Economia

La mazzetta che frena lo sviluppo – Ae 64

Numero 64, settembre 2005 Miliardi di dollari di tangenti finiscono ogni anno nelle tasche dell’élite politica e imprenditoriale. Risultato: risorse sottratte alla popolazione e inutili cattedrali nel deserto. Ne fanno le spese i Paesi più poveri Corrompere costa. Le tangenti…

Tratto da Altreconomia 64 — Agosto 2005

Numero 64, settembre 2005

Miliardi di dollari di tangenti finiscono ogni anno nelle tasche dell’élite politica e imprenditoriale. Risultato: risorse sottratte alla popolazione e inutili cattedrali nel deserto. Ne fanno le spese i Paesi più poveri

Corrompere costa. Le tangenti pagate ogni anno rappresentano il 3% del prodotto nazionale lordo mondiale: mille miliardi di dollari che vanno a ingrossare il portafogli dell’élite politica e imprenditoriale e che lasciano il conto da pagare ai più poveri e all’ambiente. È questa, senza mezzi termini, l’accusa lanciata dall’organizzazione Transparency International (vedi a destra) nel suo Global Corruption Report 2005, dedicato quest’anno all’edilizia, il settore (con un giro d’affari di 4 mila miliardi di dollari) più corrotto nel mondo, ben più della politica o della sanità.

E corrompere costa, anche la vita. Come quella di Satyendra Kumar Dubey, cui è stato dedicato il rapporto: un ingegnere indiano assassinato per avere denunciato che i soldi pubblici destinati alla realizzazione di un’autostrada nello Stato del Bihar -un mega progetto per collegare la regione con il resto del Paese- erano stati sperperati e quello che restava era un tratto di asfalto di pessima qualità.

L’edilizia è corrotta perché girano grosse somme e perché di mezzo c’è un sistema di appalti, non sempre trasparente.

Un problema internazionale -persino nei virtuosi Paesi scandinavi c’è corruzione- ma che nei Paesi poveri e in quelli colpiti dalla guerra ostacola lo sviluppo e la ricostruzione.

Il problema non sono solo le mazzette e i funzionari disonesti, ma quello che la corruzione toglie alla popolazione -istruzione e sanità passano in secondo piano rispetto alle grandi opere quando un governo è corruttibile- e le lascia in eredità -cattedrali nel deserto e mostri ecologici-.

Progetti faraonici che creano nuovi debiti e accrescono i fatturati delle multinazionali del cemento, che con il loro know-how e le loro amicizie sanno come aggiudicarsi le commesse miliardarie. Per le aziende locali non c’è gara: al massimo entrano nel business fornendo manodopera sottopagata. La competizione nei Paesi in via di sviluppo è tutta internazionale, e pur di aggiudicarsi un appalto le imprese si combattono a colpi bassi, forti dell’impunità di cui godono. Complici, in alcuni casi, i grandi istituti finanziari, prima fra tutti Banca mondiale, che ai progetti infrastrutturali nei Paesi in via di sviluppo ha sempre dato la sua benedizione e centinaia di migliaia di dollari, senza però mai troppo preoccuparsi della (mala)gestione e rendicontazione. Proprio come è accaduto con la costruzione della diga Yacyretà, al confine tra Argentina e Paraguay, una delle più importanti centrali idroelettriche dell’America Latina: costruita con i soldi della Banca mondiale, l’opera doveva costare 3,7 miliardi di dollari e ne costò invece più di 10, al punto che perfino il presidente Menem, grande corruttore e corrotto, la definì “un monumento alla corruzione”.

Alcune delle turbine della centrale da 3.100 megaWatt non funzionano ancora visto che il progetto non è ancora terminato. Poco conta se 50 mila indios Maya Guaranì sono stati cacciati dalla loro terra, se il fragile ecosistema della zona è stato compromesso, se i governi di Argentina e Paraguay devono accollarsi i debiti perché l’impianto è in perdita e se la Corte dei conti del Paraguay ha scoperto che per 1,87 miliardi di dollari non esiste traccia di fattura.

Il Global Report elenca i più eclatanti scandali di corruzione degli ultimi anni: dalle Filippine dove grazie a una bustarella da 17 milioni di dollari a un amico dell’ex presidente Marcos l’americana Westinghouse ha costruito una centrale nucleare da 2 miliardi di dollari in una zona ad alto rischio sismico (e che finora non ha ancora prodotto un solo Watt), all’India dove la Enron -proprio quella: il più grande fallimento fraudolento della storia economica degli Stati Uniti- ha costruito un gasdotto nella città costiera di Dabhol contro la volontà degli abitanti (l’organizzazione Human Rights Watch ha pubblicato un dossier sugli abusi che la polizia ha commesso sulla popolazione che manifestava il suo dissenso) pagando 20 milioni di dollari in tangenti all’amministrazione pubblica e che dal 2001 è fuori uso. Fino a Bujagali, in Uganda, dove la norvegese Veidekke ha costruito una mega diga grazie a una tangente all’ex ministro dell’Energia Richard Kijuka e che, neanche a dirsi, non funziona e sta provocando gravi danni al Nilo e agli agricoltori della regione a causa di continue esondazioni.

Una geografia di appalti truccati, lo stesso copione e gli stessi attori, fino al Water Project in Lesotho, il secondo più grande progetto di diversione delle acque al mondo dopo la diga delle Tre Gole in Cina (anch’essa al centro di episodi di corruzione) dove un giudice locale ha riscritto il finale della tresca mandando alla sbarra dodici tra le più importanti multinazionali del settore delle grandi opere infrastrutturali. Tra queste l’italiana Impregilo, la francese Dumez International, la canadese Acres International, la svedese-svizzera Abb, la tedesca Lahmeyer. Il processo, iniziato nel 1999, è ancora in corso ma alcune imprese sono già state condannate a pagare una maxi multa e il direttore del faraonico progetto è in carcere per truffa e corruzione.

Anche il coinvolgimento finanziario della Banca europea per gli investimenti e della Banca mondiale è emerso in modo netto nel corso delle udienze. Questa sentenza che arriva dal piccolissimo Lesotho è una rivoluzione copernicana: dice che la corruzione non è un male ineludibile, una calamità naturale o un tragico destino, e riafferma che è un reato.

Scrive Peter Eigen, presidente di Transparency International, nel Global Corruption Report: “La trasparenza negli appalti pubblici è il fattore più importante per valutare l’utilità di un progetto di sviluppo (sostenibile) finanziato dalla comunità internazionale. Altrimenti sono soldi persi. E i progetti si ritorcono contro i beneficiari”. Soprattutto se si conta che nei Paesi in via di sviluppo ogni anno si realizzano progetti infrastrutturali per 300 miliardi di dollari. Rincara Anna Marra, direttore di TI Italia: “È necessario fare crescere una cultura della legalità e della responsabilità sociale. Essere onesti, alla fine, paga: i nostri studi dimostrano che le imprese etiche sono anche le più redditive”.

Altrimenti non c’è scampo, perché corrompere è spesso la via più facile o quella più normale per aggiudicarsi un incarico pubblico. In alcuni Paesi, la sola via.

E le aziende che non ci stanno sono escluse per default. Lo sanno bene anche le imprese italiane che sbarcano in Cina, dove la corruzione è una prassi consolidata.

Il Global Corruption Report ne ha per tutti -sono ben 40 le schede Paese che raccontano le magagne più scottanti-, anche per Norvegia (con il cartello di 4 grandi compagnie costruttrici e gli affari sporchi intorno all’aeroporto di Oslo), Repubblica Ceca (con lo scandalo che ha investito il ministero degli Affari esteri con 133 gare truccate per la ristrutturazione delle ambasciate all’estero) e Italia, dove sotto la lente d’ingrandimento viene passato il sistema di appalti legati alla costruzione e ricostruzione di infrastrutture nelle regioni a rischio sismico. “Gli edifici crollano perché i regolamenti architettonici non sono rispettati e i controlli non vengono effettuati. E questo perché qualcuno ha pagato una tangente. I lavori vengono subappaltati a imprese che utilizzano materiali scadenti tanto poi il cemento ricopre ogni cosa. E quando la terra trema le case si accartocciano come scatole di cartone”.

Ma è ai Paesi colpiti dalla guerra che TI dedica una buona parte del rapporto: Cambogia, Mozambico, Afghanistan, Congo, e così via. Per l’organizzazione, infatti, guerra e corruzione sono un binomio inseparabile, quando quello che resta è un Paese in macerie. E la corruzione si impasta con il cemento fino a costruire un clima di illegalità che perdura per molti anni dalla fine delle ostilità: non c’è niente da fare, le bustarelle sono il mezzo più convincente per smuovere gli affari quando l’economia è una landa desolata e la legalità è un avamposto da conquistare. E ci sono ospedali, fognature e strade da ricostruire in gran fretta, magari con gli aiuti esteri. Persino le agenzie internazionali si servono della corruzione per operare “a fin di bene” e tamponare le emergenze. Spingendosi, però, a volte un po’ troppo oltre, come è accaduto in Kossovo, dove un alto funzionario della Missione ad interim delle Nazioni Unite è stato accusato di corruzione negli appalti per la ricostruzione delle rete elettrica.

Il gran finale del Rapporto è dedicato all’Iraq e agli scandali ben noti, da Oil for Food, al Development Fund: miliardi di dollari per la ricostruzione delle infrastrutture spariti nel nulla. Un dopoguerra che si sta rivelando un disastro politico e che invece è fonte di affari per la banda del cemento che si sta spartendo gli appalti. Mattone su mattone.

Transparency International (TI) è una organizzazione non governativa fondata nel 1983 a Berlino e oggi presente in 80 nazioni. Il suo obiettivo è combattere la corruzione. Il rapporto di quest’anno è dedicato al settore edilizio, il prossimo anno sarà il turno della sanità. Il Global Corruption Report può essere scaricato dal sito www.transparency.org oppure www.globalcorruptionreport.org

La classifica della bustarella

L’edilizia scavalca tutti i settori industriali nella gara per la corruzione e sorpassa persino l’industria delle armi. Transparency International le ha appioppato il voto più alto (in una scala che va da 1 a 10). Insieme al rapporto TI ha anche presento i suoi “Standard minimi di contrattazione pubblica”, un’iniziativa internazionale diretta a prevenire la corruzione nei progetti edili ed assicurare che i contratti siano soggetti a gare aperte e competitive.

Corruzione: l’Italia è propensa, eccome

400 miliardi di dollari. Questo è l’ammontare delle tangenti pagate nel mondo ogni anno nel solo settore pubblico. Lo rivela il Corruption Perception Index 2004, che misura la percezione della diffusione della corruzione nel settore pubblico e nella politica, elaborato per 146 nazioni dall’Università di Passau in Germania su incarico di Transparency International. Il voto ricevuto dall’Italia -4,8 su 10 e posizione numero 42- mette in evidenza una situazione di criticità delle nostre pubbliche istituzioni.

Altro brutto voto (4,1) nell’Indice di propensione alla corruzione: l’Italia è quinta, dopo Russia, Cina, Taiwan, Corea del Sud, nella classifica (vedi qui sotto) con più aziende disposte a pagare tangenti ai pubblici ufficiali nei mercati emergenti (un punteggio pieno 10.0, indica la nulla propensione a pagare tangenti all’estero).

A Milano chi non è integro è fuori dalle gare

93 imprese fuori dalle gare di appalto. È il risultato dell’adozione da parte del Comune di Milano, dei “Patti di integrità” di Transparency International, in base ai quali l’amministrazione comunale chiede a ogni azienda che voglia partecipare a una gara di appalto di rispettare precise disposizioni anti-corruzione. Chi non sottoscrive i Patti è fuori dalla gara. Dal 2002 a oggi sono 297 le gare (per un valore di 65 milioni di euro) in cui sono avvenute le esclusioni, confermate dal Tar Lombardia e dal Consiglio di Stato.

Il meccanismo è partito dal settore manutenzione strade per poi estendersi anche agli appalti di impiantistica, segnaletica, verde ed edili. Lo scorso gennaio, inoltre, la Sezione V del Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che afferma la legittimità dei Patti di integrità non solo di escludere le imprese che violano il Patto ma anche di riscuotere la polizza fideiussoria qualora l’impresa, sottoscrivendo il PI, accetti le regole del bando. Grazie a questa sentenza, in meno di un mese, è stato possibile riscuotere le prime sei polizze per un importo di 107 mila euro.

L’autostrada Barranca-Penas Blancas in Costa Rica: 200 km di asfalto costati 16,8 milioni di dollari. Tutto da rifare. Ancora prima di inaugurarla. Eppure la ditta costruttrice è stata pagata fino all’ultimo centesimo. Anzi, di più, perché il budget è stato sforato di 4 milioni di dollari. E l’impresa incaricata di verificare la qualità dell’asfalto è sparita nel nulla.

13,3 milioni di dollari la mazzetta pagata per costruire l’inceneritore di Colonia. Uno scandalo che ha coinvolto imprenditori e politici locali. L’impianto doveva trattare 400 mila tonnellate di rifiuti all’anno. Ne brucia oltre il triplo: treni speciali arrivano anche da Napoli. In Germania i rifiuti hanno generato ricchezza, e la ricchezza corruzione.

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