Interni

La montagna abbandonata

Dalle Alpi agli Appennini, senza più genti. Uno spopolamento figlio della crisi dell’economia agricola, cui il territorio paga dazio

Tratto da Altreconomia 146 — Febbraio 2013

“La desertificazione demografica è una delle principali problematiche che affliggono, da decenni, il nostro Appennino. […] lo spopolamento provoca seri danni all’economia locale, agli immobili abbandonati, al mantenimento dei servizi. Tenete presente che Bardi, con i suoi 190 chilometri quadrati, è uno dei comuni più vasti dell’Emilia-Romagna”.Giuseppe Conti è il sindaco del piccolo comune dell’Appennino parmense, e racconta così i problemi cui deve far fronte un territorio non più abitato.
Un territorio che, purtroppo, non fa notizia: alcuni conosceranno Bardi per l’imponente fortezza arroccata su un massiccio sperone di diaspro rosso, altri per l’annuale fiera del cavallo bardigiano, altri ancora perché domina la valle del fiume Ceno; ma di questo comune, come degli altri 5.682 che hanno meno di 5mila abitanti, la maggior parte della popolazione italiana non conosce probabilmente l’esistenza.
Eppure Bardi è un piccolo comune di montagna solo per l’Istat, che classifica gli enti in base alla popolazione residente e all’altitudine media del territorio comunale, ma se si guarda alla superficie è più grande di Milano (con i suoi 182 chilometri quadrati), di Modena (184) o di Assisi (Pg, 187), e allora la prospettiva potrebbe cambiare.

Mettiamo in fila i problemi: Bardi conta poco più di 2mila abitanti (per la precisione sono 2.382 quelli censiti nel 2011); è -cioè- un centro poco affollato, ma al contempo un grande comune; questo significa che sono poche le persone cui l’amministrazione deve garantire adeguati servizi, ma è vasta la superficie da governare.
La popolazione bardigiana, infatti, vive diffusamente in questo territorio divisa fra due nuclei principali, 48 frazioni i cui nomi raccontano storie, particolarità di luoghi, leggende e tradizioni, a partire (in un severo ordine alfabetico) da Bergazzi per arrivare a Vischetto di Là passando per Faggio e Frassineto, e un numero indefinito di case sparse. Architetture immerse nella natura, costruite prevalentemente nel primo e nel secondo dopoguerra, spesso addossate a rustici settecenteschi e ottocenteschi: così, rispondendo più alle necessità del singolo e del momento che non a un progetto urbanistico unitario, il paesaggio costruito si è fatto spazio nel paesaggio naturale.
I boschi di faggi e di castagni si alternano nel rispetto della continuità ecologica a pascoli (oggi solo parzialmente utilizzati) e a prati per la “produzione” dell’erba medica e del foraggio, in cui ciliegi, pruni e meli selvatici delimitano i confini delle proprietà.

Le risorse ambientali (alcune riconosciute anche a livello europeo come il Sito di importanza comunitaria del Monte Barigazzo e del Pizzo d’Oca) e quelle paesaggistiche fanno la ricchezza di questo territorio, in un difficile equilibrio tra ritorno della natura selvaggia e sopravvivenza della popolazione. Da una parte ci sono il ritorno del lupo e rustici abbandonati dalle persone ma abitati da piante e arbusti, che sono la testimonianza di una natura che riconquista spazi che in passato le sono stati tolti. Dall’altra si ha ancora oggi la percezione di luoghi abitati e di terre utilizzate dall’uomo con rispetto e consapevolezza, preservando un rapporto reverenziale con la natura e attenzione per i tempi, per le stagioni e per i luoghi tipici delle popolazioni montane e rurali. Tuttavia, i luoghi abitati e le attività in essi presenti sono sempre meno, in conseguenza dello spopolamento che ha interessato il comune nell’ultimo secolo.
Bardi, infatti, non è sempre stato un piccolo comune: la popolazione negli ultimi dieci anni è diminuita del 12%; negli ultimi cinquant’anni del 60%; e si è ridotta a un quarto di quella che c’era nel 1911, quando gli abitanti erano 10.344.

L’attaccamento alla terra natia è forte e ogni anno si assiste, nel periodo estivo, al ritorno di coloro che sono andati a cercare fortuna e lavoro all’estero (in Svizzera, in Inghilterra, perfino negli Stati Uniti d’America). Il territorio ciclicamente si ripopola, le imposte cigolanti delle finestre si aprono, circolano auto con targhe estere o provenienti dagli autonoleggi aeroportuali. A Bardi si sente parlare un mix di inglese, francese, italiano e dialetto bardigiano che lascia a volte perplesso chi ascolta (factory per fattorie è uno dei tanti esempi). “Gli americani”, “quelli di Neuchatel”, “l’inglese” sono i personaggi, identificati con la loro meta di migrazione, che ogni anno rimpatriano, ripopolando temporaneamente le frazioni, e si incontrano nella piazza e per le vie del centro il 13 agosto, giorno in cui si tiene la tradizionale Festa dell’emigrante e delle genti della Valceno.
Lo spopolamento che segna la storia di Bardi riguarda tanti piccoli comuni (di montagna) del Bel Paese. I numeri e le statistiche aiutano a descrivere questa situazione.

Il territorio italiano è frazionato in 8.092 comuni; quasi la metà (44%) ha meno di 2mila abitanti. E i comuni che come quello sull’Appennino parmense hanno una popolazione residente inferiore a 5mila abitanti sono più del 70%: Bardi non è solo, insomma, in questa speciale classificazione per ampiezza demografica; è un pezzo dai contorni frastagliati del puzzle amministrativo che compone “l’Italia dei piccoli”.
E non è solo nemmeno se si considera la superficie gestita dai (si fa per dire) piccoli enti: i comuni con meno di 5mila abitanti governano complessivamente la metà abbondante (54%) del territorio italiano; quelli con popolazione inferiore a 2mila abitanti quasi un terzo del Paese.
Se si considerano i soli comuni di montagna (2.596) la situazione diventa ancora più interessante, e Bardi diviene un caso emblematico, ma uno dei tanti. Nella montagna italiana 93 comuni su 100 ospitano meno di 5mila abitanti e hanno in gestione circa i quattro quinti del territorio; 68 di quei 93 comuni montani sono abitati da meno di 2mila persone, e occupano il 60% della montagna.
Rimanendo nel “ristretto” ambito montano, a scala nazionale si rivede mediamente ciò che accade a Bardi. La popolazione diminuisce in buona parte (42%) dei piccoli comuni di montagna con meno di 5mila abitanti; e quelli con meno di 2mila abitanti che vedono diminuire la popolazione fra gli ultimi due censimenti sono addirittura 4 su 5. Se si considerano le dinamiche di lungo periodo la situazione non migliora, e lo spopolamento è per alcuni territori un fenomeno endemico, che rappresenta -come accade a Bardi- una vera e propria piaga tra i monti.

Non vi sono ricette per porre rimedio a questa situazione, ma dalla creatività degli amministratori locali possono nascere strategie per ripopolare i borghi, come a Sadali (vedi l’articolo qui a fianco).
I piccoli comuni di montagna sono legati alla terra e all’attività agricola per storia e per vocazione. Se le persone abbandonano questi luoghi, si perdono le economie (rurali) peculiari del territorio montano. Per gli amanti dei numeri, in meno di trent’anni la superficie utilizzata per scopi agricoli (Sau) in ambito montano si riduce di un quarto. E negli ultimi dieci anni, ogni dieci ettari di terra coltivata uno viene abbandonato.
Bardi non fa eccezione, nonostante appartenga a un territorio rurale che sostiene la filiera del Parmigiano reggiano di montagna e in cui buona parte della superficie è destinata a produrre foraggio di qualità, indispensabile per l’alimentazione delle mucche e per la produzione del latte. “Il Parmigiano prodotto a Bardi -afferma il sindaco Conti- è tra i migliori in assoluto. Tre caseifici (due sociali e uno a conduzione famigliare che produce biologico) sono un’eccellenza e un punto di riferimento per l’economia locale. Il lavoro è molto duro. L’esempio sono vice-sindaco e due assessori, che ogni mattina si alzano alle 4 e mezzo per poter conferire il latte al caseificio. Non possiamo permetterci la quantità del prodotto, dobbiamo puntare sulla qualità”. Anche a Bardi la superficie agricola utilizzata si è ridotta di circa un terzo negli ultimi dieci anni, e di più della metà negli ultimi venti.
Eppure l’attività agricola svolge importanti funzioni di presidio, controllo e gestione del territorio. Emigrano le persone, diminuiscono le aziende agricole, i campi vengono abbandonati. Spopolamento e crisi dell’economia agricola corrono su binari paralleli. —

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