Economia

La resa dei conti: le ragioni di una crisi

Francesco Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, spiega la situazione economica in 4 brevi saggi.

Santi subito. O almeno così viene fatto di dire leggendo i giornali. Naturalmente stiamo parlando dei mercati benché nessuno sappia di preciso chi siano. Da quando è iniziato l’attacco ai debiti pubblici, anche detti sovrani per prendersi gioco di loro, i mercati sono dipinti come professori dotti e sapienti sempre pronti a intervenire per tirare le orecchie ai governi monelli che ne combinano di tutti i colori. Come scolaretti, i governi fanno le loro proposte di risanamento del debito, ma il giudizio supremo è affidato al mercato, che come tutti gli oracoli parla solo per segni. Borsa in rialzo vuol dire che va bene, borsa in ribasso che va male, ma l’interpretazione finale è lasciata agli economisti che si affrettano ad indicare ai governi le scelte che devono compiere. Così le borse, da luoghi di affari sono stati trasformati in templi educativi, dove i mercati, in spirito di abnegazione, si assumono l’ingrato compito di insegnare ai governi come si gestisce il bene comune.

Niente di più falso. I mercati non sono educatori, ma predatori. Non sono mossi da sentimenti di amore altruistico, ma di avidità personale. Non intervengono per la difesa del bene comune, ma per arricchirsi personalmente. Al pari dei leopardi, che vagano per la savana in cerca di gazzelle azzoppate, da isolare e braccare, così fanno gli speculatori di borsa. Individuano i soggetti pubblici o privati più deboli e fanno di tutto per sfiduciarli. Poi, quando la loro reputazione è distrutta fanno scattare la trappola: si dichiarano disponibili a concedere prestiti , ma pretendono interessi più alti. Il tutto in un lavoro di squadra esattamente come fanno i felini. Prima intervengono gli speculatori per fare cadere il prezzo delle loro prede. Poi si fanno avanti le società di rating per decretare il loro stato di inaffidabilità. Infine arrivano le banche che si dichiarano disponibili a concedere prestiti, ma solo a tassi rialzati. Della serie: uno picchia, uno regge la vittima, uno la ricatta per chiamare l’ambulanza. E invece di essere considerati per quello che sono, aggressori e ricattatori, le forze del mercato sono presentate come soggetti di pubblica utilità perché ripuliscono la foresta dei deboli e insegnano agli animali di grossa taglia come fare per evitare le imboscate. In effetti a questo mondo tutto è relativo e i ladri invece di punirli per la loro aggressione potremmo premiarli per il servizio che rendono mettendo in risalto i sistemi di sicurezza che non funzionano.

Ma il problema non è la relatività. Il problema è da che parte stiamo. Se stiamo dalla parte dei predatori l’aggressione è operazione di pulizia degli inetti e incapaci. Se stiamo dalla parte delle vittime l’aggressione è violenza. Questo sistema la sua scelta l’ha fatta ed è la difesa degli affari privati in base ai rapporti di forza. Per questo, quando gli stati indebitati sono accerchiati dai mercati speculativi, non ci si scaglia contro questi ultimi per impedire che l’avidità privata abbia la meglio sull’interesse collettivo, ma si interviene sugli stati affinché accettino le condizioni imposte dai mercati e l’assedio sia tolto. Così si scopre che oltre al profitto immediato, la speculazione nei confronti degli stati ha un obiettivo ben più sostanzioso: costringerli a vendere tutto ciò che possiedono e cedere ai privati la gestione di sanità, istruzione e qualsiasi altro servizio vendibile. Non a caso l’imperativo imposto agli stati è svendita e privatizzazione.

Sappiamo che negli ultimi anni i governi di errori ne hanno fatti tanti, non ultimo quello di avere accresciuto i propri debiti di tredicimila miliardi di dollari per tamponare le perdite delle banche private dovute ad una gestione azzardata e incapace. Ma qualunque siano gli errori commessi, non è ammissibile che gli stati vivano sotto ricatto di banche, fondi di investimento e agenzie di rating. Così come non è ammissibile che una quota crescente di soldi pubblici finisca come interessi nelle casse di banche e fondi pensione. Non è pensabile che le banche approfittino del debito pubblico per ricevere una rendita eterna, altrimenti lo stato fa una redistribuzione alla rovescia: prende alla gente e ingrassa le banche. Bisogna ripristinare l’ordine dei valori cominciando a dire che la sovranità non appartiene ai mercati, ma al popolo. Le leggi le fanno i parlamenti e i mercati devono rispettarle. E una buona volta dobbiamo dire che se dobbiamo fare dei sacrifici perché gli stati sono nei guai, il peso più grosso dobbiamo farlo portare ai forti. Se la famiglia è in difficoltà non si taglia il latte al neonato, ma il vino agli adulti. Fuor di metafora se lo stato è in difficoltà non si tagliano le spese sociali, ma si congela la restituzione del capitale e il pagamento degli interessi ai colossi. Diranno che così facendo il mondo crollerà. In realtà cercheremo solo di uscire dal debito pubblico con un po’ di giustizia.

 

Gli altri saggi:

2. Crescere o ristrutturare? Questo è il problema
3. Locuste finanziarie e iene politiche
4. Uscire dal debito sulle spalle dei forti

 

 

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