Diritti

La missione autoritaria delle nostre polizie

La brutale gestione delle manifestazioni del 14 novembre non è un’eccezione e anzi corrisponde a un preciso modello di "ordine pubblico". Il ministro dice che la pagina del G8 genovese è chiusa ed è invece vero il contrario. Quel disastro non è stato rinnegato e non c’è stata la minima autocritica.  Per scelta politica

Alzi la mano chi può dirsi sorpreso di fronte alla gestione dell’ordine pubblico attuata lo scorso 14 novembre. Foto, filmati e testimonianze hanno documentato un uso smodato (e pericoloso) di lacrimogeni, l’abuso dei manganelli, cariche inutili e violente, ma se qualcuno ha mandato (flebili) segnali di rincrescimento e annunciato l’avvio di inchieste interne di fronte alle violazioni più clamorose (il pestaggio di una persona inerme, il lancio dei lacrimogeni addirittura da un ministero), è solo perché certe immagini hanno sfondato il muro dell’anonimato in rete trovando sponda in alcuni media "accreditati".

Le promesse di un ministro e il lavoro di qualche ispettore non potranno però incidere sulla vera questione posta dal 14 novembre, ossia il fatto che un certo modo di gestire l’ordine pubblico è in questa fase storica la routine delle nostre forze di polizie e non un’infelice eccezione. E’ una routine nella prassi, ma lo è anche nella teoria, nella missione che le nostre forze dell’ordine sono chiamate a realizzare.

L’uso del pugno di ferro è oggi la regola e ha una relazione molto debole con l’effettiva aggressività/pericolosità dei singoli cortei affrontati. Un tempo la polizia italiana si faceva vanto, nei convegni e nel discorso pubblico, di avere abbandonato la logica della repressione a vantaggio del principio di prevenzione: meglio dialogare ed evitare lo scontro che misurarsi con l’uso diretto della forza. Quella fase storica è stata archiviata nel 2001 con la disastrosa – ma non rinnegata – gestione del G8 genovese.

A giudicare da quel che avviene abitualmente in piazza, potremmo dire che oggi l’ordine pubblico poggia su un pregiudizio e su tre assi d’azione principali. Il pregiudizio è che la protesta, la dissidenza, la contestazione sono di per sé azioni sospette, pericolose, da affrontare a muso duro. L’insegnamento costituzionale sulla libertà di espressione e di manifestazione è morente, soppiantato dall’ideologia della "sicurezza", mutuata dall’ambito militare.

Sul piano pratico si notano tre punti fermi nel concreto comportamento sul terreno delle forze dell’ordine.

1) La preferenza per le armi chimiche. L’uso dei lacrimogeni è stato "liberalizzato": se ne fa un uso abnorme e spesso scriteriato (vedi Genova e Val di Susa, vedi lanci ad altezza d’uomo tutt’altro che rari), a dispetto dei pericoli per la salute e della cautela che dovrebbe caratterizzare l’impiego di uno strumento così potente quanto poco selettivo negli effetti.

2) La violenza preventiva. Le tecniche di gestione dell’ordine pubblico si sono brutalizzate. Le cariche, da strumento eccezionale e da mettere in pratica con cautela e previo annuncio ai manifestanti, sono diventate un mezzo d’intervento ordinario. Abbiamo assistito in questi anni a "cariche di alleggerimento" (cioè senza che vi fosse un reale pericolo) a danno di cortei studenteschi, cittadini dell’Aquila scesi a Roma, manifestanti No Tav in procinto di salire su un treno alla stazione di Torino e via enumerando.

3) Manganello senza limiti. Ecco il simbolo di forze di polizia in perfetta sintonia con le pulsioni autoritarie del potere politico. Il più antico strumento in dotazione agli agenti, è oggi una specie di programma politico: viene brandito e usato senza alcun riguardo. Genova G8 ha fatto scuola: nel 2001 gli inseguimenti per strada di semplici manifestanti e i pestaggi in campo aperto di persone inermi scioccarono e sconvolsero cittadini e osservatori. Oggi fanno notizia solo se una tv o un grande giornale rilancia una foto o un filmato, mentre l’uso incontrollato di questo strumento è vissuto come un’ovvietà dagli agenti.

La ministra Cancellieri, in un’intervista, ha detto che la pagina del G8 di Genova è definitivamente chiusa, ed è invece vero il contrario. Quella pagina è apertissima, soprattutto per chi guida le forze di polizia e per chi è mandato in piazza ad attuare le "regole" di cui sopra. Del resto non potrebbe essere altrimenti, se consideriamo che nessuno, nelle forze dell’ordine come nelle istituzioni (con l’eccezione della magistratura), si è impegnato in un’onesta operazione di autocritica dopo il disastro del 2001.

Non sfugge a nessuno che questo rifiuto di verifica dei comportamenti e delle regole non scritte di intervento in piazza corrisponde a una precisa scelta politica. Più lacrimogeni, più cariche, più manganellate per tutti.

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