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La solitudine dell’operaio – Ae 83

Il lavoro nelle fabbriche è cambiato, e con esso i lavoratori, spiega Oscar Marchisio. La partecipazione ha lasciato il posto al consumo atomizzato, televisivo, così come il precariato del mondo dello spettacolo è divenuto il paradigma attraverso il quale leggere…

Tratto da Altreconomia 83 — Maggio 2007

Il lavoro nelle fabbriche è cambiato, e con esso i lavoratori, spiega Oscar Marchisio. La partecipazione ha lasciato il posto al consumo atomizzato, televisivo, così come il precariato del mondo dello spettacolo è divenuto il paradigma attraverso il quale leggere tutto il mercato del lavoro


Il tuo libro Bologna operaia nasce da una serie di interviste realizzate tra i metalmeccanici di 13 fabbriche della provincia di Bologna. Perché nell’introduzione scrivi che avresti voluto intitolarlo L’in-coscienza operaia?

La formazione della coscienza operaia non è un dato acquisito. Del passato rimane il dato “oggettivo” dell’estraniazione e dell’alienazione del lavoratore, che si manifesta, ad esempio, nella mancanza di conoscenza, a monte e a valle, del processo produttivo, favorito oggi dalla delocalizzazione e dalla presenza di imprese multinazionali.

Nelle fabbriche la coscienza di classe, quella che passa attraverso le lotte e la critica politica, è annebbiata. Nell’operaio non c’è più memoria del rapporto tra obiettivi, lotte e sindacati: gli obiettivi sindacali sono un dato naturale e non più il risultato delle lotte.



La frattura più grande rispetto al passato, scrivi, riguarda il ruolo della fabbrica nella formazione dell’identità dell’individuo (non solo del lavoratore). Chi o che cosa ne ha preso il posto?

La fabbrica rimane lo spazio “genetico” dell’identità di classe. Semmai, negli ultimi trent’anni è cambiata la geografia della fabbrica: negli anni ‘60 e ‘70 occupava un ruolo centrale nella vita dell’individuo, creando una sorta di sovrapposizione tra coscienza e identità. Oggi, invece, esiste una sorta di mercato dell’identità, che ha come elemento centrale i media e non più la politica né il sindacato. Ed è il momento del consumo a prevalere rispetto a tutti i comportamenti umani.



Le informazioni raccolte riguardano il “tempo di lavoro” e il “tempo libero”. Quale relazione emerge tra le due componenti nella vita di un individuo?

Si è allargata la frattura fra tempo del lavoro e tempo libero, che io chiamo il tempo del consumo. Nel primo resistono ancora forme di cooperazione e di solidarietà collettiva, mentre nel secondo l’atomizzazione.

La “solitudine” è un concetto che ritorna in molte delle risposte: ognuno è solo di fronte alla mega-macchina dei media, che agiscono come un “braccio armato” del capitale, a partire dalla costruzione del concetto di marchio o brand. Tutto il tempo libero, infatti, è occupato pesantemente dalla macchina mediatica, attraverso la quale le imprese hanno accresciuto il controllo sull’identità dell’individuo. Per molti tra gli operai intervistati il telefonino è una moda, un oggetto essenziale -e la tendenza cresce man mano che ci si allontana dalla città- e quasi fondante dell’identità individuale -come nel caso di un operaio super esperto di tariffe di telefonia mobile-.    

Fino agli anni 80, invece, a Bologna c’erano le Case del Popolo, e al loro interno si costruivano in modo collettivo momenti di discussione, di azione e di partecipazione. Sono scomparse negli anni 90, lasciando il posto alla solitudine del consumo.

Un dato significativo riguarda la percentuale del tempo libero dedicata ad attività che richiedono un impegno attivo dell’individuo, ad esempio allo sport, che è solo il 5%. Prevalgono, invece, tra i passatempi, quelli che creano dipendenza, come la televisione. In tanti ci hanno risposto: “Guardo la tv perché così stacco la spina”.   



In Italia i precari sono circa 3,7 milioni. Come incide la tipologia contrattuale sui cambiamenti nella coscienza della classe operaia e dei lavoratori in generale?

È evidente che la precarietà è stata, ed è, uno strumento di attacco al sindacato e allo strumento della contrattazione collettiva del lavoro, alle conquiste sindacali e operaie degli anni Settanta. L’istituzionalizzazione del precariato, la forma tradizionale del lavoro nel mondo dello spettacolo che diventa specchio anche per il settore industriale, è, oggi, il paradigma attraverso il quale leggere tutto il mercato del lavoro; quello che è stata, negli anni ‘60 e ‘70, la catena di montaggio.  

Credo perciò che la precarietà vada combattuta sia nella dimensione legislativa (legge 30) sia nella difesa del contratto. Anzi, allargando il contratto ad una dimensione internazionale: oggi, con l’internazionalizzazione anche di molte piccole e medie imprese italiane, è cambiata la geografia della fabbrica, e “la catena del valore” è distribuita fra vari continenti.  



La ricerca sulla Bologna operaia vi è stata commissionata dalla Fiom-Cgil, e la state discutendo con le Camere del lavoro in tutta Italia. Quali sono i limiti del sindacato nella nuova organizzazione sociale e del lavoro?

Il limite centrale dell’azione sindacale risiede nella sua debole proiezione internazionale. Il sindacato è incapace di contrattare il salario lungo tutto l’asse della catena del valore. Quando un’azienda italiana decentra in Romania il sindacato dovrebbe aggredire e discutere di salario lungo tutto l’asse della delocalizzazione, o almeno provare a contrattare il salario anche a Bucarest. Così facendo, tra l’altro, affronterebbe alla radice una delle cause dell’immigrazione in Italia, ovvero i bassi salari pagati anche dai nostri imprenditori nei Paesi esteri.

Il sindacato, però, ha imparato a difendere il salario, attraverso la contrattazione collettiva, ma non è mai stato in grado di incidere nel momento del consumo, che oggi è diventato centrale nella vita dell’individuo. Il sindacato non vigila su come l’operaio spende i soldi che guadagna. In questo senso, la vendita rateale è la rappresentazione tecnica della perdita di controllo sul salario dell’individuo per creare forme d’indebitamento. Si ha, così, una perdita totale di controllo sulle spese.

Ma l’intervento del sindacato, per essere efficace, dovrebbe avvenire non al momento dell’acquisto, ma quando emerge il desiderio di consumare. Mi spiego con un esempio: in Cina c’è una città industriale che si chiama Shenzhen, nel cantone del Guangdong, che è organizzata sul lavoro precario e flessibile. Su 3 milioni e 200 mila lavoratori, 3 milioni sono precari. Ed è una flessibilità che è organizzata a livello statale. Ma non siamo di fronte solo a un mercato del lavoro stagionale; questo è un fenomeno che crea aspettative di consumo in campagna, quando chi ha lavorato in città torna portando con sé nuovi beni.

È il desiderio di consumo ad avere una funzione di spinta alla dissoluzione della società agricola.    



Dalla vostra inchiesta emerge che c’è un nuovo soggetto che vive il lavoro come “fonte di liberazione”. È così?  

Sono gli operai immigrati, gli unici che continuano a vedere nel “lavoro” un elemento di integrazione e di inserimento sociale. Sono questi i soggetti che utilizzano il tempo libero in modo attivo, per un’acculturazione sia specialistica che universitaria. Ritengo che questa rivendicazione di identità collettiva possa aprire una nuova storia della classe operaia come soggetto internazionale, veicolo di una nuova cittadinanza e di una nuova fase del conflitto per la ridefinizione della geografia dei diritti.

La cosa che più ci ha stupiti, però, è scoprire che la maggior parte degli operai vedono nella famiglia quel soggetto che ha saputo mantenere, nel tempo, autonomia dall’influenza dei media, con una funzione innovativa e non conservativa.

Il 90% degli intervistati ha dichiarato di aver ricevuto dalla propria famiglia input positivi rispetto all’impegno politico e sindacale, ma anche nel rapporto con la comunità.

Ed è la famiglia a far sì che gli operai siano consapevoli, oggi, della mancanza di una “coscienza di classe”.

Quella che c’era una volta.



Oscar Marchisio è nato a Genova nel 1950. Esperto di organizzazione del lavoro, sociologo e ricercatore, vive tra l’Italia e la Cina, dove lavora come consulente per alcune imprese italiane e rappresentante della Regione Toscana.

È docente a contratto presso le università di Urbino e di Pisa e collabora con la Cgil in molti studi e ricerche. Tra le sue ultime iniziative c’è la piccola casa editrice “Socialmente” (www.socialmente.name) che ha al suo attivo due titoli.

Oltre a “Bologna operaia” ha pubblicato “China news”.








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