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La resistenza dei popoli dello Xingu, attaccati dal Covid-19 e da Bolsonaro

Il caso degli Yawalapiti, aggrediti dalla pandemia nella regione del Mato Grosso, oltreché dalla deforestazione ormai legalizzata e dalle politiche contro gli indigeni attuate dal presidente brasiliano. A rischio la perdita di una cultura e di un’identità

Tratto da Altreconomia 230 — Ottobre 2020
© Renato Soares

Seduto per terra, al centro del grande piazzale che circonda le case del villaggio del popolo Yawalapiti, Tapi guarda il cielo e pensa al padre, il cacicco Aritana Yawalapiti. Il grande capo riposa proprio lì, sotto la terra rossa del Parco indigeno dello Xingu, nel Mato Grosso. Aveva 71 anni ed è morto il 5 agosto scorso in un ospedale di Goiânia, vittima del Covid-19 e della politica genocida del governo brasiliano. Lascia 10 figli, 20 nipoti e due mogli. Aritana sintetizzava l’esistenza e l’essenza del suo popolo. “Mio padre rappresentava 16 popoli dello Xingu. Ha perso la vita combattendo per la difesa della terra e per i diritti dei popoli indigeni”, dice Tapi, il figlio più vecchio di Aritana, ricordando il padre. Sarà lui a sostituirlo come cacicco. “È stata una perdita terribile per tutti. È difficile, il dolore è troppo forte. Oggi gliel’ho detto: ‘Riposati papà, hai fatto tanto per me e per tutti i popoli dello Xingu, questa terra che tanto amavi e che hai protetto dando la tua vita”, dice il giovane indigeno, con la voce tremante.

Il Parco indigeno dello Xingu occupa un’area di circa 2.642 milioni di ettari nella regione Nord-orientale del Mato Grosso, nella parte meridionale dell’Amazzonia brasiliana. Secondo i dati dell’Istituto socio-ambientale (Isa), vivono lì 6.090 indigeni di 16 diverse etnie. La morte di Aritana non è stato un caso isolato ma rappresenta una minaccia che le popolazioni indigene di tutto il Paese stanno affrontando. Il nuovo Coronavirus si è infatti diffuso rapidamente attraverso i territori, colpendo le loro comunità da sempre vulnerabili alle malattie portate “dall’uomo bianco”.

6.090 gli indigeni che abitano il Parco dello Xingu, nel Mato Grosso, a Sud dell’Amazzonia brasiliana

“È da cinque secoli che una malattia straniera uccide e distrugge la società indigena. È una morte straniera, una morte bianca. È la morte che l’indigeno non vuole, la morte con l’assenza del corpo”, dice Adelino Mendez, antropologo del programma di storia della scienza e delle tecniche ed epistemologia presso l’Università federale di Rio de Janeiro. “Aritana era un leader politico e spirituale. Sapeva come comportarsi con ‘l’uomo bianco’ e gli altri popoli. Parlava sempre sottovoce, era conciliante e allo stesso tempo non ha mai perso il Huka-Huka”, spiega Mendez riferendosi alla tradizionale lotta dei popoli indigeni dello Xingu. Preso dall’entusiasmo smette il ruolo di antropologo e parla con l’affetto dell’amico. “Aritana è stato qualcosa di unico, un’esperienza. Ci faceva spogliare di tutte le nostre convinzioni e credere nelle dolci parole che pronunciava. Ci ha fatto rendere conto che il mondo può essere migliore, che le persone possono essere migliori di quello che sono”.

A metà settembre 2020 il Covid-19 ha colpito circa 31mila indigeni e ne ha uccisi quasi 800. È a rischio la vita di quasi 900.000 persone

 

 

 

© Renato Soares

La dimensione dell’etnocidio si vede dai numeri. Secondo l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib), il Covid-19 -a metà settembre 2020- ha contagiato circa 31mila indigeni e ne ha uccisi quasi 800. La politica anti-indigeni del presidente Jair Bolsonaro sta mettendo a rischio la vita di 896.917 persone, pari allo 0,47 per cento della popolazione brasiliana stando al censimento del 2010. Dal governo non c’è stato infatti alcun piano di azione per il contenimento della pandemia fra i popoli indigeni. Anzi, le iniziative adottate prima dell’arrivo della malattia li hanno resi ancor più vulnerabili. È il caso della fine della demarcazione delle loro terre e della riduzione dei medici del programma “Mais Médicos” (progetto di salute che portava, originariamente, i medici cubani nelle zone di confine del Brasile, come i territori indigeni. I cubani sono stati sostituiti dai brasiliani in un numero ridotto). “C’è un pensiero genocida da parte dell’attuale governo. Con i precedenti c’era già stata molta deforestazione, sia chiaro, ma mai discorsi anti-indigeni come adesso. Non si è mai parlato così apertamente contro la sopravvivenza di questi popoli”, dice Mendez.

La costruzione della canoa realizzata con la corteccia di Jatobá. Non si faceva da 50 anni a causa dell’arrivo delle barche in alluminio © Renato Soares

All’inizio di agosto, di fronte all’ennesimo tentativo di smantellamento dei diritti degli indigeni, è intervenuta la Corte suprema brasiliana. Il governo gli aveva infatti vietato l’accesso all’acqua potabile ma i giudici hanno ordinato all’esecutivo federale di proteggere le popolazioni attraverso barriere sanitarie all’ingresso dei loro territori, proprio per garantire l’isolamento sociale, e hanno chiesto di espellere soggetti estranei in quanto potenziali vettori di trasmissione del Covid-19. “Lui non è un leader, lo è chi si prende cura del suo popolo”, dice Watatakalu Yawalapiti, nipote di Aritana, riferendosi a Bolsonaro. “Sono tanti i miei parenti che sono stati contaminati in città mentre aspettavano per ore nelle code che si sono formate per riscuotere il bonus legato all’emergenza. Il governo non è riuscito a fornire assistenza alla nostra gente. Bolsonaro sta attuando quanto promesso in campagna elettorale: nessun diritto al nostro popolo. Alla fine questa malattia è come un’arma per lui perché ha ucciso molti di noi”, continua la nipote. Watatakalu fa un profondo sospiro mentre parla dello zio e cerca di spiegare quel che sente. “È come se l’universo avesse messo parecchie ombre sulla nostra schiena e con molte cose da curare. La sua morte per me è stata straziante. Lui era quello ad accoglierci, il nostro consigliere supremo, si prendeva cura della nostra casa, della nostra gente. Era più di un cacicco. Non ho più parole”.

 

 

Molti indigeni, soprattutto i più anziani, hanno paura di lasciare la foresta e la loro comunità per farsi curare nell’ospedale della città. Con Aritana non è stato diverso: “A mio padre l’ospedale non piaceva. Aveva molta paura di essere ricoverato nell’ospedale ‘dell’uomo bianco’”, dice Tapi. Il vecchio cacicco non voleva lasciare il villaggio, voleva essere curato lì. “È stato davvero difficile convincerlo, ha accettato solo dopo molte conversazioni tra i suoi familiari e gli Yawalapiti perché le sue condizioni cliniche stavano peggiorando a vista d’occhio”. Fino a quel momento, quando era necessario, Aritana andava nella clinica sanitaria Leonardo Villas Boas, una fatiscente struttura di proprietà della Fondazione nazionale dell’indio (Funai) dove si è registrato il più alto tasso di mortalità dello Xingu. In questo spazio attrezzato per curare solo le malattie più semplici lavorano due persone: “Un’infermiera e il dottor Celso”, spiega Tapi.

Ed è stato proprio Celso ad accompagnare Aritana nel suo viaggio in cerca di un posto in terapia intensiva. Il 19 luglio Aritana ha avuto una crisi respiratoria e dai sintomi gli è stato diagnosticato il Covid-19. Essendo impossibile dargli la dovuta assistenza nella clinica, Celso ha tentato di portarlo in un ospedale di Canarana, una piccola città sempre nella regione del Mato Grosso. Aritana apparteneva al gruppo a rischio, era iperteso. Due giorni dopo le sue condizioni di salute sono peggiorate e l’hanno trasferito all’ospedale São Francisco a Goiânia, che disponeva di un’unità di terapia intensiva. Poiché non sono riusciti a ottenere un trasferimento aereo, si è fatto tutto il viaggio in ambulanza, appeso a una bombola di ossigeno per oltre 700 chilometri.

Aritana non ce l’ha fatta. È morto nell’ospedale di Goiânia, per complicazioni polmonari causate dal virus. “Quello che è successo a mio padre sta accadendo a tutti noi, abbiamo bisogno di un’assistenza sanitaria migliore, stiamo soffrendo, veniamo dimenticati e abbandonati dal governo brasiliano. Abbiamo bisogno di aiuto, stiamo morendo”, dice Tapi che ha la stessa voce gentile di suo padre. Racconta che tutti gli Yawalapiti sono stati contagiati dal nuovo virus. Alcuni si sono contagiati in città ma sono tornati al villaggio ancora malati. “Nessun tampone è stato fatto alla nostra gente prima che i malati tornassero al villaggio. In questo modo il Coronavirus si è diffuso e ha colpito l’intera popolazione. Bambini, giovani e vecchi, nessuno è sfuggito”.

“Con i precedenti governi in Brasile c’era già stata molta deforestazione, sia chiaro, ma mai discorsi anti- indigeni come adesso” – Adelino Mendez

Nemmeno i riti funebri degli indiani sono rimasti intonsi. Aritana si era reso conto che avrebbe dovuto prendere una decisione molto difficile per gli Yawalapiti e così è stato subito cancellato per la prima volta nella storia il Kuarup, il rituale per onorare i morti. Così facendo si è evitato che il virus si diffondesse ancora di più. “Siamo molto dispiaciuti per la perdita della famiglia, ma tutti si sono ammalati, non siamo in grado di fare rituali quest’anno”, dice Tapi. “Abbiamo trasportato il corpo di mio padre e l’abbiamo sepolto nel villaggio per poter mantenere il nostro rituale. Il suo Kuarup verrà fatto nell’agosto del prossimo anno e alla festa sarà presente tutta la popolazione indigena dello Xingu”, continua il giovane Yawalapiti.

Una riunione dei capi tribù nel villaggio di Yawalapiti. Al centro, il grande capo Aritana Yawalapiti © Renato Soares

I primi a morire tra gli indigeni sono stati i più anziani. La loro è anche la perdita di un’identità, una cultura e una lingua. L’identità di un popolo è legata alla sua lingua e quando i pochi che ancora la parlano se ne vanno portano via con sé memoria e futuro di quel popolo. Oggi ci sono soltanto tre persone che parlano fluentemente la lingua Yawalapiti. “La perdita di mio padre rappresenta la perdita di quasi tutta la nostra lingua, è stato uno degli ultimi oratori”, dice Tapi. Aritana era poliglotta. Parlava Yawalapiti, il portoghese e altre lingue indigene tradizionali. Tapi ha il compito di portare avanti questo dono prezioso alle nuove generazioni. Sta registrando la lingua madre e ha un’idea precisa: scrivere un libro didattico che possa essere utilizzato nelle scuole indigene in modo che i bambini e i ragazzi possano iniziare a leggere nella lingua Yawalapiti.

“La storia della loro sopravvivenza è fatta di alti e bassi”, riflette Mendez. L’antropologo spiega che negli ultimi 200 anni di storia gli Yawalapiti hanno vissuto in una situazione di estrema vulnerabilità. Sono scomparsi come unità culturale dopo l’assassinio dei loro capi negli anni 30 del Novecento e sono riapparsi dopo l’arrivo dei fratelli Villas Boas negli anni 50. Paru, nonno di Tapi e padre di Aritana, è stato uno dei responsabili che ha guidato il ricongiungimento degli Yawalapiti e ha fatto rivivere il vecchio villaggio.

I primi a morire tra gli indigeni sono stati i più anziani. La loro è anche la perdita di un’identità, una cultura e una lingua

“La nostra storia è molto lunga, la mia gente era quasi estinta. Molti sono morti e sono rimaste solo sei o sette persone, preadolescenti, andate a vivere in altri villaggi. Poi sono arrivati i Villas Boas ed è iniziato un processo di ricostruzione della nostra cultura”, dice Tapi. La loro identità è estremamente legata alla terra. Per questo è così vitale la demarcazione del territorio in cui vivono. Il Parco dello Xingu è stato istituito nel 1961, quando era circondato interamente dalla foresta amazzonica. Con gli anni sono arrivati i coloni e tutta l’area intorno alla riserva è stata occupata. La deforestazione è visibile a occhio nudo e oggi il parco è un’isola verde in mezzo a pascoli e a piantagioni di soia. È l’unica area di foresta fitta rimasta in piedi nel Mato Grosso. Oltre ad affrontare la pandemia, infatti, il popolo indigeno deve fare i conti da tempo con altri problemi. Si tratta di imprese che contaminano i fiumi con il mercurio, continuano a disboscare le loro foreste e portano altre malattie come la malaria che si sta diffondendo e uccidendo i popoli nativi di tutta la riserva.

 

Il Kuarup per le etnie dell’Alto Xingu è una festa in onore dei morti, la celebrazione del passaggio in cui lo spirito dell’uomo abiterà il villaggio dei defunti. Un tronco di legno dell’albero “Mari” viene tagliato e la sua base viene sepolta nel cortile del villaggio. Gli uomini si riuniscono per scolpire e dipingere le loro forme. Poi è adornato con il “Tucanapi”, un copricapo di piume di tucano, arara, japin e le piume sacre dell’aquila reale. Legano anche braccialetti colorati intorno al collo e la collana di lumache di Muirapeí. Nei giorni precedenti al rito il villaggio prende un nuovo ritmo e risuonano i flauti Uruá. Anche i colori fanno parte del cerimoniale: il rosso dell’annatto, il nero bluastro del genipapo e il bianco rimosso dal fango sono impressi sui corpi degli uomini. Cantano e ballano, presto gli ospiti saranno invitati per il combattimen to Huka-Huka. Testo e foto di Renato Soares

Forse questo è il piano della politica anti-indigenista praticata dal governo Bolsonaro: far sparire dalla mappa questo pezzo di paradiso terrestre. Un progetto che ricorda il recente film brasiliano “Bacurau”, nominato nel 2019 all’Oscar nella categoria miglior film straniero. Una pellicola distopica dove i bianchi cancellano l’omonima città dalle mappe satellitari e, per gioco, uccidono gli abitanti. Poi però il popolo si ribella e in un atto folle cambia il “gioco”, sterminando i suoi assassini. Il Brasile è “Bacurau”, così come la resistenza dei popoli indigeni.

Dopo un viaggio in Europa nel 2011 per segnalare la costruzione idroelettrica di Belo Monte, Sheyla Juruna, della comunità indigena Juruna che abita nello Xingu, ha dichiarato: “Noi indigeni dello Xingu non vogliamo diventare storia. Vogliamo restare vivi, vogliamo continuare”.

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