Economia

La speranza informale del popolo delle baracche – Ae 55

Numero 55, novembre 2004Oggi quasi un miliardo di persone vive in uno slum. E fra trent’anni saranno il doppio. Condizione abitativa sempre più diffusa, economia sommersa indispensabile. Benvenuti nei sotterranei della storiaNello slum di Dharavi, non lontano dal centro di…

Tratto da Altreconomia 55 — Novembre 2004

Numero 55, novembre 2004
Oggi quasi un miliardo di persone vive in uno slum. E fra trent’anni saranno il doppio. Condizione abitativa sempre più diffusa, economia sommersa indispensabile. Benvenuti nei sotterranei della storia

Nello slum di Dharavi, non lontano dal centro di Mumbai, in India, vivono 700 mila persone. È la più grande baraccopoli di tutta l’Asia. Sono dieci chilometri di costruzioni più o meno fortuite, alcune su più piani, disposte in un labirinto di vicoli stretti e soffocanti in cui è facile perdersi. I fili elettrici sospesi -in un modo o nell’altro- per aria, e i tubi che corrono per terra, rivelano che anche qui arrivano corrente elettrica e acqua, seppur non potabile.
Molti degli abitanti di Dharavi ci lavorano anche: lo slum è diviso in due parti, quella “residenziale” e quella “produttiva”. Si riciclano plastica e cartoni, recuperati dalle discariche cittadine, oppure si conciano le pelli. Alcune baracche, più grandi delle altre, ospitano macchinari ingombranti, frutto di spese collettive. Entriamo in una delle abitazioni: è una stanza di tre metri per quattro, ci abitano in cinque. Padre e figlio dormono sull’unico letto, madre e figlie per terra. Il capo famiglia guadagna 80 euro al mese. Sono immigrati dalle campagne, che da anni vivono qui. A Mumbai metà dei sedici milioni di abitanti vive in uno slum come Dharavi.

Le stime dicono che oggi nel mondo gli abitanti delle baraccopoli sono quasi un miliardo (la metà dei quali in Asia), un sesto del totale, circa un terzo della popolazione urbana mondiale. Ma le percentuali differiscono molto a seconda del punto del pianeta in cui ci si trova: ad esempio nell’Africa sub-sahariana il 72% degli abitanti delle città vive in una baracca, dove mediamente l’accesso all’acqua potabile e all’elettricità sono privilegio di pochi.

La parola slum viene di solito utilizzata per indicare aree urbane densamente popolate, caratterizzate da abitazioni squallide e sotto gli standard. Non è una condizione temporanea: per i Paesi in via di sviluppo gli slum, o baraccopoli, o favelas, sono soluzioni urbane a lunga scadenza.

E non discariche sociali. Gli esperti ne individuano due tipi: gli slum “di speranza” e quelli “di disperazione”. Sfortunatamente la storia ha mostrato che cadere dalla prima alla seconda condizione è molto semplice e repentino, in mancanza di interventi appropriati.

Nei prossimi trent’anni il numero degli abitanti degli slum sparsi per il mondo raddoppierà: la povertà si muove dalle campagne alle città, lo standard urbano saranno città con una popolazione media di 5 milioni di abitanti. Nonostante queste previsioni -risultato degli studi di UnHabitat, il programma delle Nazioni Unite che si occupa di urbanizzazione-, poco o niente viene fatto per prepararsi a fronteggiare il futuro. Gli approcci tradizionali tendono a concentrare l’attenzione sull’abitazione e le infrastrutture, secondo una logica “contenitiva”, ma poca attenzione è rivolta al nucleo del problema, ovvero la povertà urbana di cui le baraccopoli sono la manifestazione più evidente, perché risultato del fallimento di politiche urbane locali e nazionali. Senza contare che a proposito di slum e baraccopoli molto spesso si tendono a sostenere inesattezze. La prima è che le baraccopoli non sono tutte uguali, e che non tutti coloro che vi abitano sono molto poveri. Non vi sono studi sistematici, ma una ricerca svolta a Pune, in India, su 211 slum, ha rivelato che tra gli abitanti si possono trovare lavoratori pubblici, operai, imbianchini, autisti, piccoli imprenditori e perfino informatici, professori e medici. Questo rivela anche che le baraccopoli non sono un peso per l’economia: in alcune città ormai fino al 60% della forza lavoro proviene dal settore “informale” della popolazione urbana. Nell’Africa sub-sahariana la percentuale sale al 78% della forza lavoro non agricola, e costituisce il 42% del Pil. Un altro errore è credere che chi abita in una baracca non paghi nulla. In realtà almeno un quarto degli abitanti degli slum del mondo paga un affitto. Infine, gli slum servono: costituiscono un approdo per chi arriva dalle campagne, e forniscono il supporto di una rete sociale e di standard di vita più tollerabili rispetto alla strada. !!pagebreak!!


E nel 2030 i cittadini saranno il 60% della popolazione mondiale
Il mondo è una città. Due miliardi e 860 milioni sono le persone che nel 2000 vivevano in un centro urbano. Oggi sono 39 le città con più di cinque milioni di abitanti, e 16 quelle con più di 10. E attorno ai centri urbani ruota l’economia: le attività economiche “cittadine” ormai ricoprono il 50% del prodotto interno lordo di tutti gli Stati, con punte che superano l’80% nei Paesi più industrializzati di Europa o America Latina. Il numero dei “cittadini” salirà a 4 miliardi e 980 milioni nel 2030, quando per la prima volta nella storia dell’umanità il numero dei cittadini sarà pari al 60% della popolazione mondiale (oggi è poco meno della metà). Sono le previsioni di UnHabitat, presentate a settembre a Barcellona, durante il World Urban Forum, la conferenza mondiale sull’urbanizzazione (http://www.unhabitat.org/wuf/2004/default.asp ). È un po’ come se ogni settimana nascesse una nuova città di oltre un milione di abitanti. Solo che la maggior parte di questa crescita avverrà in città che già ci sono, e che raggiungeranno la popolazione che oggi attribuiamo ad interi Stati.
Non solo: dei due miliardi di cittadini in più che vedremo nei prossimi decenni, solo 28 milioni andranno a vivere in città del Nord del mondo. Il grosso di questa esplosione demografica riguarderà i Paesi in via di sviluppo. Ma i problemi legati all’urbanizzazione (deindustria0lizzazione, congestione, inquinamento, costi degli immobili e tensioni culturali) dovranno essere affrontati da tutti, ricche ed eleganti città del Nord comprese.


Contro gli sfratti a Nairobi
Una firma per Nairobi. Il governo del Kenya ha deciso la demolizione di decine di migliaia di abitazioni “informali”, che comporterà lo sgombero di oltre 300 mila persone dalle baraccopoli della capitale. A Nairobi il 60% della popolazione (2,5 milioni di persone) vive ammassata sul 5% del territorio urbano.

“Viva Nairobi Viva” è l’iniziativa (inserita nella campagna “Sfratti Zero”) lanciata nel marzo 2004 dai missionari comboniani per chiedere al governo del Kenya e al sindaco di Nairobi di fermare le demolizioni e gli sgomberi forzati, sviluppando al contrario una nuova politica abitativa. Si può firmare un appello on line (http://iai.opencontent.it/article/frontpage/12/139 ).
Info www.giovaniemissione.it/
mondo/campagnanosfrattohome.htm

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