioni sui prezzi correnti all’esterno, relativi ai generi corrispondenti a quelli in vendita da parte dello spaccio”, recita l’Ordinamento Penitenziario,  mettendo poi a disposizione di una rappresentanza di detenuti e internati “le informazioni ricevute” (29 aprile 1976, n. 431).
In realtà ciò spesso non accade. C’è chi ci prova. “Abbiamo confrontato di persona i prezzi di centinaia di prodotti del sopravvitto con quelli dei supermercati -spiega Maria Milano, direttrice del carcere di Pontedecimo, a Genova-. “La legge vuole che le tabelle siano vidimate dall’autorità comunale. Il problema è che non è chiaro chi debba farlo: ci siamo spese in fiumi di telefonate tra uffici del Comune e Camera di Commercio, ma nessuno sa niente”. Ogni istituto è una realtà a sé stante.
In segno di protesta i detenuti del Due Palazzi di Padova lo scorso luglio si sono astenuti dalla spesa al sopravvitto per due settimane: “Tutti hanno mangiato solo il vitto -riprende Favero-, e il risultato è che arrivati alle ultime sezioni i portavitto avevano i carrelli vuoti”. La protesta ha funzionato: “La direzione ha ridotto il prezzo di qualche prodotto e ne ha introdotti di nuovi”.
Intanto il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a seguito delle denunce di Ristretti, lo scorso luglio ha fatto un primo passo: “Stiamo facendo un’ indagine approfondita e una valutazione attenta sui costi del sopravvitto -ha annunciato a luglio 2011 Franco Ionta, capo del Dap-. I costi non possono in alcun modo essere superiori a quelli che il detenuto sosterrebbe fuori”. In una circolare Ionta spiegava come in sopravvitto dovessero esserci almeno “3 o 4 articoli per lo stesso genere”. “Nella maggior parte delle carceri tale disposizione non è stat rispettata -assicura Favero-. Restiamo in attesa”. —

L’Antitrust non ci sta
Con un segnalazione del 17 giugno 2005 l’Antitrust ha evidenziato “profili di contrasto con i principi della concorrenza […] nel bando di gara d’appalto del servizio di fornitura alimentare ai detenuti dal 1/4/2005 al 31/12/2007, realizzato dal ministero della Giustizia attraverso i Provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria per l’affidamento dei servizi di fornitura di pasti crudi giornalieri completi e del c.d servizio di sopravvitto”. In particolare, tra i requisiti di ammissione c’era che vitto e gestione del sopravvitto “dovessero essere prestati congiuntamente” in base a un regolamento del 1920. Il ministero della Giustizia rispose che, in deroga alla normativa comunitaria, al fine di assicurare “una costante e mirata attività a salvaguardia della sicurezza degli ambienti penitenziari”, gli appalti delle forniture di vitto ai detenuti devono essere effettuati “limitando l’ammissione alla gara di licitazione privata […] alle ditte che nel triennio precedente abbiano regolarmente svolto rapporti analoghi con enti pubblici”. Quella che a questi bandi possa partecipare solo chi ha già vinto, in altre parole sempre gli stessi, non è solo un’impressione. “Fatta eccezione per alcuni istituti circondariali, le imprese aggiudicatarie della gara risultano sostanzialmente coincidere con i precedenti appaltatori degli stessi lotti”, scrive l’Autorità garante della concorrenza, che ritiene che le “modalità di realizzazione del bando di gara in questione” fossero in grado di “determinare distorsioni della concorrenza e del corretto funzionamento del mercato”.

Welfare familiare
Il 30 settembre 2011 le carceri italiane ospitavano una popolazione di 67.428 persone, stipate come sardine in strutture che nel complesso offrono solo 45mila posti. Se il vitto non basta, anche in carcere, come spesso accade nel nostro Paese, il “salvagente” rimangono le famiglie, che possono portare a chi è dentro 4 pacchi al mese, dal peso non superiore ai 20 chili. “Abbigliamento incluso”, sottolinea Alfredo Simone, operatore Arci genovese e membro dell’Associazione familiari e amici dei detenuti. Tabelle strette come sui voli Ryanair, ma i limiti “dentro” sono ancora più fantasiosi : “Lei mi sa dire perché i Tuc a Marassi non possono entrare?”chiede Elide, un figlio dentro per mesi, tra Palermo e Genova. Ogni carcere ha le sue regole, ma in generale “niente cibi conditi e niente cibi cotti -tranne la carne ai ferri- niente sughi fatti in casa e niente pesto naturalmente -aggiunge Alfredo-. A Marassi la focaccia è ammessa, ma solo se senza cipolla, mentre per i biscotti dipende dal tipo. Il cioccolato può entrare, ma solo senza noccioline”.
Un calvario che ha costi altissimi, spiega ancora Elide: “Facevo una spesa di 100 euro alla settimana, a mio figlio versavo sui 240 euro al mese sul libretto, con cui si pagava anche le sigarette”.
 

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