Interni

La scuola italiana e la prova dei tagli

Classi affollate e zero supplenze. Un fallimento che accomuna la ricca Cremona e lo Zen di Palermo. Anteprima dell’inchiesta del numero di settembre di Altreconomia.

Tratto da Altreconomia 119 — Settembre 2010

È un suono stonato quello della campanella che segna l’inizio del nuovo anno scolastico. Aperti i cancelli degli istituti, sono arrivate le prime sorprese causate dai tagli applicati dal    5 Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Piccoli smistati tra le classi, disabili col sostegno dimezzato e ragazzini in giro per la scuola con una sedia tra le mani, alla ricerca di un insegnante che li ospiti. E ancora: i maestri e i professori hanno di fronte classi sempre più affollate; gli studenti sono lasciati da soli per mancanza di docenti disponibili e i presidi sono in questi primi giorni alla disperata ricerca di prof da mandare in classe. Dal Po alla Sicilia lanciano tutti un sos d’allarme: meno docenti, meno bidelli, meno impiegati, più alunni. Una scuola allo sfascio, insomma. Il vero taglio è sulla didattica: si rischiano meno ore di lezione e un gran turn over di docenti. Filippo Motta, preside della media “Campi” di Cremona è pronto a lanciare una proposta choc, necessaria per assicurare il servizio scolastico: ore di volontariato per le supplenze. All’inizio dello scorso anno scolastico Motta aveva già esaurito i fondi messi a disposizione dal Ministero per pagare anche le supplenze di quest’anno. È impossibile pagare i precari temporanei immessi nella scuola ed è imbarazzante continuare a chiedere ai docenti di ruolo ore per supplire all’eventuale assenza di colleghi, visto che queste “eccedenze” non sono pagate da almeno due anni. Il dirigente della “Campi” chiederà così ad ogni docente un’ora di volontariato alla settimana. Una sorta di “banca del tempo”. “Ecco cosa significano, in concreto, 104 milioni di euro in meno, dal 2011, nelle casse del Ministero. I tagli sulla formazione, meno 4.224.495 di euro per il 2011, i docenti dovranno rinunciare ai corsi per migliorare il loro curriculum, per aggiornarsi, per imparare ad usare meglio il personal computer -spiega Maria Teresa Perin della Federazione lavoratori della conoscenza Cgil-. Ci sono 5 euro a disposizione per la formazione di ogni lavoratore”. A Milano, dove sono state richieste 7.206 classi a tempo pieno, sono state autorizzate 7.059 classi a 40 ore (-147).
Rispetto all’anno in corso saranno attivate 28 classi a 40 ore in meno, a fronte di 200 alunni in più, secondo i dati raccolti da Rete Scuole, un’associazione nata a difesa della scuola pubblica (www.retescuole.net). La bolla è scoppiata: non ci sono più ore per le compresenze, a Milano, Torino, Padova, Bologna, Firenze, Roma e chissà in quante altre città sono state “autorizzate” meno classi di quelle “richieste” dalle scuole. Nelle terre tra Mantova, Cremona e Crema, dove vincono la Lega e il Pdl, un tempo le scuole erano il fiore all’occhiello delle comunità. A Sergnano, patria della Danone, sulle rive del fiume Serio, il preside Maurizio Noci lo scorso anno è dovuto ricorrere all’aiuto dei genitori per poter sostenere i laboratori didattici (informatica, progetti di educazione civica) dei suoi 1.200 alunni, divisi in più plessi. “Di fronte ai tagli del Ministero e alla mancata assegnazione della voce ‘funzionamento a bilancio’ -spiega Noci-, ho chiesto ai genitori un contributo volontario di 5 euro. Il consiglio d’istituto ha approvato a larga maggioranza la proposta per far fronte all’emergenza e l’85% dei genitori ha partecipato all’iniziativa”. Quest’anno potrebbe ripetersi la stessa scena. Mamme, papà e nonni sembrano aver colto, negli ultimi mesi, che le sirene fatte suonare dai maestri, dai professori e dalle organizzazioni sindacali, non erano a vuoto. E mentre il ministro dell’Istruzione lancia la grande campagna di 10mila lavagne interattive multimediali (vedi pagina 24), nella piccola scuola di campagna di Ricengo (2mila abitanti) non c’è ancora la connessione, e se non fosse per il buon cuore di un genitore i 100 bambini che la frequentano avrebbero digitato ancora su pc degli anni 90, recuperati da un’azienda del posto. Qui ci raccontano storie quotidiane di maestri che pagano lo scuolabus a qualche alunno con il padre disoccupato e di sindaci che di tasca loro provvedono al viaggio d’istruzione a Milano. Resta solo il volontariato. A Offanengo (Cr), così come in molti altri comuni
di campagna dove frequentano la scuola più di 5mila bambini migranti, capita che arrivino in quinta indiani o rumeni che non sanno una sola parola d’italiano. Ma per loro non vi sono ore in più. Non ci sono specialisti. C’è solo l’associazione “L’Aquilone”, che da tre anni per due volte alla settimana e durante l’estate svolge un’azione di sostegno scolastico e di alfabetizzazione, coordinandosi con l’istituto comprensivo “Falcone e Borsellino” diretto da Flavio Arpini.
Per la prima volta, a protestare ai cancelli il primo giorno di scuola (in Lombardia, il 13 settembre) ci saranno non solo gli insegnanti ma anche i genitori. I docenti delle scuole primarie “Manzoni”, “Stradivari”, “Capra Plasio” e “Mazzolari” di Cremona quest’estate hanno scritto una lettera aperta alle mamme e ai papà: “Cari genitori, alla fine del 2011, quando saranno ‘completati’ i tagli
per quasi 8 miliardi di euro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi,nell’arco dei 13 anni che trascorreranno a scuola, perderanno 1.900 ore di insegnamento, che corrispondono a circa due anni scolastici!”. L’’80 per cento dei genitori a cui è stata consegnata la lettera ha imbucato il tagliando di adesione all’iniziativa, e per tutto il periodo estivo -fino ai primi giorni dell’anno scolastico- sono stati affissi ai portoni degli istituti tanti nastri colorati quanti sono stati i segni di condivisione. Una protesta che trova consenso anche al di sotto della linea del Po. Nell’Emilia “rossa” il coordinamento dei Presidenti di circolo e d’istituto di Bologna e provincia ha scritto agli altri genitori e ha messo in scena una protesta nei confronti
del dirigente scolastico regionale. Preoccupazioni condivise anche
dai primi cittadini della Lombardia. Alla ripresa delle lezioni il ministro dell’Istruzione Gelmini, il presidente della Regione Formigoni, l’assessore regionale Giovanni Rossoni e il direttore dell’ufficio scolastico regionale Giuseppe Colosio hanno trovato una missiva dell’Anci Lombardia che sottolinea “come di fronte al numero minore di ore di compresenza, alla riduzione delle attività di recupero per i soggetti più deboli o di alfabetizzazione, anche gli enti locali in futuro non riusciranno a sostenere i progetti previsti dalla programmazione educativa e didattica”. Senza parlare del problema sicurezza: in Lombardia 1.025 scuole non sono a norma secondo i dati recentemente forniti da Rete Scuola.

La tabellina del segno meno
A settembre 2010 la scuola statale avrà 25.600 posti di docenti e 15.600 posti Ata (amministrativi, tecnici, ausiliari) in meno.
Nella secondaria di secondo grado, in particolare, gli effetti dell’applicazione dei regolamenti produrranno effetti pesanti sia in termini di tagli che di qualità dell’offerta formativa. In Lombardia, ad esempio, la lista delle assunzioni è in negativo: meno 407 maestri nella primaria; meno 826 professori nella scuola di I° grado; meno 1.689 nella scuola di II° grado; meno 1.743 Ata. In totale meno 4.665 persone. Ma i tagli non riguardano solo i docenti vogliamo parlare: secondo la Ragioneria generale dello Stato, il budget 2010
del ministero dell’Istruzione è in calo di 530,7 milioni di euro rispetto al 2009. Nel 2011 e 2012, bisognerà tagliare altri 5,7 miliardi. E calerà, pure, il fondo, previsto dalla legge 440 del 1997, per ampliare l’offerta formativa.
A invertire il trend delle spese, è stata, soprattutto, la diminuzione dei costi per il personale, che rappresenta il 97% dei costi totali. Segnano un aumento, le spese per carta, cancelleria, stampati (24,9 milioni, più 20,2% rispetto al 2009), quelle per utenze e canoni (più 16,8 e 68,2%). Il settore che certifica più risparmi di tutti è l’istruzione secondaria di secondo grado, che farà spendere, nel 2010, poco più di 15 miliardi, con una diminuzione, rispetto allo scorso anno, di 1,49 miliardi di euro. E buona parte di queste economie verranno dal riordino di licei, tecnici e professionali, che partirà dal prossimo 1° settembre. In calo, anche, le spese per l’istruzione secondaria di primo grado (meno 437,1 milioni) e per l’istruzione pre-scolastica (meno 49,7 milioni). Aumentano, invece, di poco più di un miliardo, i costi per l’istruzione primaria. Passa, poi, a circa 7,3 miliardi il finanziamento per il sistema universitario e si conferma, più o meno stabile, a 2,1 miliardi, l’investimento statale nella ricerca scientifica e tecnologica di base. Inoltre la legge Finanziaria prevede solo 103 milioni per la gratuità dei libri scolastici nelle scuole elementari e 300 milioni per l’adeguamento sismico delle scuole, confermando invece il taglio di quasi 8 miliardi di euro. Secondo Cittadinanzattiva, “la già problematica situazione delle nostre scuole dal punto di vista della sicurezza, rischia di peggiorare anche per effetto di due misure contenute nella manovra finanziaria: il blocco alle nomine dei supplenti, che di fatto sarà ‘risolta’ distribuendo gli alunni nelle altre classi con il risultato del sovraffollamento; inoltre, i collaboratori scolastici perderanno oltre mille euro lordi l’anno, una misura che non sarà incoraggiante per operatori scolastici che spesso vigilano sulla sicurezza degli alunni (ad esempio, nei momenti di entrata e uscita da scuola, o durante l’orario scolastico)”. E mentre si smantella la scuola pubblica la Finanziaria ha stanziato 130 milioni di euro per le scuole private.

Il preside blindato
L’istituto “Falcone”, allo Zen, è una polveriera destinata a saltare. Con il taglio delle risorse pubbliche tornano a dilagare dispersione e microcriminalita
“Qui non le possiamo mettere le bandiere dell’Italia e dell’Europa. Non durano più di un giorno”. In diciotto parole Giuseppe Di Fatta, dirigente della scuola con il più alto tasso di dispersione scolastica
del Paese, ci spiega tutto. Non ci sono i drappi istituzionali all’istituto comprensivo (da 3 a 15 anni) “Giovanni Falcone” di Palermo. Non c’è lo Stato al quartiere Zen (acronimo di Zona Espansione Nord), 25mila abitanti abusivi tra Zen 1 e Zen 2. Nessun presidio sanitario. Nessun ufficio postale. Nessuna caserma dei Carabinieri o commissariato di Polizia. Solo la scuola con i suoi 650 alunni circa. Per arrivarci bisogna uscire da Palermo. Voltare le spalle alla città e prendere quella che i palermitani chiamano autostrada. Uscita: Tommaso Natale. Direzione velodromo “Paolo Borsellino”. Ma lo Zen fino a lì non lo vedi. È nascosto agli occhi dei turisti. E chi abita in città non ci passa. Qualcuno non è mai entrato. Il quartiere spunta tutto d’un colpo. Un budello di fabbricati giallognoli squadrati. Le montagne di rifiuti ci danno il benvenuto. Lavatrici, carcasse di macchina, personal computer, scarti d’umido, secco, batterie. Tutto abbandonato. Tutto che brucia. Va in fiamme il quartiere. C’è puzza. E qualche volta a prender fuoco è stata anche la scuola. È accaduto il 13 luglio dello scorso anno, quando in una notte hanno incendiato e distrutto la materna. A poche centinaia di metri dalla “Falcone” c’è una discarica di lavatrici a cielo aperto. Fino a qualche anno fa la via dell’istituto non aveva neanche un nome ufficiale e
un numero civico. L’ufficio del preside ha la porta blindata e un sistema di video-sorveglianza che lui stesso controlla. Alla parete una foto inedita di Giovanni Falcone. “Ho scelto di venire qui. E oggi non posso certo prendermela con me stesso. Dopo nove anni a Brancaccio (quartiere di Palermo ad alta densità mafiosa, ndr) come insegnante, volevo provare a cambiare qualcosa stando dall’altra parte. Chiariamoci subito: questo è un altro mondo e questa deve essere un’altra scuola rispetto alle altre. Questa è la targa che ci ha consegnato il Ministro Gelmini ‘per l’impegno quotidiano e tenace del dirigente scolastico e del corpo docente in materia di educazione alla legalità nonostante i numerosi atti vandalici e i ripetuti avvertimenti da parte della criminalità’. Ma la Gelmini qui ci deve mandare più docenti. I tagli ci stanno mettendo in ginocchio. In una scuola normale si possono avere 25 alunni per classe, ma io non posso mettere più di 10 ragazzi per sezione. E su questi dieci, 2 o 3 sono delinquenti. Sì, delinquenti, lo può scrivere perché non sto esagerando. Dalle altre parti vietano ai docenti di portare il cellulare in classe, mentre da noi il telefono serve. I professori mi chiamano, chiedono aiuto”. Mentre parliamo viene avvertito da un collaboratore che nella notte si sono portati via un pezzo di tappetino d’erba del campo di pallavolo: “Vede cosa succede. Avrei bisogno di vigilantes notturni, ma se non ho neanche i soldi per pagare le supplenze e le ore eccedenti come posso pensare di avere dei guardiani notturni? L’amministrazione comunale ci ha dotati di questo impianto di video sorveglianza ma non pagano la manutenzione. E sa che fanno i ragazzi? Distruggono le telecamere”. Di Fatta ha stretto tante mani in questi anni. Dopo l’incendio alla materna c’è stata la solita processione di politici. Ma poi nulla. Solo promesse.
E intanto lui resta e resiste. I ragazzi scappano da scuola e lui chiama la Polizia. Distruggono la palestra e lui trova i finanziamenti per ripararla. Mette porte blindate ai laboratori d’informatica. Inferriate alle finestre delle classi per non far entrare i ladri ma anche per impedire agli allievi di fuggire durante le lezioni. Pensa di dare avvio ad un laboratorio di danza. Ha dato spazio a Legambiente per realizzare un progetto d’educazione ambientale. C’è un corso di reiki per le madri. Sta provando a far riaprire la casa del custode, che è scappato dalla disperazione nonostante avesse un lavoro.
Resiste. Senza nascondere i tristi primati: nell’anno scolastico 2007/2008 il tasso di dispersione scolastica è stato del 20,4% alla scuola secondaria di primo grado. Il “Falcone” ha la maglia nera nella classifica italiana. “Eppure eravamo riusciti -racconta il dirigente, mostrandoci il trend dal 2003 al 2008- ad arrivare all’11,9%. Avevamo un operatore psicopedagocico che svolgeva una funzione essenziale ma con i tagli abbiamo dovuto abbandonare questa figura. Su 200 giorni di lezione, è un successo se la maggior parte della popolazione scolastica ne frequenta 100. Le ragazzine spesso devono stare a casa a preparare il pranzo a un padre agli arresti domiciliari. L’anno scorso un’alunna di 12 anni è rimasta incinta ed ha abbandonato la scuola. Arrivano in ritardo persino agli esami”. E capita che arrivino bidelli che sono ex detenuti. Magari ex spacciatori dello Zen. Modelli di riferimento per i ragazzini.
Di Fatta alza gli occhi al cielo. Nessuno deve pensare che proprio lui sia contrario al reinserimento di chi è stato in prigione, ma chi è uscito dalla scuola nella veste di spacciatore magari ci ritorna come bidello e tutti sanno chi era, cosa faceva. Il preside ci accompagna tra le aule. Alla materna quest’estate i muratori hanno lavorato per rimettere a nuovo due sezioni rimaste lese dall’incendio. “Queste sono le foto di ciò che abbiamo trovato quella mattina -spiega Di Fatta, mostrandoci un cartellone che resta appeso all’ingresso nonostante sia trascorso un anno da quell’incendio-. Per fortuna ci hanno aiutato anche le mamme del quartiere. Hanno reagito. Sono venute qui a pulire”. Con 50mila euro del ministero dell’Istruzione la materna è stata rimessa a nuovo. Diecimila euro, invece, sono arrivati da Libera e da Confindustria Sicilia per dare avvio ad una scuola di calcio. Ma i soldi scarseggiano anche all’istituto “Falcone” dello Zen. E i tagli si sentono. Nelle scuole del Nord i dirigenti possono chiedere contributi volontari ai genitori, ma in una regione dove il 24,2% delle famiglie vive in condizione di povertà relativa non è pensabile domandare contributi volontari a una famiglia. E così niente viaggi d’istruzione, niente gite. Zero euro per la formazione dei docenti. Fino a qualche anno fa c’era un servizio di mamme tutor che era stato avviato dall’Osservatorio
per la dispersione scolastica, ma ora le casse piangono ed è stato tutto sospeso. A poche centinaia di metri dalla scuola ci prova Bice Salatiello a far qualcosa per lo Zen 2. Il centro sociale “Giovanni Vitale” è una realtà radicata nel quartiere. Si trova proprio
dentro uno di questi agglomerati di cemento costruiti nel 1969 dall’architetto Vittorio Gregotti, Bice ha 82 anni e lavora allo Zen 2 da decenni. Con lei una decina di operatori. La forza del volontariato fino a oggi ha tenuto aperto, nonostante tutto, il centro, che ha un asilo, un laboratorio di sartoria per le donne che fanno borse, un corso di trapezio e tessuto, un doposcuola.
Il rischio di chiudere c’è. Bice lo sa. Chiede una scuola superiore nel quartiere. È una guerra tra poveri in un quartiere dove gli abusivi dell’Insula 3 sono stati cacciati dalle loro case, nei mesi scorsi, per lasciare posto ad altri senza casa assegnatari di diritto. E una trentina di famiglie sono ancora lì. Con le loro tende. Sognano un tetto. Lo vogliono proprio come i loro figli, che in un calendario realizzato dalla scuola hanno disegnato lo Zen che desiderano: “Nel mio quartiere vorrei tanto un parco giochi, una fonte dell’acqua potabile; camminare in bicicletta per non inquinare l’aria, palazzi altissimi e colorati e un bosco per rinnovare l’aria” scrive Ivan della Quinta C. Drastica la situazione anche fuori dallo Zen. Con i tagli in Sicilia non sarà garantito il tempo pieno e nemmeno il tempo prolungato, con una riduzione di quello già esistente; nella primaria scompariranno del tutto i posti per gli insegnanti di lingua straniera; si ridurrà la qualità dei servizi tecnici e amministrativi; non sarà garantita l’accoglienza e la vigilanza degli alunni; si determinerà una condizione di soprannumero diffusa nei vari ordini e gradi di scuola, e si licenzieranno in tronco altri 3.000 precari storici. In bilico anche il futuro degli insegnanti di musica: 500 quelli siciliani.

liberi di apprendere

Circa quattro anni fa, il ministero dell’Istruzione si accorge che in tutta Europa nelle classi si utilizzano lavagne interattive. Si tratta di pannelli magneto sensibili, sui quali viene proiettata la schermata di un pc, col quale si può interagire (come nella
foto). Il ministero cerca di correre ai ripari lanciando una campagna per portare 10mila lavagne nelle aule italiane. Il problema nasce quando arrivano i conti: una singola lavagna può costare anche 2mila euro (proiettore e pc esclusi) ai quali vanno aggiunti i costi per i corsi di aggiornamento
dei professori. A oggi, pochi alunni hanno avuto il privilegio di utilizzare queste che vengono chiamate “Lim” (“Lavagne interattive multimediali”: qualche informazione qui http://www.istruzione.it/ web/istruzione/piano_scuola_digitale/lim).
Eppure le lavagne multimediali potrebbero essere davvero utili alla didattica, specie nell’aiutare i professori nel rendere più efficaci le loro lezioni. Per ovviare al problema dei costi, un gruppo di trentini appassionati di software libero (un insegnante di matematica, un ricercatore dell’università e un informatico) hanno recuperato il progetto dell’americano Johnny Lee
Chung che è riuscito a realizzare una lavagna multimediale utilizzando il controller della consolle Wii-Nintendo e software libero. I tre hanno riadattato l’idea, e così facendo il costo di una “Lim” perfettamente sunzionante si abbatte a 60/70 euro e il risultato è anche più efficace. Tutte le informazioni sul progetto sono su www. wiild.it. Di questa come di altre iniziative si parlerà in tutta Italia il 23 ottobre, giornata dedicata al sistema operativo libero Linux, che quest’anno è dedicata proprio alla scuola e ai vantaggi didattici del free software. Ae è media partner dell’iniziativa: www.linuxday.it

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