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La lezione del processo Green Hill

Il 23 gennaio 2015 si è concluso, con tre condanne in primo grado, il processo relativo ai maltrattamenti nell’allevamento del bresciano, al cui interno tra il 2008 e il 2012 sarebbero morti oltre 6mila beagle. Secondo la Lav è una sentenza storica: “L’economia, la ricerca del profitto, non può prevalere sull’etologia, il benessere degli animali”

I beagle dell’allevamento “Green Hill 2001” di Brescia hanno subito maltrattamenti e uccisioni non necessitati. Lo ha stabilito il Tribunale di Brescia, che ha condannato in primo grado a 1 anno e sei mesi Renzo Graziosi, direttore sanitario dell’allevamento, e Ghislane Rondot, presidente e legale rappresentante di “Green Hill 2001”, e a un anno Roberto Bravi, direttore generale dell’allevamento.
Secondo il pubblico ministero che ha condotto l’inchiesta sarebbero ben 6.023 i beagle morti all’interno dell’allevamento tra il 2008 e il 2012, dato ricavato da un’analisi delle cartelle dei decessi sequestrati nella struttura. Almeno 44 cani, stando alla documentazione esaminata, sono stati uccisi senza reale necessità.

Carla Campanaro è l’avvocato che ha rappresentato la LAV, Lega antivivisezione: “Si è trattato di un processo lampo, frutto della decisione del presidente del Tribunale, che ha dato l’ordine che durasse il meno possibile” spiega. Tra la prima udienza (del 29 ottobre) e la sentenza sono passi meno di tre mesi. Adesso al giudice spettano 60 giorni per depositare la sentenza.

“È importante ricordare -spiega l’avvocato Campanaro- che questo processo nasce in seguito all’assalto di attivisti animalisti a Green Hill, il 28 aprile 2012. Per questo, è stato trattato come se fosse collegato a un profilo di ordine pubblico, e che continua il processo a carico di chi aveva violato lo stabilimento”.

La prossima udienza -a carico di 13 attivisti- è fissata all’aprile 2015, e -secondo Campanaro- “questa sentenza è importante, perché chi ha ‘rubato’ i cani all’interno dell’allevamento ha realizzato quest’azione, di giorno e a volto scoperto, come atto di ‘disobbedienza civile’, per denunciare i presunti maltrattamenti all’interno di Green Hill, e oggi questi maltrattamenti sono confermati da una sentenza di condanna nei confronti dei gestori della struttura”.

La LAV difende alcuni dei 13 a processo, perché iscritti LAV. All’epoca furono rubati meno di cento cani. Sono circa 3mila, invece, i beagle prima “sequestrati” e oggi “confiscati” all’allevamento. Sono stati tutti affidati a famiglie.
“Abbiamo fatto nascere questo processo per maltrattamenti, a partire dall’inchiesta che ha coinvolto gli attivisti che avevano fatto ingresso all’interno di Green Hill per ‘liberare’ i beagle. Durante la verifica dei presunti danni causati dagli attivisti, abbiamo potuto documentare, come tenevano gli animali e una situazione allarmante”.
Da lì è scaturito un successivo esposto alla Procura, di Lav e Legambiente. “Il pubblico ministero, forte della documentazione prodotta, è stato molto coraggioso, nel ‘riaprire un caso’ che solo pochi mesi prima era stato archiviato. Sulla base delle indagini che ne sono scaturite  sono emerse moltissime prova che dimostrano come all’interno dell’allevamento non avvenissero controlli adeguati da parte degli enti preposti. Gli imputati si scambiavano e-mail segnalando come i ‘controllori’ non entravano nei padiglioni e non svolgevano realmente i controlli”. Il PM ha definito “superficiali” i controlli dell’istituto Zooprofilattico di Brescia.
Sulla base di quanto emerso dalle prove e dai verbali del processo, infatti, la LAV ha annunciato che chiederà l’imputazione dei veterinari dell’Asl di Lonato, dell’Istituto Zooprofilattico di Brescia e dei funzionari della Regione Lombardia e del Ministero della Salute, che in tutti gli anni passati avevano scritto che tutto era regolare nell’allevamento.

L’allevamento “Green Hill” fa parte del gruppo multinazionale Usa Marshall. “La vivisezione dei beagle si fa, in Europa, solo con i cani della Marshall, allevati a Brescia o in un altro impianto in Inghilterra” racconta l’avvocato Campanaro. Che aggiunge: “Nel corso del processo le testimonianze dei dipendenti hanno raccontato una situazione del tutto diversa da quella che le indagini avevano svelato e per fortuna il giudice non ha creduto loro. Nell’impianto c’erano tassi di mortalità elevatissimi, e un solo veterinario che avrebbe dovuto dare (e che di fatto non dava) assistenza sanitaria a quasi 3mila beagle”.

Tra gli atti depositati, anche e-mail in cui dopo aver subito l’aggressione da parte degli attivisti animalisti i dirigenti dell’allevamento discutevano l’opportunità di sfruttare quell’episodio per “uccidere un po’ di cani invendibili”, cioè le cui caratteristiche non permettevano la cessione per attività di sperimentazione animale.

Secondo l’avvocato LAV, si tratta di una sentenza “storica, unica in Europa perché fondamentalmente si cristallizza l’importanza dell’etologia, la scienza del benessere animale, che va quindi coordinata con l’economia, che mira alla massimizzazione del profitto (che non può quindi essere a scapito dell’etologia). Se un ‘cane’ diventa un ‘prodotto’ di un’attività commerciale è molto difficile che la sua crescita ne tuteli l’integrità come individuo. E la ‘violenza sugli animali’ penalmente rilevante non è solo quella di chi prende un cane a bastonate. Ai dipendenti Green Hill il giudice  ha chiesto questo: i cani li facevate sgambare? Uscivano dalle loro gabbie? Avevano sempre acqua nella ciotola? Vedevano luce naturale? La temperatura, il rumore, le cure sanitarie sono principi fondamentali per l’etologia.
Attendiamo di leggere la sentenza per capire come verranno descritti questi episodi, consapevoli che questa decisione fa giurisprudenza, e in futuro potrà essere utilizzata in molti casi, anche per quanto riguarda allevamenti destinati all’alimentazione”.

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