Esteri / Reportage

La notte buia che avvolge l’India. Viaggio tra i senzatetto di Delhi

Sono almeno 150mila gli “homeless” di una delle città più popolose del Paese. E nonostante gli annunci delle autorità, l’80% di questi dorme all’aperto, al rischio della vita. Eppure sono l’anima e la linfa di un’urbanizzazione senza freno

Tratto da Altreconomia 191 — Marzo 2017
Il corpo di Guddu Ram circondato dai famigliari nel crematorio di Old Delhi. Era un venditore di thè homeless, originario del Bihar - foto di Serena De Sanctis
Il corpo di Guddu Ram circondato dai famigliari nel crematorio di Old Delhi. Era un venditore di thè homeless, originario del Bihar - foto di Serena De Sanctis

Nelle notti d’inverno, Delhi è coperta da una fitta nebbia. Il silenzio, rotto solo dai clacson dei camion in lontananza, avvolge la città addormentata. Quando cala il buio, in strada resta solo chi non ha una casa. Sono tanti e sono ovunque: centinaia di corpi avvolti in coperte logore; dormono dove possono, davanti ai templi, sotto i cavalcavia e i ponti. Le autorità sostengono che siano quasi 47mila i senzatetto a Delhi, ma a detta degli attivisti sono almeno 150mila. Senza contare quanti vivono negli slum o hanno un tetto sulla testa, un tetto qualsiasi, pure un telo di plastica.
Anche se l’economia indiana è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi 25 anni, conquistando uno posto di rilievo sullo scacchiere internazionale -quinta economia al mondo in termini di Pil (con 2,3mila miliardi di dollari) e terza a parità di potere d’acquisto (con 8,7mila miliardi) subito dopo Cina e Stati Uniti-, il suo sviluppo è stato disomogeneo. Classificata come economia di recente industrializzazione, l’India vanta tassi annui di crescita del 7,5 per cento, un sogno per le economie europee.

Mentre grosse fette di popolazione sono state trainate fuori dalla povertà grazie al rapido sviluppo, la forbice tra ricchi e poveri ha continuato ad ampliarsi: il 37 per cento del miliardo e 300 milioni di abitanti vive oggi sotto la soglia dell’indigenza. La diffusa povertà in India, spesso trattata come un fattore endemico, è piuttosto un indicatore del fallimento delle istituzioni nell’arginare un’emergenza sociale e abitativa che, negli anni, è diventata il cliché delle contraddizioni indiane.
“Gli homeless sono sistematicamente trattati come cittadini di seconda classe -spiega ad Altreconomia Sunil Kumar Aledia, attivista per i diritti umani e direttore dell’Ong Centre for Holistic Development (Chd)-. La mancanza di una casa implica una serie di problemi: la scarsità di cibo, di acqua pulita e servizi igienici causa malattie che non vengono curate e cronicizzano. I bambini abbandonano la scuola, l’analfabetismo e la violenza sono dilaganti: è un circolo vizioso dal quale diventa impossibile uscire e reintegrarsi nella società mainstream”.

Molti homeless, spiega Aledia, non hanno documenti, senza i quali è difficile farsi una vita, accedere alle cure di base o al welfare. Dai dati della polizia di Delhi emerge un quadro raccapricciante: ogni giorno per le strade della città, in media, vengono ritrovati dieci cadaveri non identificati, soprattutto a dicembre e a giugno, quando le temperature sono estreme. L’80 per cento dei corpi è di homeless: corpi senza vita di persone senza identità, che nessuno reclamerà. La loro condizione li rende estremamente vulnerabili a malattie, infortuni, violenza. Si muore per molto poco in strada.
Quando nell’inverno del 2010 i morti per il freddo hanno riempito i titoli dei giornali, le autorità hanno istituito un ente responsabile dei ricoveri notturni per i senzatetto, il Delhi Urban Shelter Improvement Board (Dusib). “Le direttive della Corte Suprema prevedono uno shelter ogni 100mila abitanti nelle aree urbane -racconta Ashwin Parulkar, ricercatore del Center for Policy Research- ma con i ricoveri esistenti in città, riusciamo a stento a coprire il 20 per cento degli homeless”. Le tende temporanee e i container sono sempre sovraffollati, soprattutto d’inverno. Chi non trova posto, dorme all’aperto.
Il problema della scarsità di ricoveri notturni per i senzatetto è un tema che ha ciclicamente impegnato i governi che si sono succeduti nella capitale. Bipin Rai, membro del Dusib, ha di recente dichiarato che con i 261 shelter esistenti in città -tra ricoveri permanenti, container e tende -la città può offrire riparo a 18mila homeless, ma sarebbero novemila i senzatetto che usufruiscono dei ricoveri. Chi sul campo ci lavora, però, riporta altre cifre: i posti effettivamente a disposizione sono solo cinquemila, a detta delle Ong, mentre sono oltre il doppio le persone stipate in condizioni inumane negli shelter, ben oltre la loro capacità.

Manoj Kumar (35 anni), migrante del Bihar arrivato a Delhi circa 17 anni fa. Lavora a giornata, non ha famiglia e passa la notte nello shelter vicino Yamuna Pusta, la riva del fiume che attraversa Delhi - foto di Serena De Sanctis
Manoj Kumar (35 anni), migrante del Bihar arrivato a Delhi circa 17 anni fa. Lavora a giornata, non ha famiglia e passa la notte nello shelter vicino Yamuna Pusta, la riva del fiume che attraversa Delhi – foto di Serena De Sanctis

A corroborare la convinzione dei ricoveri notturni inutilizzati, il Winter Action Plan per gli homeless della capitale quest’anno prevede dei team di recupero: i senzatetto trovati a dormire in strada, saranno portati dal rescue team negli shelter, con la forza se necessario. Una misura che dipende molto dai modi di implementazione. Non pochi, infatti, preferiscono la strada alle condizioni dei sovraffollati e maleodoranti ricoveri notturni. “C’è puzza di urina, di sudore e di alcool”, spiega Sanjay, avvolto nella sua coperta. Nonostante le promesse in campagna elettorale, negli ultimi due anni, da quando Arvind Kejriwal dell’Aam Aadmi Party (Aap) governa il territorio di Delhi, non sono stati costruiti nuovi shelter.
Quando il buio cala su Old Delhi, al riparo della sopraelevata prende vita il business che ruota attorno alle coperte. Per 10 rupie (14 centesimi di euro) un homeless può comprarsi il “diritto al sonno”: una coperta e un posto sicuro dove passare la notte. Centinaia di uomini avvolti in vistose coperte fittate sono stesi a terra in linee ordinate; un improvvisato dormitorio all’aperto che permette a molti homeless di sopravvivere alle notti invernali. L’inazione delle istituzioni e la connivenza della polizia hanno permesso il proliferare di pratiche come questa, che mercificano i bisogni primari, privatizzandoli.  Le stime ufficiali, spesso discordanti, rivelano un’incredibile mancanza di dati sulla povertà urbana, che si riflette sulle già zoppicanti politiche sociali. A tal proposito, a fine gennaio Ong locali hanno scritto al Chief Minister di Delhi, Arvind Kejriwal, chiedendo di condurre una nuova inchiesta sul numero effettivo di homeless in città. La Corte Suprema ha poi ordinato la creazione di un pannello che monitori le condizioni degli shelter e la loro capacità. Nel 2011, il commissario della Corte Suprema aveva stabilito che il numero dei senzatetto nella capitale fosse intorno ai 200mila individui; nello stesso anno, il censimento ne ha contati 46.724.
Senzatetto sono famiglie, donne e bambini soli, anziani, sfollati, disabili e rifugiati; lavorano come muratori, facchini, autisti di risciò, venditori ambulanti, lavoratori a giornata, camerieri e lavapiatti; di là dagli stereotipi, solo il 2 per cento sopravvive di elemosina. Condividono storie di abuso e resilienza che spesso sfuggono alla cronaca. Molti vengono da lontano, altri sono nati in città da famiglie migranti. A Delhi, oltre il 90 per cento degli homeless viene da fuori, dagli stati più poveri e arretrati: Bihar, Uttar Pradesh, Rajastan, Chhattisgarh, Assam. Una diaspora urbana che catalizza povertà e diseguaglianze.

Una veduta dello slum vicino alla metropolitana di Mansarovar Park, nordest di Delhi. È relativamente recente ed è stato costruito dagli sfollati di un vicino complesso di 165 jhuggis (capanne) lungo i binari del treno, raso al suolo tre anni fa su ordine dell’autorità ferroviaria - foto di Serena De Sanctis
Una veduta dello slum vicino alla metropolitana di Mansarovar Park, nordest di Delhi. È relativamente recente ed è stato costruito dagli sfollati di un vicino complesso di 165 jhuggis (capanne) lungo i binari del treno, raso al suolo tre anni fa su ordine dell’autorità ferroviaria – foto di Serena De Sanctis

“Veniamo in città per sopravvivere, ma molti di noi, senza una casa e un lavoro, finiscono in strada. Veniamo qui perché in villaggio non abbiamo di che vivere”, racconta Shankar, un ragazzetto minuto coperto da strati di vestiti. Nonostante anni di politiche per il diritto al lavoro ai contadini, le campagne hanno continuato a impoverirsi e a svuotarsi. Sempre più persone si sommano così all’armata dei poveri urbani, attirati dalle opportunità che le città sembrano offrire rispetto alle zone rurali impoverite. E anche se non tutti i migranti sono poveri, in molte grandi città, formano un’enorme fascia dei senzatetto.
Il trend è in aumento, almeno per quanto riguarda le aree urbane: stando all’ultimo censimento, se nelle zone rurali le persone senza casa sono diminuite del 26 per cento, nei centri urbani, l’aumento è stato di 20 punti percentuali.
“L’India ospita 1,77 milioni di homeless e 78 milioni di persone che vivono negli slum, eppure non esistono studi approfonditi -spiega Indu Prakash Singh, scrittore e attivista, considerata la voce più autorevole in materia di senzatetto in India-. Sono loro che fanno funzionare la città, sono la forza lavoro non specializzata che città come Delhi necessitano ma non riescono ad assorbire”. Loro sono l’altra India: quella che nessuno vuole vedere.

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