Diritti / Opinioni

La protezione che non c’è più

Nell’ultimo decennio i migranti forzati sono aumentati. Costretti nei campi profughi, senza tutele. È il fallimento delle politiche di reinsediamento. La rubrica di Gianfranco Schiavone dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Tratto da Altreconomia 228 — Luglio/Agosto 2020
© Unhcr

In occasione della ricorrenza della giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) l’UNHCR ha presentato il suo rapporto annuale (UNHCR, Global Trends 2019). Si tratta di un rapporto di particolare interesse perché analizza non solo l’evoluzione del quadro internazionale nel corso dell’ultimo anno ma sull’intero decennio 2010-2019. Il quadro che ne emerge è drammatico: i “migranti forzati” (forced displacement) intesi nel loro complesso (rifugiati, richiedenti asilo, profughi e sfollati interni) dai 41,1 milioni nel 2010 sono diventati 79,5 milioni a fine 2019 con un aumento, tra il 2018 e il 2019, di oltre nove milioni. A questo aumento si aggiungono almeno altri quattro elementi altrettanto preoccupanti.

1) Gran parte dei migranti forzati fugge da conflitti di lunga durata (persino pluridecennali) rendendo quasi sempre impraticabile la scelta del ritorno nel Paese di origine.
2) L’assoluta maggioranza dei migranti forzati (l’85%) vive in Paesi poveri e addirittura i Paesi in assoluto più poveri del mondo accolgono il 27% di tutti i migranti forzati. Diversamente dall’opinione diffusa in Europa, le aree più ricche del mondo accolgono sempre meno rifugiati in percentuale al bisogno globale.
3) I Paesi geograficamente più vicini alle aree di conflitto o che si trovano su rotte di fuga sono sottoposti a una smodata pressione internazionale che ha come obiettivo quello di mantenere i migranti in tali Paesi ed impedire loro di raggiungere altre nazioni nelle quali chiedere asilo. Si tratta dell’insieme delle misure economiche e politiche che vanno sotto il nome di esternalizzazione delle frontiere, vero cuore delle politiche di (non) protezione che caratterizzano l’epoca attuale.
4) Spesso, e specie in Europa, viene annunciato l’intento di realizzare dei forti programmi di reinsediamento dai Paesi nei quali sono intrappolati i rifugiati verso i Paesi Ue anche al fine di contrastare il traffico internazionale di esseri umani. Nel caso della dichiarazione Ue-Turchia del 2016, trattata sul numero 225 di Altreconomia pubblicato ad aprile 2020, il reinsediamento verso la Ue rappresentava addirittura la principale motivazione di tale sciagurato accordo di fatto. I dati evidenziano invece in modo implacabile come, non solo nel caso della Turchia, bensì a livello globale, le promesse di volere reinsediare i rifugiati sono false.

79,5 milioni sono i “migranti forzati” alla fine del 2019. Nel 2010 erano 41,1 milioni (dati UNHCR)

In tutto il decennio 2010-2019 il reinsediamento non ha avuto alcun sviluppo, raggiungendo nel 2019 solo 100mila persone in tutto il mondo. Tra il 2010 e il 2019 in tutta Europa sono state reinsediate 144mila persone, un numero irrisorio. L’effetto combinato della concentrazione di eccessivo numero di rifugiati in alcuni Paesi, nei quali talvolta le persone sono prive anche di un status di protezione formale, unitamente al basso livello di sviluppo economico dei territori coinvolti e all’assenza di reali programmi di reinsediamento, costringe un numero sconcertante di esseri umani nel mondo (e milioni di minori, che rappresentano il 40% di migranti forzati) a sopravvivere, di generazione in generazione, in campi profughi sempre più grandi (la nostra potrà essere efficacemente definita come l’epoca dei campi) in una condizione di “vita sospesa” fatta di un infinito presente senza prospettive né di tornare in patria, né di emigrare altrove (se non nuovamente a rischio della vita) né di inserirsi nel Paese di non-accoglienza nel quale ci si trova.

Il serio deterioramento del diritto d’asilo a livello mondiale non è quindi solo conseguenza della crescita di guerre, conflitti e persecuzioni ma è anche, e forse prioritariamente, conseguenza della precisa scelta di non volere più proteggere i rifugiati e comunque di tenerli lontani da noi.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni nonché vice-presidente dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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