Economia

La missione dell’euro

La crisi economica, esasperata dalla finanziarizzazione, ha evidenziato i limiti dell’Unione europea, e della sua moneta unica. Un modello da riformare —

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

L’euro ha cambiato l’economia dell’Italia, e il volto all’Europa. Complice la crisi, anche nel nostro Paese è in corso un dibattito sui limiti  della moneta unica: da una parte, chi si propone di riformarla; dall’altra, chi chiede di uscirne. Altreconomia ha intervistato Alessandro Volpi, professore dell’Università di Pisa, e Bruno Amoroso, che insegna economia a Roskilde, in Danimarca.

Quali furono le motivazioni e le spinte per intraprendere il percorso di unificazione monetaria? Sono valide ancora oggi?

Volpi. Al di là del disegno generale, che sognava una politica comune per i Paesi europei, dietro la nascita dell’euro ci fu l’esigenza di fronteggiare la forte concorrenza del dollaro, che in quella fase garantiva agli Stati Uniti il finanziamento del proprio debito a tassi di interesse molto competitivi e contenuti. Storicamente, gli Usa non si sono mai fatti troppi scrupoli nelle politiche monetarie anche “inusuali”, o non convenzionali, come stampare moneta per comprare il proprio debito. Il dollaro poi godeva di ‘signoraggio’: la Federal Reserve era l’unica banca centrale del mondo che potesse produrre quantità di massa monetaria molto superiore alla dimensione economica degli States, perché era la moneta universalmente utilizzata nell’economia mondiale. Godere di condizione di ‘signoraggio’ ha reso decisamente meno impegnativo finanziare il debito Usa rispetto a tutti i Paesi con valuta singola.
Tra l’altro, esisteva anche il problema del marco tedesco, una moneta troppo forte rispetto alla capacità di esportazione della Germania. All’eccessiva forza del marco si contrapponeva la fragilità delle altre monete europee, con un’eccessiva tendenza inflazionistica.
Più in generale, il tema del debito è ricorrente quando parliamo di sistema monetario. Quando comincia a emergere la difficoltà di finanziare i debiti, poiché i tassi di interesse sono troppo costosi, gli europei hanno cominciato a pensare a una moneta che garantisse la sostenibilità del debito: matura l’idea che una moneta comune potesse rendere i debiti meno volatili. Un’unica moneta, l’euro, per debiti pubblici meno rischiosi e meno costosi.
Ne è un esempio la vicenda italiana, che tuttavia vale anche per altri casi: il nostro Paese si è trovato tra gli anni 80 e 90 a decuplicare il valore complessivo del proprio debito pubblico, con interessi sul debito altissimi. La moneta unica ha agito come un ombrello protettivo rispetto ai debiti che stanno crescendo, anche poiché la globalizzazione provoca, con la libera circolazione dei capitali, concorrenza sul debito e crescita degli interessi. L’euro venne pensato per congelare -o perlomeno raffreddare- questa tendenza. Fu così più facile fronteggiare la concorrenza Usa. Credo sia stato il fattore principale, più ancora di motivi legati alla semplificazione degli scambi commerciali interni, o iniziative per rallentare l’inflazione. Lo spread si scatena, ma non tra i titoli europei: piuttosto tra titoli europei e statunitensi.

Amoroso. La cooperazione monetaria tra i Paesi dell’Ue ebbe inizio dagli anni settanta, dopo la decisione di Nixon di sganciare il valore del dollaro da quello dell’oro e di introdurre un sistema di cambi flessibili. Questo costrinse tutti i Paesi occidentali a riorganizzare i propri rapporti di scambio e spinse i Paesi europei a trovare una nuova forma di cooperazione monetaria mediante il Sistema monetario europeo (SME). Iniziò così un percorso negoziato di coordinamento dei tassi di cambio delle valute europee che, con ulteriori aggiustamenti introdotti dopo un decennio, è durato per circa 20 anni. Il sistema introdotto prevedeva rapporti di cambio fisso e flessibile, adattati alle necessità dei vari Paesi. Quando queste misure non erano sufficienti a far fronte alle difficoltà economiche di alcuni paesi (Italia e Gran Bretagna) furono negoziate temporanee uscite dallo SME e successivo reingresso, senza drammatizzazioni. Fin qui siamo nella normalità: i sistemi monetari si modificano e richiedono aggiustamenti in media ogni decennio. La ragione è semplice: la moneta è uno strumento di cui i governi si servono per regolare il funzionamento delle economie, e poiché queste si evolvono nel tempo per ragioni esogene o endogene è naturale che anche la moneta si adatti ai nuovi bisogni. Chi considera il valore della moneta o il suo nome un simbolo e impone un dogma al funzionamento delle economie e dei mercati fa solo danno a entrambi. L’introduzione dell’euro fu una rottura della linea di cooperazione monetaria adottata dall’Ue, un’accelerazione imposta per ragioni non economiche ma politiche. La “riunificazione” tedesca spaventò i francesi che pensarono (male) di poter controllare la Grande Germania con una moneta unica, e spinse la Germania ad accettarla per far condividere agli europei i costi politici e economici di questa riunificazione. I fatti hanno dato ragione alla Germania e torto ai francesi.

Quali effetti ha prodotto l’introduzione e quali non ha prodotto e avrebbe dovuto?
Amoroso. Gli effetti sono misurabili mettendo a confronto le previsioni con i fatti dopo circa un decennio. Le promesse dell’euro erano tre: la difesa delle economie contro l’inflazione; la difesa contro le speculazioni finanziarie, poiché le monete nazionali (i famosi “gattini” della favola di Romano Prodi) sarebbero più vulnerabili della moneta unica; l’avvio, anche se su un gruppo di Paesi limitato, di un processo d’integrazione che avrebbe fornito agli altri l’esempio di come si raggiunge la coesione sociale, economica e territoriale. Di fronte ai fatti gli altri Paesi si sarebbero affrettati a entrare nell’eurozona.
Il bilancio di queste previsioni è il seguente: è vero che l’inflazione misurata sull’andamento dei prezzi è stabile, peccato che siano precipitati i redditi delle persone e delle famiglie. Si ha così il paradosso che i prezzi sono stabili ma il potere di acquisto è drammaticamente diminuito; la speculazione finanziaria, a partire dal 2008 in particolare, si è accanita contro l’eurozona, mentre ha lasciato quasi indisturbate le valute nazionali dei 10 “gattini” dell’Ue. Quello che è avvenuto è che l’introduzione affrettata e dilettantesca dell’euro ha prodotto 17 gattini ciechi abbandonati a se stessi in assenza di istituzioni in grado di proteggerli. Sostenere che oggi esista l’euro è un paradosso, consolatorio per i turisti che non devono cambiare valuta, ma non per le tasche dei cittadini dei Paesi dell’Europa del Sud che hanno visto decrescere in modo arbitrario il valore dei loro risparmi grazie alla lievitazione usuraia del debito nazionale. La cosa è ancora più grave perché l’usura verso i debiti nazionali si è combinata con la rapina dei risparmi attuata con la complicità delle grandi banche d’affari nazionali, senza che le istituzioni di sorveglianza sul credito, sia nazionali sia europee, muovessero un dito. Stupidità o complicità? Il rispetto per le persone mi porta a sostenere la seconda tesi. Infine, dopo aver diviso i 37 Paesi europei, separando i 17 dell’eurozona, il miracolo dell’euro è stato quello di avare anche diviso in modo strutturale e irrevocabile anche i 17 Paesi membri secondo una linea divisoria territoriale Nord Sud, che minaccia il progetto europeo. Questo è avvenuto perché molti Paesi, nonostante le loro economie non lo consentissero, sono stati spinti anche con la frode attuata dalla Goldman Sachs e con la complicità della Commissione europea (Grecia e Italia tra questi), a entrare nell’eurozona con i danni successivi ben noti. Scattata la trappola dell’adesione, la rapina dei risparmi privati, tuttora in corso con il monitoraggio della Banca centrale europea (BCE) e di quelli pubblici mediante l’usura sul debito pubblico possono continuare indisturbate.

Volpi. Con la sua introduzione l’euro ha svolto in parte il proprio mestiere. Un primo dato è positivo: l’euro ha fatto sì che il debito fosse collocato con tassi che sono di fatto precipitati. Ovvero ha portato avanti il compito per cui era stato concepito, consentendo in alcuni momenti di registrare avanzi nella bilancia dei pagamenti, cioè nel rapporto entrate/uscite della pubblica amministrazione. Un avanzo reale: le entrate erano superiori alle spese, perché gli interessi sul debito erano bassi.
Tuttavia questo elemento ha creato negli italiani l’illusione che si potesse mantenere un debito alto a costi accettabili: l’illusione di non avere un “pericolo debito”. Un elemento negativo è che l’euro ha tolto competitività all’export, e soprattutto che ha portato all’introduzione del “patto di stabilità”. Sono entrambi fattori recessivi: esporti con difficoltà, e hai vincoli molto stringenti su come gestire le tue risorse. Va ricordato, però, che l’euro in sé non causò inflazione: il vero dato di impoverimento dipese in realtà dalle due finanziarie -quelle del ‘92 e del ‘93-, che furono molto pesanti, necessarie per garantire l’ingresso nella moneta unica. L’euro è stato finanziato con un prelievo forzato dai conti degli italiani e con l’aumento del carico fiscale. Chi ha pagato l’ingresso nell’euro sono stati i lavoratori a reddito fisso, un salasso che in qualche modo ha pesato molto, mentre dall’altra parte si rafforzavano i rendimenti finanziari e le Borse. I titoli bancari crescevano, le rendite finanziarie anche. Le risorse ottenute col fiscal drag poi non sono mai state restituite. Penalizzare il lavoro dipendente (penso anche all’accordo sul lavoro del ‘93) e favorire rendite finanziarie sono misure legate a una distribuzione della ricchezza con questa caratteristiche. Anche ammettendo che non ci sia stata una regia della cosiddetta “Europa delle banche”, è sicuramente vero che l’ingresso nella moneta unica ha penalizzato una fascia della popolazione e dato una spinta a un’altra.

Come (e se) si legano la finanziarizzazione dell’economia, la speculazione, la crisi economica e l’euro? L’euro ha delle responsabilità?
Volpi. Quando iniziano ad accelerare i processi di finanziarizzazione dell’economia, nasce l’esigenza di grande liquidità, e quindi servono monete solide, per scongiurare rischi inflazionistici e svalutazione. La finanziarizzazione ha bisogno di liquidità perché è connessa a un indebitamento. Non solo: non va trascurato l’ingresso della Cina nei mercati internazionali, che raffreddò l’inflazione comprando debito nel mondo, abbassando i tassi di interesse. Disporre di una moneta forte fa indebitamento a tassi bassi, e quindi produce finanziarizzazione. Poi si sono creati i meccanismi di ingegneria finanziaria che abbiamo ormai imparato a conoscere, con i problemi e i rischi ben noti: tanta liquidità ha bisogno di spazio per essere utilizzata. Infine, la riduzione del numero delle valute ha portato alla nascita, su quelle valute, di una serie di prodotti derivati, di scommesse, la cui gestione è più semplice rispetto a una molteplicità di monete. Si è favorito un mercato, insomma.

Amoroso. I problemi non sono la sola “sovranità monetaria” o la “speculazione finanziaria” considerati fenomeni diversi dall’“economia reale”, o i poteri internazionali cattivi rispetto a quelli buoni dell’Ue. La “crisi finanziaria” di cui si parla, e che ha fatto deragliare le economie europee, non ha origini “monetarie” o “finanziarie” ma è dovuta all’uso di questi strumenti (moneta e finanza) per imporre una nuova forma di accumulazione del capitale. La novità introdotta dalla globalizzazione a partire dagli anni Settanta è stata la trasformazione di un sistema capitalistico basato sullo sfruttamento del lavoro per la produzione di massa e il consumo di massa (capitalismo fordista keynesiano) in un sistema di apartheid centrato sui consumi high-tech per uso civile e militare, e la rapina dei risparmi (pubblici e privati) per finanziare questo costoso sistema di produzione e di potere. Per questo chi pensa che basti controllare la moneta a livello nazionale o controllare la finanza speculativa non capisce che queste sono oggi effetti del progetto capitalistico di apartheid globale, basato sulla rendita e sul controllo militare e civile delle economie, e non la causa. Un progetto che non ha bisogno dei ceti medi e dei lavoratori in occidente e che quindi smantella anche tutte le forme di welfare e di reddito non necessarie al suo piano di dominio. Un’idea diversa, insomma, di economia reale rispetto a quella da noi voluta.

Quale ruolo hanno avuto le istituzioni europee, in particolare la BCE?
Amoroso. Dal Trattato di Maastricht (1999), passando per quello di Lisbona, il progetto europeo -un progetto di pace e di cooperazione tra i popoli- è stato allineato a quello della globalizzazione, per fare dell’Europa una delle aree più competitive del mondo. L’Ue diventa così uno dei tre piedi della Triade capitalistica per il piano di apartheid globale (come lo abbiamo definito con Riccardo Petrella). Questa “economia reale” da costruire passa attraverso la distruzione dei sistemi produttivi nazionali e dei rispettivi sistemi di welfare. I due strumenti di questo nuovo sistema di potere in Europa, oltre ai sistemi militari di distruzione di massa, sono la finanza con le sue istituzioni (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio), e per l’Europa l’euro con le sue istituzioni (la Ce e la BCE), messi saldamente nelle mani dei “sicari” della Goldman Sachs e affiliate. Il ruolo dell’euro in questo contesto è quello di disarmare ogni possibile forma di resistenza dei governi nazionali ponendo limiti invalicabili alle politiche degli stati nazionali, delle amministrazioni locali (Fiscal Compact, Patto di stabilità) Per queste ragioni ritengo che il problema non sia l’euro e la speculazione ma il progetto europeo, ed è da quest’ultimo che bisogna ripartire per ridiscutere di quali monete e di quale economia abbiamo bisogno.
Volpi. Nella costituzione della Banca centrale europea credo ci sia un errore sostanziale, figlio del modello tedesco. Sappiamo che la BCE, concepita per fare una politica monetaria convenzionale (senza cioè creare moneta), è un prestatore di ultima istanza per le banche, che nel modello si considerano il motore dell’economia. La BCE non può avere rapporto con gli Stati, perché -nella mente di chi l’ha immaginata- avere a che fare con i governi avrebbe voluto dire politicizzarla. Quindi le banche sono diventate il perno fondamentale del sistema, il vero creatore di moneta.
Questo sistema ha svolto abbastanza bene le proprie funzioni fino alla crisi dei debiti. Ma nel 2010 sono venuti al pettine una serie di nodi: il più significativo di questi è che quando il debito pubblico ha tassi troppo alti la BCE non può intervenire direttamente, ma deve chiedere di farlo alle banche. Anche in quelle circostanze così drammatiche, quindi, la scelta è in capo al sistema bancario, che deve decidere come indirizzare le risorse che gli dà la BCE. Ma così emergono due elementi critici; il primo è che le banche non necessariamente usano i soldi della BCE per comprare debito pubblico, semmai per rifinanziare il proprio debito, o per acquistare prodotti finanziari. Tra l’altro, la liquidità della BCE costava solo 1%: un flusso di denaro garantito dai contribuenti, con le loro tasse. Il secondo problema è che la BCE presta, ma le banche non intervengono sulle aste del debito, ma sul mercato secondario, quando i tassi sono già più alti. Meccanismi come questi andrebbero rimossi. La BCE dovrebbe essere un prestatore di ultima istanza, non solo per le banche ma anche per gli Stati, come lo è la Federal Reserve. Altrimenti viviamo il paradosso di un debito creato dallo Stato, ma da questo non coperto perché non può garantirlo.
Il sistema bancario è il cuore centrale del sistema del debito. Solo che poi le banche si imbottiscono di debito pubblico, e dipendono nel loro patrimonio dall’andamento di questo. Un circolo molto vizioso. Una riprova sono il fondo “Salvastati” e il meccanismo di stabilità, strumenti di cui gli Stati europei si sono dotati quando hanno capito che il meccanismo era farraginoso. Gli interventi su Grecia e Cipro sono figli di questa architettura, ma tardivi e fallimentari. I due Paesi non sono stati “salvati”: la Grecia ha ristrutturato il debito, ovvero non ha pagato il 70% di quanto avrebbe dovuto; nel caso di Cipro invece c’è stato congelamento del debito e tassazione dei correntisti. È evidente che il sistema non funziona, e mette solo toppe. Servirebbe una BCE più potente, che fosse prestatore e controllore, e una seria unione fiscale.
Entrare nell’euro fu per l’Italia inevitabile allora. Il debito era insostenibile. Grazie all’euro abbiamo avuto l’occasione, quella dei primi anni dopo l’adozione, di ridurre il debito primario per far scendere gli interessi.
Oggi non è pensabile uscirne, se non fallendo.  —
 

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